Vincenzo Mantovani.
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ANARCHICI ALLA SBARRA.
La strage del Diana tra primo dopoguerra e fascismo.
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PARTE 1.
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2007. Il Saggiatore Edizioni, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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PRESENTAZIONE.
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Si tratta della riedizione di un lavoro analitico edito nel lontano 1979 (Rusconi) a cura di un giornalista spinto a questa impresa dall'eco delle bombe di Piazza Fontana del 12 dicembre 1969. I quotidiani di quei giorni riesumavano le vicende del Diana alla ricerca di un precedente atto terroristico di matrice anarchica mentre le indagini sulla strage alla Banca dell'Agricoltura non avevano ancora una direzione precisa. L'attentato del Teatro Diana (Milano, 23 marzo 1921) con i suoi diciotto morti e quasi un centinaio di feriti, equivaleva come conseguenze fisiche a quello appena accaduto. Come ben rileva l'autore, i due eventi avevano un significato profondamente diverso. L'esplosione al Diana fu l'ultimo rantolo disperato e spaventoso della rivoluzione che moriva soffocata dalla reazione e dai tradimenti secondo Carlo Molaschi, anarchico attivissimo nell'infuocato dopoguerra milanese.
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Se gli anarchici non se ne curano, la storia la faranno i loro nemici.
Gaetano Salvemini.
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Ma la storia  decisamente una cosa troppo importante perch la si lasci agli storici...
Jean Chesneaux.
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PREFAZIONE ALLA NUOVA EDIZIONE.
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Il 13 dicembre 1969, il giorno dopo la strage di piazza Fontana, il Corriere della Sera pubblic in prima pagina un articolo firmato da Alberto Grisolia. Titolo: "Un tragico precedente: lo scoppio al Diana." Bastava leggerne le prime righe per capire che a distanza di poche ore dall'esplosione alla Banca Nazionale dell'Agricoltura il pi importante quotidiano del Paese era gi sicuro della paternit dell'attentato. "Milano subisce la seconda ondata di anarchica violenza della sua storia," scriveva Grisolia. E proseguiva rievocando la "prima ondata," rappresentata - secondo il giornalista - dai quattro attentati verificatisi a Milano quasi cinquant'anni prima, nella primavera del 1921, tra i quali l'esplosione al Teatro Diana si distingueva per la sua eccezionale gravit. La valigia piena di esplosivo lasciata da tre anarchici davanti a un ingresso laterale del teatro aveva fatto una carneficina: ventun morti e quasi cento feriti. Nel suo articolo il giornalista del Corriere riassumeva la vicenda fino alla cattura degli attentatori, al processo e alle pesanti condanne. E finiva il suo pezzo con queste parole: "Dal processo il movimento anarchico milanese usc distrutto. Ma aveva contribuito, in misura non modesta, all'ascesa del fascismo e alla morte di ogni libert." In effetti, nelle settimane successive Mussolini aveva saputo sfruttare abilmente il passo falso dei tre anarchici individualisti, e il 30 ottobre 1922 era gi a Roma come capo del governo.

Ho conservato l'articolo di Alberto Grisolia perch fu la sua lettura a suggerirmi di scrivere questo libro. Da tempo ricordavo vagamente una storia di anarchici e di bombe che aveva acceso la mia fantasia quando, da ragazzo, ogni tanto essa faceva capolino nelle conversazioni familiari. Ma il pezzo del Corriere risvegli di colpo la mia curiosit, e cos nacque il progetto di cercare la verit sull'attentato.

Sapevo che avrei dovuto consultare una montagna di documenti. Sapevo anche che questo non sarebbe bastato. Per ricreare l'atmosfera in cui si erano svolti quei lontani avvenimenti bisognava rintracciare i protagonisti o i testimoni ancora in vita e convincerli a parlare, a raccontare ci che sapevano, ci che ricordavano. E per questo mi parve indispensabile contattare qualche esponente del movimento anarchico. Ma come avrebbero accolto la mia richiesta? Dopo che la strage di piazza Fontana era stata accollata a uno di loro, gli anarchici erano sulla difensiva. Io non ero anarchico. Non appartenevo al movimento. Non frequentavo i loro circoli. E sceglievo proprio quel momento per andare a chiedere notizie di un'altra strage, questa sicuramente anarchica. Non l'avrebbero considerata una provocazione? C'era da aspettarsi la massima freddezza. Una grande diffidenza, se non peggio.

E qui credo che la cosa migliore sia dare la parola a uno di loro, Paolo Pinzi, con cui ebbe inizio una collaborazione che si trasform rapidamente in una solida amicizia. La storia dei miei contatti col movimento anarchico l'ha raccontata lui qualche anno fa nella premessa a un'altra edizione di questo libro, meglio di quanto potrei raccontarla io. Per cui non mi resta altro da fare che citarlo.

"Quando Vincenzo Mantovani inizi a lavorare intorno al progetto e ai primi materiali che vari anni dopo si sarebbero concretizzati in Mazurka blu, prese contatto con gli anarchici milanesi. Ci incontrammo - un dopocena nei primissimi anni 70 - nella redazione della rivista anarchica A. Noi eravamo sanamente prevenuti. L'attentato al Teatro Diana era s avvenuto mezzo secolo prima, ma - per svariate ragioni - era ancora di bruciante attualit. Basti ricordare che all'indomani dell'attentato di piazza Fontana, nell'immediato indirizzarsi verso gli anarchici non solo delle indagini poliziesco-giudiziarie, ma anche del battage dei mass media, subito era stata ritirata fuori - e con quanto clamore! - la strage del Diana. Nelle prime giornate successive a quella che sarebbe poi passata alla storia come "la strage di stato" per antonomasia, pi che le rivelazioni sensazionali su Pietro Valpreda ("La belva che ci ha fatto piangere" titol un giornale) fu proprio il parallelo con il Diana, dato in pasto all'opinione pubblica, a incidere negativamente sull'immagine del movimento anarchico.

"Se gi noi anarchici eravamo stati capaci di seminare la morte tra gli innocenti, e poi proprio a Milano, e poi proprio in un luogo di pubblica affluenza (allora un teatro, oggi una banca), allora...

"Noi di A - che eravamo anche militanti del Circolo anarchico Ponte della Ghisolfa, quello cui aveva appartenuto anche Giuseppe Pinelli - non potevamo che essere preoccupati dal fatto che una persona a noi finora sconosciuta, estranea al nostro movimento, mettesse le mani in quella vicenda che certo non conoscevamo nei minimi dettagli, ma che assomigliava tanto a uno "scheletro nell'armadio". Volere o volare, gli autori dell'attentato al Diana erano anarchici e l'attentato si era trasformato (contro la volont degli autori, certo: ma  poi davvero decisivo?) in una strage. Il Diana, in poche parole, era la conferma storica pi eclatante che l'equazione "anarchia = bombe" non era solo il parto della vile stampa borghese...

"Non avrebbe potuto il nostro cordiale interlocutore occuparsi d'altro? Tra le tante pagine sconosciute, e tutte pi belle, della storia degli anarchici italiani, perch scegliere proprio quella che, nel pieno della campagna di controinformazione sulla strage di stato, poteva ritorcersi contro di noi? Questo il senso - inespresso - delle nostre obiezioni di fondo al progetto di Vincenzo Mantovani. Gli altri compagni, comunque scarsamente interessati alla ricerca storiografica perch in altre vicende impegnati, augurarono buon lavoro a Vincenzo - e stop."

Chi fece qualcosa di pi che augurarmi buon lavoro fu lo stesso Paolo Finzi, che in quei mesi aveva cominciato a preparare la sua tesi di laurea: una ricerca su Errico Malatesta che anni dopo sarebbe stata pubblicata col titolo La nota persona. Errico Malatesta in Italia, dicembre 1919 - luglio 1920 (Edizioni La Fiaccola, Ragusa 1990). Cos ebbe inizio la nostra collaborazione, che dur qualche anno e si concret in un frequente scambio di idee e di documenti. Paolo era uno studente e un militante anarchico, io un posato padre di famiglia. Mi intener sapere dopo tanti anni che i suoi genitori, preoccupati per i rischi che poteva comportare la sua partecipazione alle iniziative pubbliche anarchiche (la sera della strage di piazza Fontana era rimasto impigliato anche lui in una grossa retata e aveva passato parecchie ore in camera di sicurezza), vedessero di buon occhio il tempo che il loro figliolo passava con me, come con una specie di "amico grande" senza grilli per la testa. In quei momenti stavano sicuramente meno in ansia di quando lo sapevano in giro per Milano a manifestare per qualche causa anarchica.

Paolo Finzi si laure nel 1975. Quattro anni dopo usciva Mazurka blu. Pubblicarlo non era stato facile. Mentre le mie ricerche proseguivano in archivi e biblioteche, Erich Linder mi aveva trovato un editore. Questo voleva, per, un libretto di 150 pagine al massimo, uno svelto "giallo vero" che svelasse finalmente i "misteri" della strage del Diana. In realt, io mi ero reso conto quasi subito che un libro del genere non avrebbe spiegato nulla: per capire cos'era successo bisognava collocare la vicenda nel pi ampio contesto degli avvenimenti sociali e politici di quegli anni. 150 pagine erano poche per un testo che, alimentato da documenti e interviste, continuava ad allungarsi. Si rese cos necessario cercare un altro editore. Sul finire degli anni settanta le mille cartelle del dattiloscritto nella sua versione conclusiva sommersero pi di un editore (mi  rimasta impressa nella memoria la figura di un direttore editoriale che una sera mi convoc nel suo ufficio solo per guardarmi in silenzio e spalancare le braccia: lo avevo trovato in poltrona, nel cono di luce di un abat-jour, letteralmente sepolto dalle mie cartelle, che si allargavano a ventaglio intorno a lui sul pavimento fin quasi a raggiungere il centro della stanza) e finalmente si fermarono sulla scrivania di Raffaele Crovi, che allora dirigeva la casa editrice Rusconi. Crovi decise di pubblicarlo e il libro usc nel 1979. L'accoglienza della critica fu soddisfacente. Uno storico televisivo come Arrigo Petacco mi accus di giustificare il terrorismo. Uno storico serio come Enzo Santarelli giudic la mia interpretazione dei fatti "non ideologica," "analitica" e "incontestabile".

Concludendo,  vero ci che dice Paolo Finzi alla fine della premessa che ho ampiamente citato. Nonostante la sua mole, nemmeno questo libro dice l'ultima parola sul Diana, per la semplice ragione che nel campo della ricerca storica l'"ultima parola"  sempre la penultima. Se salteranno fuori nuovi documenti, l'ultima parola la diranno loro. Da quei nostri lontani incontri di lavoro il mio amico anarchico dice di aver tratto una lezione: studiare il Diana lo ha portato ad aborrire la violenza terroristica, le bombe, gli attentati, la mistica della vendetta, la mitologia della lotta dura e del "colpo su colpo". Mi auguro che la stessa lezione possa ricavare da questo libro chi lo legger.
Vincenzo Mantovani.
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Milano, 4 febbraio 2007.
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Prima parte.
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23 MARZO 1921.
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L'attentato al Diana fu l'ultimo rantolo disperato e spaventoso della rivoluzione che moriva soffocata dalla reazione e dai tradimenti.
Carlo Molaschi.
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In un paese nel quale si  formata una coscienza collettiva non si hanno n dittatori n attentatori.
Camillo Berneri.
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Quando si tratta di qualche fottuto borghese che va repentinamente al diavolo, quando si tratta della pelle fina e profumata delle donnine aristocratiche, molti socialisti spremono le loro riserve di liquido lacrimale (...)  il cristianesimo che ci ha dato questo pietismo morboso di femminette isteriche (...) guai ai pietosi.
Benito Mussolini (9 luglio 1910) in occasione dell'attentato dinamitardo al teatro Colon di Buenos Aires.
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Colui che tira una bomba ed uccide un passante dice che, vittima della societ, si  rivoltato contro la societ. Ma il povero morto potrebbe dire: "Ma che io sono la societ?".
Scritto da Errico Malatesta su un foglietto, il 21 luglio 1932, la vigilia della sua morte.
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QUEL GIORNO.
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Il 23 marzo 1921, mercoled, i milanesi trovarono sui giornali il resoconto di una seduta alla Camera dei Deputati che li riguardava molto da vicino. La seduta si era svolta il giorno prima e nei quaranta minuti della sua tornata pomeridiana aveva visto alcuni parlamentari impegnare una vivace discussione su quelli che la stampa, nelle sue cronache, chiamava "i fatti" di Greco e di Foro Buonaparte.
I fatti di Greco e di Foro Buonaparte, verificatisi rispettivamente la domenica e il luned precedenti, cio il 20 e il 21 marzo, erano gli ultimi due anelli della catena di violenze politiche che dall'autunno dell'anno prima avevano ripreso a insanguinare l'Italia. Per gran parte dell'opinione pubblica di allora i fatti di Greco, durante i quali avevano perso la vita un'operaia e un giovane fascista, erano una delle solite "provocazioni" socialiste cui i fascisti, furiosi per la morte del camerata, avevano reagito ammazzando un operaio: questo il fatto di Foro Buonaparte.
Il 22 marzo, alla Camera, rispondendo alle interrogazioni di alcuni deputati milanesi, il sottosegretario di stato per l'interno Camillo Corradini spiegava come i fatti di Greco Milanese si fossero verificati quando "circa un migliaio" degli intervenuti alla commemorazione delle Cinque Giornate di Milano avevano scortato fino a Greco i compagni di quella localit.

La polizia di Milano, non appena ebbe conoscenza di questo numeroso corteo (...), prese tutti i provvedimenti (...) necessari, e fece seguire i dimostranti da autoblindate e da forze di cavalleria.
Per quando la testa di questa colonna giunse nel territorio di Greco Milanese, all'angolo di via Insegnamento, avvenne che una donna da una finestra espose una bandiera rossa e contemporaneamente dalla stessa finestra un uomo, sportosi - dice il telegramma [del prefetto] - all'infuori, spar alcuni colpi di rivoltella. Dalla sede del circolo socialista in via Insegnamento furono nello stesso tempo sparati alcuni colpi. Ne nacque, come era naturale, un enorme conflitto. Vi fu uno scambio di colpi da fuoco dall'una e dall'altra parte.
Furono lanciate anche bombe dal circolo. Nel conflitto rimase ucciso un fascista, tale Aldo Lessi [recte: Sette], e una donna, e vi furono anche parecchi feriti(1).

La risposta di Corradini terminava con la notizia che il cadavere del fascista era stato portato a Milano e che il prefetto del capoluogo lombardo, Alfredo Lusignoli, aveva preso le misure necessarie per accertare le responsabilit e ristabilire l'ordine pubblico. Nel suo intervento il sottosegretario per l'interno aveva per omesso di precisare che il corteo era tutto di fascisti. E Filippo Turati, nella sua replica(2), si era affrettato a colmare la lacuna:

Dunque,  ammesso che dopo la commemorazione delle Cinque Giornate gli intervenuti alla cerimonia si sbandarono: e solo oltre mille fascisti (...), armati, naturalmente, al seguito di qualche fascista di Greco Milanese (che dista, notate bene, tre o quattro chilometri da Milano), si inquadravano in colonna militare, muovendo verso Greco al canto degli inni di guerra, per una spedizione punitiva.

Arrivata che fu la colonna alle porte del paese, dalla finestra di un caseggiato si vide una donna sventolare un "cencio rosso". E dalla stessa finestra, secondo la versione del governo, venne esploso un colpo di pistola. A questa versione Turati non credeva.
Per il deputato socialista era stato il puro e semplice sventolio della bandiera rossa a provocare la reazione dei fascisti, che dopo un breve conciliabolo avevano preso d'assalto la casa, erano saliti nell'appartamento della donna e avevano esposto alla finestra il loro gagliardetto. Solo allora, mentre tutti si davano alla fuga, "si sarebbe veramente sentito il solito misterioso colpo di rivoltella, non so da chi sparato": quel colpo di rivoltella, notava Turati con rammarico, che era ormai "la nota obbligata di tutte queste imprese". Poi era scoppiata la "guerra civile". Duemila colpi di arma da fuoco in poco pi di un'ora, due morti, settanta feriti e un'ottantina di arresti: tutti socialisti. Il giorno dopo, a Milano, la rappresaglia fascista:

In un circolo di Foro Buonaparte quindici persone stavano gettando le basi di un ricreatorio. Si presentano una trentina di uomini armati, sfondano una porta (...), intimano le mani in alto (...) si mettono a sparare (...) ammazzano qualcuno e scappano...

Morale della favola:

Io ho sempre, fra i miei amici, difeso il governo quando si diceva che faceva doppia parte, che era connivente con l'opera di brigantaggio della quale parliamo. Ho sempre detto: non pu essere,  contro la verosimiglianza: ci sar debolezza, ci sar impotenza, ci sar magari connivenza da parte di autorit inferiori, ma non  possibile che il governo si macchi di questa infamia.
Ma confesso che il commento dei giornali vostri amici incomincia a farmi dubitare della bont della mia tesi. Comincio a dubitare quando constato l'impunit riservata all'azione colpevole dei vostri agenti, quando constato che a Milano le vostre autoblindate, la vostra cavalleria, non hanno saputo correre neppure alla velocit delle persone che andavano a piedi.
Queste forze, infatti, che avrebbero dovuto trovarsi in Greco Milanese prima dei fascisti per impedirne le gesta non sono arrivate in tempo, e non hanno cos impedito l'assalto.

Un dubbio rodeva il deputato socialista, un dubbio reso pi angoscioso dagli articoli dei giornali che istigavano alla guerra civile, presentandola come una "liberazione" del paese. Non rientravano per caso, questi fatti, in un piano pi vasto di "preparazione elettorale"? Non erano, in sostanza, manovre per intimidire i socialisti e dissuaderli dall'impegnarsi - qualora Giolitti avesse chiesto al sovrano, come sembrava ormai deciso a fare, di sciogliere il Parlamento e porre fine alla venticinquesima legislatura - in una vigorosa campagna elettorale? Infatti:

Nessuna migliore preparazione elettorale di questa. I socialisti ormai vanno tutti in carcere: in provincia di Bologna pi di cinquecento sono gli arrestati; tutti quelli che potrebbero fare propaganda elettorale sono in carcere e quelli che non sono in carcere e che non hanno speciale frenesia per andarci saranno inchiodati a casa. Quale miglior campo per le elezioni? Quale migliore incoraggiamento al fascismo, che non , come si vuol sostenere, un fenomeno di borghesia, ma un fenomeno di disoccupazione della guerra, di anticivilt e quindi di antiborghesia per eccellenza?
Quale migliore incoraggiamento di questa promessa ai fascisti di una stagione teatrale in cui potranno moltiplicare con efficacia meravigliosa le loro imprese di brigantaggio, potranno assaltare, in mezzo alla libert, che pur dovr esser data a tutti, di uccidere e di assassinare?

Il discorso di Turati si chiuse su una nota di cupo pessimismo:

La nuova Camera nata nel sangue demolir il regime rappresentativo, il regime democratico d'Italia. Credo che quando verranno qui i fascisti che D'Annunzio sta organizzando sul Garda avremo finito molte cose in Italia.

Gli interventi di De Capitani d'Arzago e Gasparotto - un liberale e un esponente del gruppo di Rinnovamento che alle elezioni del 15 maggio sarebbero stati rieletti nel Blocco con i fascisti - toccarono le corde della retorica e del patriottismo. Il primo, rivolto ai socialisti, li accus di fare "opera quotidiana di propaganda e di odio".

L'odio e la violenza  predicato da tutti i vostri propagandisti,  l'argomento di tutti gli articoli dei vostri giornali. Non avete il diritto di venir qua a lamentarvi. Non vi meravigliate se alle vostre violenze gli altri sono obbligati talvolta a rispondere con la violenza per legittima difesa(3)!

Il secondo, negando che il corteo avesse mai avuto intenzioni aggressive, rivendic il diritto dei fascisti di Greco di far "lieto ritorno" alla loro sede e alle loro case:

E quando, onorevole Turati, quando voi parlate di inni di guerra e li interpretate come gridi di provocazione o di disprezzo verso coloro che la guerra non hanno voluto o non hanno sentito, ricordatelo, amico Turati, che questo grido, che questo inno di guerra  quel canto d'amore e di gloria: "Giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza", col quale si  morti sul Piave, per noi, ma anche per voi, per le nostre ed anche per le vostre libert(4).

Scriver l'Avanti il giorno dopo:

All'interrogazione Turati sui fatti di Greco Milanese il governo ha risposto seguendo il suo solito sistema: portando alla Camera il rapporto della questura locale, che  poi la versione trasmessa ai giornali amici. Il compagno Turati ha risposto con forza ed impeto. Poche volte si  sentito Filippo Turati martellare con tanta veemenza il governo che con la sua politica fa insanguinare le vie d'Italia.
Dall'episodio di Greco Milanese e dall'assassinio di luned sera a Milano (...) Turati  assurto a pi alte considerazioni politiche sul movimento attuale ed ha fatto una vibrata requisitoria contro l'organizzazione della violenza reazionaria, che prepara giorni molto tristi(5).

Quel giorno la questura di Milano comunic alla stampa di aver identificato gli assassini di Giuseppe Inversetti, l'operaio ucciso luned sera nella sede del circolo rionale socialista di Foro Buonaparte.
Le indagini, condotte dal commissario Stivala e dal vicecommissario Giovanni Rizzo, avevano portato inizialmente all'arresto di diciassette fascisti, tra i "pi in vista" della citt. Marted pomeriggio, accompagnato da un "perito armaiolo", il giudice istruttore avv. Lamberti Bocconi aveva compiuto un sopralluogo nei locali del circolo. Contemporaneamente, nella sede del Popolo d'Italia in via Lovanio, circa trecento fascisti erano stati perquisiti con esito negativo. In serata la questura rimetteva in libert tredici dei diciassette arrestati, trattenendone quattro per poterli sottoporre a nuovi interrogatori. Lo stesso giorno il questore di Milano, comm. Giovanni Gasti, dichiarava a un cronista del Secolo di avere la "certezza che il tragico episodio di Foro Buonaparte fu opera di un gruppo di fascisti"(6).
L'indomani, improvvisamente, i nomi. Sono tre. Aldo Cavazzani  un giovane impiegato triestino, una recluta dei fasci di combattimento. Giuseppe Restani e Albino Volpi sono ex arditi, vecchie conoscenze della polizia. Nei primi due, in stato di arresto, i soci del circolo avrebbero riconosciuto gli sparatori. L'ultimo, notissimo tra gli squadristi lombardi,  latitante(7).
Al giudice istruttore, che proprio quel giorno torna a interrogarlo, Cavazzani conferma di essersi recato, luned sera, in via Monte di Piet. L, davanti alla sede dei fasci, ha visto un gruppo di giovani incamminarsi verso via Pontaccio. Dai discorsi che facevano ha capito che erano fascisti e che la loro meta era il circolo socialista di Foro Buonaparte. "Apparivano eccitati" riferisce Cavazzani "e parlavano con profondo rammarico della morte del loro compagno Sette"(8).
Deciso a seguirli, il giovanotto si accoda al gruppo. Nei pressi del circolo, per, il corteo si spezza in due: la testa prosegue, il grosso indugia in una piazzetta "per prestare, eventualmente, man forte". Cavazzani, che sostiene di aver fatto parte di questa retroguardia, entra in azione dopo che sono stati esplosi i primi colpi. Quando arriva il secondo gruppo, il circolo  gi a soqquadro. I nuovi arrivati vedono i socialisti fuggire dalla porta posteriore, che d in corso Garibaldi, e si gettano al loro inseguimento, "senza per fare uso delle armi". Cavazzani dir al giudice di non essersi nemmeno avveduto che nel circolo c'era un morto. Molto probabilmente, aggiunge, non se n'erano accorti neanche gli altri membri del suo gruppo, "sopraggiunto a tragedia gi avvenuta". Quanto a lui, quella sera non era armato: aveva soltanto un bastone. Solo per caso  rimasto coinvolto nell'episodio, "spintovi dalla curiosit"(9).
Eppure qualcuno lo ha visto con una rivoltella in pugno e afferma che fu tra i primi a sparare(10). Cavazzani lo nega e, per difendersi, accusa Restani. Quanto a Volpi, "attivamente ricercato", tutti a Milano sanno chi : la testa pi calda del fascismo ambrosiano, uno dei protagonisti dei pi gravi scontri di piazza, l'uomo che ha guidato, due anni prima, una squadra di incendiari all'assalto del'Avanti!(11) e che, tre anni dopo, sar tra gli assassini di Giacomo Matteotti.

Quel giorno i milanesi che avevano aderito al fascismo o simpatizzavano per il nuovo movimento celebrarono trionfalmente il secondo anniversario della sua fondazione.

Dei giornali ambrosiani solo uno, Il Popolo d'Italia, rievoca l'avvenimento in un lungo editoriale del proprio direttore:

Non eravamo in molti, nella sala di piazza S. Sepolcro due anni fa, quando gettammo le prime basi della nostra costruzione ideale. Un centinaio, forse. Io stesso, mi sia consentita in questo caso la prima persona, non mi cullavo in illusioni eccessive. Mi contentavo di costituire, in prosieguo di tempo, un centinaio di Fasci nelle principali citt d'Italia. Il Fascismo non aveva molti numeri per conseguire un successo di adesioni e di popolarit. Si chiamava di "combattimento" e questa parola, dopo quaranta mesi di guerra, suonava ingrata alle orecchie di molta gente...(12)

 vero. Per pi di un anno e mezzo il fascismo  stato una "povera cosa"(13). Il suo programma, "demagogicamente rivoluzionario", pi che adesioni incontrava "opposizioni ed ironie"(14). Sonoramente battuto alle elezioni del 1919, fin quasi alla fine dell''anno seguente il fascismo ha tirato a campare. Il traguardo dei cento fasci  stato raggiunto e superato. Mussolini dovrebbe essere contento.
Invece, tra la fine del 1920 e il principio del 1921, il fascismo  improvvisamente diventato "un movimento audace, armato, temibile, in piena offensiva, fortissimo specialmente a Bologna e nellJEmilia"(15).
"Dopo due anni di lotte, di varie e tempestose vicende" ricorda Mussolini nell'articolo di fondo "gettiamo uno sguardo sulla strada percorsa: il punto di partenza ci appare straordinariamente lontano. Il Fascismo, dopo essersi affermato trionfalmente nelle grandi citt, dilaga, straripa nei piccoli paesi e sin nelle pi remote campagne"(16). Come mai? Che diavolo  successo? Il programma non sembra mutato. L'uomo che alla vigilia della fondazione dei fasci scriveva:

Noi vogliamo l'elevazione materiale e spirituale dei cittadini italiani (...) e la grandezza del nostro popolo.nel mondo. Quanto ai mezzi, noi non abbiamo pregiudizi: accettiamo quelli che si renderanno necessari: i legali ed i cosiddetti illegali(17)

scrive quasi le stesse cose due anni dopo:

Noi agitiamo dei valori morali e tradizionali che il socialismo trascura o disprezza (...) Noi non crediamo ai programmi dogmatici, a questa specie di cornici rigide che dovrebbero contenere e sacrificare la mutevole cangiante complessa realt. Ci permettiamo il lusso di assommare e conciliare e superare in noi quelle antitesi in cui si imbestiano gli altri, che si fossilizzano in un monosillabo di affermazione o di negazione. Noi ci permettiamo il lusso di essere aristocratici e democratici; conservatori e progressisti; reazionari e rivoluzionari; legalitari e illegalitari, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo, di ambiente, in una parola "di storia", nelle quali siamo costretti a vivere e ad agire(18).

Come ha scritto Camillo Berneri, siamo sempre di fronte alla solita "esaltazione del vuoto dinamico"(19). Ma nel frattempo qualcosa  successo, qualcosa di nuovo che ha reso il fondatore dei fasci pi ardito e sicuro di s. Quello che  successo nel frattempo  che Mussolini ha scoperto il bastone e il suo movimento si  trasformato in una milizia armata antiproletaria e antisocialista. A modo suo, il sedicente rivoluzionario sta facendo la rivoluzione, quella annunciata quasi un anno prima:

Dal momento che di rivoluzione parlano: i disertori, gli imboscati, gli autolesionisti, gli arrivisti, i ruffiani, i pescicani, gli ubriaconi, i teppisti, gli sfruttatori di donne, i ciarlatani, i falsi venditori di fumo, i vigliacchi borghesi tesserati del pus, gli imbecilli di ogni specie,  perfettamente logico che noi spregiudicati, eretici, strafottenti, intelligenti, controcorrentisti, individualisti, spregiatori del gregge umano e della popolarit, innalziamo alto e chiaro il grido forte: viva la reazione(20)!

Si tratta, come si vede, di una rivoluzione un po' speciale in cui le masse, lungi dal partecipare attivamente, "si inchinano rispettose al randello delle minoranze coscienti ed evolute"(21). Ma non c' da stupirsi se in questa situazione "i vecchi partiti non fanno reclute nuove", mentre il fascismo "vede sorgere i suoi gruppi a decine e decine per generazione spontanea, tanto che fra qualche mese tutta l'Italia sar in nostro potere..."(22).
Il bilancio dei primi due anni  dunque largamente positivo. Mussolini non pu che compiacersene. Persino i suoi pi accerrimi nemici, quelli che lo chiameranno con disprezzo "il Marinetti della politica"(23), lo ritengono un uomo eccezionale. Scriver pochi anni dopo l'anarchico Berneri:

Mussolini possiede quel grano di follia che occorre per essere un trascinatore, ma egli possiede anche una forza pi grande: un raro intuito. Si  detto che Lenin abbia rimproverato i socialisti italiani di non averlo ingaggiato come loro duce.  possibile. Ci che  certo  che Mussolini avrebbe saputo impiegare tutta la presunzione, tutta l'impudenza, tutte le menzogne, tutto il corredo di demagogia che mancarono in colui che nel 1919 e nel 1920 era salutato come il Lenin d'Italia: Errico Malatesta.(24)

Quel giorno anche Malatesta era a Milano, ma nel posto pi scomodo che si sarebbe potuto trovare: una cella del carcere di San Vittore. Arrestato pi di cinque mesi prima con Armando Borghi, segretario dell'Unione sindacale italiana, Cesare Corrado Quaglino, cronista del quotidiano anarchico Umanit Nova, e molti altri esponenti del movimento libertario, a lungo Malatesta aveva atteso di conoscere le ragioni del provvedimento. Per parecchio tempo l'accusa era stata incerta tra la semplice associazione sovversiva e il reato assai pi grave di complotto contro la sicurezza dello stato. Autunno e inverno erano trascorsi senza che l'istruttoria facesse molta strada. Vana era stata ogni protesta. Fuori dalle mura del carcere, massicciamente difeso, l'esasperazione degli anarchici era cresciuta di giorno in giorno nell'indifferenza generale. Verso la met di marzo del 1921 il "piccolo uomo grigio, con la pipetta tra i denti", cui nel 1919, al ritorno dal lungo esilio inglese, il proletariato italiano aveva tributato accoglienze "addirittura deliranti", langue nella sua cella dimenticato da tutti. Con pazienza e napoletana filosofia sopporta le asprezze della vita carceraria. Ma la sua salute - Malatesta ha quasi settant'anni - comincia a destare qualche preoccupazione(25).
Il 18 marzo, improvvisamente, Malatesta, Borghi e Quaglino cominciano uno sciopero della fame. Non chiedono favori. Vogliono solo che si celebri il processo. Mentre la magistratura, preoccupata, accenna a stringere i tempi, una parte dell'opinione pubblica reagisce con livore. Scrive La Perseveranza:

Il trucco oggi inscenato dello "sciopero della fame" (...) non deve (...) arrestare la legge (...). Questo diciamo perch di fronte al promesso digiuno di tre anarchici incolpati, non senza gravissimi indizi, di aver provocato delitti e massacri, il pubblico non indulga a una facile sentimentalit di bassa lega. E lo diciamo per aver visto, con turbata sorpresa, organi importantissimi presentare in forma atta ad impressionare la bassa emotivit delle folle il racconto di questo tentativo di scimiottare, in riproduzione farsesca, la tragedia del sindaco di Cork...(26)

La tragedia del sindaco di Cork, morto l'anno prima dopo settantaquattro giorni di digiuno(27), dev'essere invece ben viva, oltre che nella memoria degli anarchici italiani, in quella di altri pi moderati commentatori. L'opinione pubblica pi avveduta comincia a rendersi conto che la protesta dei tre anarchici potrebbe dar luogo a reazioni imprevedibili. E Il Secolo si fa interprete di questi timori:

Le condizioni di Malatesta e le conseguenze che un digiuno ulteriormente prorogato potrebbe produrre sulla sua salute e sulla sua vita preoccupano vivamente gli ambienti operai. Le autorit non possono ignorare il fatto. Debbono anzi tenerne conto. Errico Malatesta esercita sulle folle il fascino di tutti i condottieri politici che hanno combattuto buone o cattive battaglie in una fede sicura, assoluta, disinteressata, servendo la verit o l'errore, ma mantenendo inalterata la coerenza tra la logica mentale e gli atti della vita. In suo favore militano, in questo momento, un motivo sentimentale ed una preoccupazione di giustizia(28).

Non si tratta, spiega il giornale, di cedere a intimidazioni o di accordare privilegi. L'istruttoria, si ammette, non  stata condotta "con quella rapidit che era desiderabile". Come se non bastasse, i principali capi d'accusa sono caduti e quelli che restano, tutti limitati "all'attivit giornalistica e alla propaganda politica degli imputati", non sembrano tali da giustificare, nei riguardi di Malatesta e dei suoi due compagni di prigionia, un trattamento diverso da quello accordato agli imputati gi rimessi in libert(29).
Quelle che per il quotidiano radicale sono ragioni di opportunit, ammantate di umanitarismo, appaiono all'Avanti! imprescindibili questioni di principio:

Il motivo che ha indotto Errico Malatesta, ed i suoi compagni di detenzione, a ricorrere all'estremo mezzo dello sciopero della fame  di quelli che non si discutono: si ammirano.
Questo vecchio agitatore anarchico che da cinquant'anni, tetragono ad ogni blandizia d'avversari e ad ogni colpo di nemici, rimane incrollabilmente fedele ai suoi principi, per essi si batte, per essi soffre, per essi accetta la miseria e il dolore, questo vecchio non chiede alla societ clemenza o piet: chiede di essere giudicato.
Il processo contro Errico Malatesta, le cento otto imputazioni accumulate contro di lui e contro i suoi compagni, sono giuridicamente e moralmente un'enormit, un vero e proprio attentato alla libert del pensiero.

Perch la porta del carcere non si apre davanti all'imputato, se non per rendergli la libert almeno per condurlo davanti ai giudici? "Perch il processo varrebbe l'assoluzione," risponde il giornale socialista "e l'assoluzione (...) sarebbe uno schiaffo per la magistratura borghese."
Bisogna compiere un atto di giustizia. Se il potere giudiziario crede "che quest'ora di apparente trionfo delle forze antiproletarie, quest'ora di crisi politica, sia la meglio scelta perch la cella di S. Vittore divenga la tomba di Errico Malatesta, oh!, si disilluda in tempo. Il delitto chiamerebbe il delitto e per il paese verrebbero giorni di infinita tristezza".
Il corsivo dell'Avanti! termina con un appello:

Mentre l'Italia assicura l'impunit e la libert agli assassini dei lavoratori, ai ladri del pubblico denaro, agli incendiari delle Case del Popolo, alle milizie armate della borghesia, questo vecchio nobile apostolo di un'Idea di umana redenzione costretto a lasciarsi morire di fame per affermare il suo diritto ad essere giudicato dei reati che gli si imputano esprime e simbolizza la tragica contraddizione, la tragica iniquit di un regime e di una societ. Giudicate Malatesta! Non assassinatelo!

Per il giornale socialista le cose da fare subito sono due: fissare la data del processo e concedere agli imputati la libert provvisoria. Solo cos si eviteranno "ore assai gravi al Paese", perch "la morte di Malatesta solleverebbe (...) tutto il proletariato in un'ondata di protesta e di ribellione"(30).
Le richieste dell'Avanti! sono le stesse del Popolo d'Italia, che all'annuncio dello sciopero della fame aveva rinfacciato alla procura la sua incertezza ("avrebbe dovuto decidersi prima, [...] anche per non apparire come scossa e rimorchiata da questo gesto"(31), e che il 23 marzo ritorna sul caso Malatesta con un articolo significativamente intitolato: "Fissare la data del processo e concedere la libert provvisoria!", non firmato ma scritto sicuramente dal suo direttore.
Se l'organo del fascismo riprende l'argomento  perch "al disopra della persona di Malatesta, che abbiamo combattuto e torneremo a combattere, c' una questione giuridica, morale e politica di alto interesse"(32). L'arresto dell'agitatore, al quale i fascisti riconoscono "una statura morale molto superiore a quella di altri tribuni cosiddetti sovversivi"(33), risale al 17 ottobre dell'anno prima. L'imputazione di complotto contro la sicurezza dello stato  caduta in istruttoria. Gli altri capi d'accusa riguardano articoli di giornale e discorsi, per i quali non  prevista la carcerazione preventiva. Il Popolo d'Italia afferma di aver saputo "da fonte attendibilissima" che "la giornata di oggi sar decisiva nei confronti di Malatesta e compagni" e si augura che la sezione d'accusa faccia, "oggi, quello che avrebbe dovuto e non ha forse potuto fare, prima del precipitare degli avvenimenti"(34). E aggiunge:

Se noi insistiamo sulla questione Malatesta non  gi perch gli anarchici o cosiddetti tali meritino qualche riguardo da parte nostra. Essi, come i socialisti, continuano a diffamarci nella maniera pi ignobile. Ma qui non sono in gioco persone o partiti:  in gioco un interesse o principio universale che si riassume in questa semplice proposizione: dopo cinque mesi di carcere preventivo anche l'ultimo dei delinquenti deve conoscere quale destino lo attende. Appunto perch le vaste masse di lavoratori tesserati e bolscevizzati se ne... stropicciano allegramente del digiuno di Malatesta noi, minoranza che professa principi di giustizia e di restaurazione della giustizia, interveniamo, per dire la nostra parola e rivolgere il nostro appello alla Magistratura milanese, la quale deve tener conto anche di certi stati d'animo che vanno formandosi e che in Liguria hanno portato a uno sciopero generale iniziato dalla gente di mare. Un pericolo Malatesta non esiste o non  cos grave come lo si pu dipingere. Questi vecchi profeti che biascicano da mezzo secolo le loro invariabili noiose e melanconiche giaculatorie anarchiche o socialiste non sono pi del nostro tempo e non dicono pi nulla alle nuove generazioni. Comunque, al disopra delle legittime preoccupazioni per l'ordine pubblico (minacciato pi dal digiuno di Malatesta che dalla sua scarcerazione), rimane la questione di merito e di diritto. La Sezione d'Accusa -amiamo crederlo - chiuder oggi questo capitolo e restituir i tre pretesi cospiratori alla libert e al paese.(35)

Donde ricavava Mussolini tanta apparente sicurezza? Dalla "fonte attendibilissima" delle sue informazioni, che era un buon amico, "un noto deputato non definibile dal punto di vista delle tendenze attuali del socialismo, ma di professione "navigatore"" (trasparente allusione all'on. Giuseppe Giulietti, segretario della Federazione italiana lavoratori del mare), reduce da un colloquio avuto il giorno prima con il comm. Raimondi, l'uomo che aveva appena lasciato la carica di presidente della corte d'assise di Milano per assumere la direzione della procura del re. Dal nuovo procuratore generale Giulietti aveva appreso che la sezione d'accusa si sarebbe riunita proprio quel giorno per decidere sulle conclusioni della procura. Raimondi, veramente, gli aveva anche detto che la concessione della libert provvisoria poteva essere ostacolata dalla recidiva in cui erano incorsi gli imputati. Ma "opinioni di competenti in materia" assicuravano al Popolo d'Italia che l'ostacolo non era insuperabile(36).
La mattina del 23 marzo, insomma, grazie soprattutto all'articolo di questo giornale, comincia a diffondersi in citt un certo ottimismo sulla sorte dei tre anarchici incarcerati. Un ottimismo, non si sa quanto fondato, che contrasta brutalmente con il grosso titolo a piena pagina dell'ultimo numero di Umanit Nova. Un titolo che dice semplicemente: "Compagni! Malatesta muore!"(37).

Quel giorno il proletariato milanese incroci le braccia per un'ora, in segno di protesta "contro il sequestro di persona di Malatesta e compagni"(38). La decisione era stata presa la sera prima dal Consiglio generale delle leghe al termine di una burrascosa riunione turbata da vivaci incidenti(39). Informa Il Secolo:

L'invito lanciato dal giornale anarchico Umanit Nova ai seguaci di trovarsi per le ore 21 alla Camera del lavoro ha avuto per risultato che un'ora prima dell'ora prestabilita le adiacenze (...) erano affollatissime. Nuclei numerosi di operai chiudevano quasi letteralmente l'accesso ai delegati...(40)

Dopo le nove, quando la ressa divenne preoccupante, le "guardie rosse" che vigilavano l'ingresso si videro "costrette a chiudere la porta in faccia a tutti i ritardatari". Questi "ritardatari" erano, in realt, gli anarchici convocati da Umanit Nova, che dopo aver rumorosamente protestato per l'esclusione, cercando invano di abbattere la porta ferrata, ricorsero a uno stratagemma per "giungere diversamente ai delegati e influire sulle decisioni loro"(41). Ovvero, come scriver il Corriere della Sera, "per tentare di sabotare la discussione e imporre che il consiglio delle leghe deliberasse quella manifestazione di protesta che il quotidiano degli anarchici [andava] invocando da alcuni giorni (...)"(42).
Una cinquantina di anarchici cercarono di entrare passando alla spicciolata dall'ingresso della Societ Umanitaria, che aveva gli uffici dietro la Camera del lavoro. La chiusura dei cancelli e il tempestivo intervento del servizio d'ordine frustrarono il tentativo. Delusi, gli anarchici dovettero rassegnarsi a tornare nei pressi della Camera del lavoro dove "si sfogarono a cantare [e] a distribuire gratis il numero odierno" del loro giornale(43). Poi, in cinquecento, scalarono il muro di cinta della Camera del lavoro e tennero un comizio nel cortile(44).
Dentro, intanto, la discussione era incominciata. Il segretario generale della Camera del lavoro, Giovanni Bensi, aveva appena preso la parola quando dal fondo della sala qualcuno lo interruppe gridando: "Viva Malatesta!".
Delegati e spettatori, tra i quali gli anarchici sono numerosi, scattano in piedi. Si accendono violenti battibecchi. Alcuni anarchici, soverchiando il clamore, formulano una precisa minaccia: la discussione non potr proseguire se prima non si sar affrontato l'argomento del rilascio di Malatesta e dei suoi due compagni. Tornato il silenzio, Bensi pu riprendere il discorso. "Abbiamo ritenuto inutile e dannoso lo sciopero generale" dice "perch non farebbe che creare altre vittime." Tra le continue interruzioni degli anarchici, il segretario assicura che la commissione esecutiva della Camera del lavoro "si  affidata alla coscienza della massa". "Noi non siamo dei demagogisti" esclama "che promettono ci che  irrealizzabile."
Dal fondo della sala altre voci tornano a interromperlo. Si vuole che parli Schiavello, l'esponente della minoranza comunista. Quando il clamore si placa Bensi affronta il caso Malatesta, dichiarando che "la commissione esecutiva si  subito interessata per aiutare quei compagni". E conclude dicendo che "la Camera del lavoro  a disposizione degli organi dirigenti per una energica azione per il rilascio di tutte le vittime politiche indistintamente"(45). Ammoniti i presenti a "non continuare nella loro opera fratricida "(46), il segretario presenta all'assemblea un generico ordine del giorno di protesta per i sanguinosi episodi degli ultimi giorni. "La parte operaia" cos Umanit Nova ne sintetizzer il contenuto "deve astenersi da qualsiasi provocazione preoccupandosi della difesa delle organizzazioni."(47)
Pi duro l'intervento di Schiavello. "Il proletariato milanese" dice l'organizzatore comunista "non vuole assolutamente subire le violenze scatenate sopra di esso dalla borghesia. Di fronte a questa situazione ci sono tre vie: lo sciopero generale, lo sciopero insurrezionale e l'atto di rappresaglia". Scartati i primi due metodi, Schiavello spiega ai presenti perch l'ultimo sia da preferire: "Per soffocare il fenomeno fascista bisogna andare diritti al tronco, senza sperare di estirparlo con le forme di protesta. A ogni violenza fascista bisogna rispondere con la violenza operaia"(48). Schiavello conclude il suo intervento proponendo all'assemblea il seguente ordine del giorno:

Il consiglio generale delle leghe, di fronte alla situazione locale, determinata dal fascismo borghese con la connivenza governativa, ritiene che, nella crisi politica ed economica odierna, unica arma efficace di lotta per il proletariato - minacciato nelle sue conquiste, nelle sue istituzioni, nella vita dei suoi uomini migliori - sia la risposta immediata alle azioni fasciste con uguale metodo e uguale violenza (...)(49).

Ci non basta agli anarchici presenti, i quali vorrebbero che fosse subito decisa un'azione a favore di Malatesta. Uno dei cinque fratelli Vella scavalca la balaustra che divide il pubblico dai delegati e improvvisa un comizio chiedendo un concreto atto di solidariet operaia, "al di sopra delle deliberazioni burocratiche"(50), per i compagni chiusi a San Vittore. La sala piomba in una confusione indescrivibile. Gli anarchici hanno invaso il posto riservato ai delegati e la riunione non pu proseguire. Dopo pi di un quarto d'ora questi sono invitati a passare in un'altra sala per procedere alla discussione e arrivare al voto. Ci vorr quasi mezz'ora perch il Consiglio delle leghe si riunisca nuovamente nella sala terza della Camera del lavoro. Qui "gli anarchici, sprovvisti di tessera, non sono ammessi, e la discussione pu continuare"(51).
La parola  di nuovo a Schiavello, che correda la sua mozione di "un inciso col quale il consiglio delibera di invitare gli operai a effettuare oggi [23 marzo 1921], dalle ore 10 alle ore 11, un'ora di sciopero bianco in segno di protesta per le violenze fasciste e di solidariet con i carcerati politici in attesa di processo"(52).
Tocca poi a Bensi ricordare ai presenti come nella riunione pomeridiana della commissione esecutiva camerale maggioranza e minoranza si fossero trovate "concordi nell'escludere l'opportunit di qualsiasi azione diretta e immediata"(53), deliberando altres di "opporsi a qualsiasi decisione estrema" e di "ispirare alle masse sensi di moderazione"(54). La riunione, alla quale aveva partecipato anche D'Aragona, si era sciolta dopo cinque ore di vivace discussione "rimettendo ogni decisione [al] consiglio generale delle leghe"(55). In conseguenza di ci Bensi pone sul proprio ordine del giorno la questione di fiducia.
 passata mezzanotte quando si procede alla votazione per alzata di mano: "la quale eseguita, risulta per dubbia"(56). La successiva votazione per appello nominale d come risultato l'approvazione della mozione Schiavello. La minoranza comunista ha battuto la maggioranza socialista i cui rappresentanti, subito dopo il voto, si dimettono da una commissione esecutiva "colpita" scriver Umanit Nova "nel suo onore, nel suo amor proprio, nella sua sifilitica verginit riformisticamente cucita a filo doppio"(57). Dopodich la lunga seduta  tolta. Commenter Il Secolo:

Il consiglio generale delle leghe si  trovato, evidentemente, in una situazione difficile, combattuto tra il proprio senso di responsabilit e la pressione esterna degli elementi estremi. Se avesse potuto muoversi liberamente, in una linea di obiettivit superiore all'eccitazione del momento, avrebbe preso una risoluzione perfettamente conforme all'opinione prevalente nei circoli direttivi del movimento operaio e del partito socialista. Viceversa agivano sulla sua libert di giudizio diversi fattori: la commozione operaia per gli ultimi dolorosi avvenimenti, le influenze del movimento di Genova, la pressione anarchica e comunista diretta a spingere le masse lavoratrici ad un atto tangibile di solidariet verso Malatesta, avviato al sacrificio della vita senza reazione da parte di un proletariato nel quale l'insensibilit dei dirigenti avrebbe represso, secondo l'interpretazione comunista-anarchica, tutti gli impeti generosi(58).

In tali circostanze "la tesi di Bensi naufrag": una tesi "apparentemente dilatoria (...) ma non priva di saviezza"; una tesi "socialisticamente logica", perch affidava l'unica difesa possibile del proletariato alla seriet della preparazione e alla forza dell'organizzazione. Ma gi prima era naufragata la tesi estrema dello sciopero generale, "respinta all'unanimit dalla commissione esecutiva, comunisti compresi". Tale unanimit " andata a spezzarsi contro gli imprevisti dell'ambiente e della discussione". I comunisti hanno battuto gli esponenti della maggioranza camerale, conclude Il Secolo, "sovra un terreno non di fatti ma di parole"(59).
Molto ha contato, secondo il Corriere della Sera, "l'influenza esercitata dall'atteggiamento violento degli anarchici"(60) che, ribadisce La Sera, "hanno avuto un peso non indifferente sull'esito della seduta"(61).
 stato in gran parte per causa loro che si  giunti allo sciopero, uno sciopero dal quale sono esclusi solo i tramvieri e gli addetti ai forni a fuoco continuo e che dovrebbe ripetersi tutti i giorni per un'ora a partire dal 23 marzo.
"Ma all'atto pratico" si consola il Corriere "la protesta sar limitata alla sospensione odierna, perch la segreteria della Camera del lavoro non ha dato istruzioni per i giorni seguenti."(62)

Quel giorno lo sciopero generale di protesta per le violenze fasciste, e in modo pi specifico per quella che era considerata l'arbitraria detenzione di Malatesta, Borghi e Quaglino, aveva toccato i vertici del triangolo industriale e sembrava, seppure tra incertezze e contrasti, prendere lentamente quota dopo un faticoso avvio.
Torino  stata la prima a muoversi, spontaneamente, fin dal 21 marzo, con sospensioni del lavoro all'Itala e alla Black. Durante il comizio di protesta svoltosi in serata alla Camera del lavoro per iniziativa dell'Unione anarchica italiana(63) il rappresentante dell'Usi propone lo sciopero generale. L'assemblea, "in un momento di generoso impulso"(64) accoglie la proposta. Ma i comunisti riescono a farla recedere dalla decisione presa, "pur dichiarandosi propensi a iniziare, per ora, una forma pi lieve di agitazione"(65). Dopo un'altra movimentata riunione tra anarchici, comunisti e organizzatori sindacali si decide di ordinare la sospensione del lavoro per un'ora, in tutti gli stabilimenti, con comizi interni di protesta(66).
La mattina del 23 marzo l'unico stabilimento torinese che deve chiudere i battenti per l'uscita di tutti gli operai  quello della Scat. Altrove, come all'Itala, "soltanto elementi estremisti" lasciano il lavoro(67). "Nella grande maggioranza degli stabilimenti si attese (...) la nuova parola d'ordine del partito comunista e della camera del lavoro", che fu lanciata quella sera. In un appello ai lavoratori di Torino, dopo aver protestato perch nell'Italia borghese, che "i ciarlatani della politica parlamentare sostengono essere governata democraticamente", "un vecchio pi che settantenne [sic], gi indebolito e affaticato dai duri stenti sopportati in un'esistenza interamente spesa per l'emancipazione delle classi oppresse, il compagno Errico Malatesta", era costretto a rischiare la morte per ottenere il rispetto dei suoi diritti pi elementari, si invitavano gli operai a sospendere il lavoro in tutte le officine dalle 10 alle 11 del 24 marzo(68).
A Genova, come sappiamo, lo sciopero  stato deciso alle 24 del 21 marzo dai rappresentanti della Camera del lavoro sindacale, legata all'Usi, e della Federazione italiana lavoratori del mare, dopo che "due riuscitissimi comizi di protesta contro il governo monarchico che tiene ancora in carcere Malatesta, Borghi e Quaglino" si erano svolti durante la giornata(69). Sulla deliberazione si  mantenuto il segreto e la cittadinanza ne  venuta a conoscenza solo l'indomani, a cose fatte(70).
I primi a scioperare sono i facchini da carbone del porto, seguiti via via da tutte le altre categorie di lavoratori, "senza distinzioni di partito"(71). Fin dal mattino sospendono il lavoro gli equipaggi delle navi mercantili aderenti alla federazione di Giulietti. "Verso le 10" scrive L'Ordine Nuovo "il porto di Genova si pu dire che fosse trasformato in un grande cimitero."(72) Alle 12,30 cessa il servizio tramviario e tra mezzogiorno e l'una lo sciopero pu dirsi generale(73): "fatta eccezione" secondo L'Ordine Nuovo "dei soliti crumiri appartenenti alle categorie dei vetturini e degli automobilisti"(74).
Nel pomeriggio scioperano gli operai dei cantieri(75) e di tutte le officine e persino i conducenti delle vetture pubbliche."(76) "Nel centro le saracinesche vengono abbassate rumorosamente. La vita cittadina  completamente paralizzata."(77) Un grande comizio si tiene in piazza Banchi. "L'improvvisa manifestazione" scrive, acido, il Corriere, "ha meravigliato e sfavorevolmente impressionato la cittadinanza."(78) Il quotidiano anarchico si congratula con i "lavoratori autentici" che, "mentre gli organi magni del confederalismo ponzavano [sul]le loro decisioni", hanno agito "ridendosi di tutte le barbe pontificali" e mette in guardia gli organizzatori dello sciopero: attenti che "i soliti padreterni del movimento operaio non lo stronchino con qualcuno dei soliti tradimenti..."(79).
Il 22 marzo l'agitazione dilaga in Liguria. Sciopero "pressoch generale"(80) a Sampierdarena, dove la sua proclamazione ha per suscitato "vivi contrasti"(81) con incidenti e scambi di rivoltellate. In serata, durante un comizio al quale partecipano pi di tremila lavoratori "di tutte le tendenze", si decide di continuare lo sciopero a oltranza. Intanto i locali della sezione dell'Usi sono stati "visitati da un forte nerbo di carabinieri" che, dopo averli perquisiti con esito negativo, "devastarono parecchi mobili, asportando il ritratto di Errico Malatesta"(82).
Scioperano le maestranze degli stabilimenti metallurgici della Spezia, con l'eccezione degli arsenalotti e l'adesione pomeridiana dei tramvieri(83); scioperano i lavoratori di Sestri Ponente, dove si delibera di continuare a oltranza(84); quelli di Voltri, Cornigliano, Bolzaneto, Vado Ligure, Rivarolo, dove "lo sciopero  riuscito magnificamente"(85).
Alle 16 si riuniscono le commissioni esecutive delle Camere del lavoro di Genova e Sampierdarena per studiare la situazione. Dopo un'animata discussione si decide di continuare lo sciopero, "e ci specialmente per opera dei rappresentanti della Federazione lavoratori del mare e degli appartenenti alla locale sezione comunista"(86). "La massa operaia" scrivono il quotidiano anarchico e quello comunista " entusiasta del movimento iniziato spontaneamente e si propone di proseguire fino al raggiungimento del fine prefisso": la liberazione di Malatesta(87).
Cos, in tutta la Liguria, lo sciopero prosegue "compattissimo"(88) il 23 marzo. Non vi partecipano gli addetti ai servizi pubblici, i postelegrafonici, i vetturini e gli autisti di piazza(89). Hanno invece aderito i lavoratori dell'arte bianca e quelli della nettezza urbana. I suoi effetti sono particolarmente visibili nel porto di Genova, dove alcuni transatlantici, che dovevano salpare per l'America, sono sempre fermi agli ormeggi(90).
Alle 14 si riunisce la commissione esecutiva della Camera del lavoro. Giulietti, reduce dalla riunione del Consiglio delle leghe di Milano, appoggia lo sciopero, proponendone il proseguimento e l'estensione, ma incontra "grande opposizione". Solo verso le 20, dopo sei ore di discussione, si vota. Venticinque delegati sono per la ripresa del lavoro, diciassette per la continuazione dello sciopero, gli altri si astengono(91). Giulietti, battuto, dichiara che la federazione di cui  segretario far per conto suo(92). Intanto, mentre i transatlantici immobilizzati nel porto di Genova salgono a quattro, nel pomeriggio del 23 marzo incrociano le braccia anche i lavoratori di Savona. La Camera del lavoro di quel circondario attacca duramente la magistratura, che "col facile sistema dei cavilli giuridici tiene centinaia di compagni carcerati da mesi e mesi, sotto accuse formulate, inventate, mistificate dalla polizia. Contro tale iniquo trattamento" proclama il manifesto pubblicato dall'Ordine Nuovo "(...) un manipolo di eroi del pensiero e dell'azione fra i quali Errico Malatesta ha deliberato lo sciopero della fame. Essi, carcerati, nessun altro mezzo di protesta hanno a loro disposizione, ma voi, lavoratori, che avete tutta la forza della nazione nelle vostre braccia, (...) sorgete!"(93). Il Corriere della Sera parla gi di "danni incalcolabili"(94).
A Milano l'agitazione comincia il 22 marzo con una serie di scioperi spontanei. La notizia dell'assassinio di Inversetti provoca "molto fermento"(95) tra le maestranze della Bianchi, che abbandonano lo stabilimento. Un gruppo di operai raggiunge la Camera del lavoro. Altri, divisi in squadre, prima vanno in via Bixio, dove persuadono le maestranze di una fabbrica a sospendere il lavoro, poi, nella tarda mattinata, improvvisano una dimostrazione in piazza fratelli Bandiera. I lavoratori di altri stabilimenti industriali seguono l'esempio di quelli della Bianchi.
Il 23 marzo la cosa si ripete. "Hanno voluto anticipare la protesta(96) gli operai delle officine Bianchi (...)" scrivono i giornali "che erano entrati regolarmente al lavoro e poi, per gli eccitamenti di qualche elemento estremista, lo hanno abbandonato in massa." Lo sciopero  totale alla Breda, alle Ferriere Lombarde, alla Marelli. Qui, dove "molti operai intendevano continuare il lavoro", scoppia qualche incidente(97).
Alla Moto Meccanica dell'ing. Pavesi, dove il giorno prima avevano abbandonato il lavoro, le maestranze scioperano dalle 10 alle 11. Cos alla Romeo e alla Fonderia Milanese, cos alla Breda di Milano e di Sesto San Giovanni(98). Scrive L'Ordine Nuovo: "Tutte le maestranze, nell'ora di sospensione del lavoro, si riunirono a comizio nell'interno delle officine o sulla porta di esse, e nei comizi furono spiegate agli operai le ragioni dell'agitazione"(99).
Non si effettua la protesta nelle officine meccaniche Miani e Silvestri, "essendo (...) il giorno di turno della chiusura per deficienza di energia elettrica". Non scioperano le officine del gas, la Edison, le altre centrali elettriche. Si lavora nelle fabbriche di Porta Volta. "Se l'astensione si  verificata nei principali stabilimenti" spiega il Corriere della Sera "essa non deve essersi effettuata che in minima parte nelle piccole e medie officine, a desumerlo almeno da questo dato: la Edison distribuiva dalla sua centrale di Porta Volta alle 9,30 un carico di 15.000 kilowatt. Se lo sciopero si fosse esteso in tutte le officine alimentate da quella centrale, avrebbe dovuto aversi una diminuzione sensibilissima nel consumo; la diminuzione invece alle 11 risultava pressoch insignificante"(100).
Nel pomeriggio molti lavoratori milanesi non tornano in fabbrica dopo l'intervallo per la colazione e "i pi importanti stabilimenti"(101) restano inattivi. La colpa, scriver il quotidiano cattolico,  della "propaganda di sobillazione" svolta da alcuni anarchici(102). Le maestranze della Romeo hanno sospeso il lavoro poco prima di mezzogiorno. Verso le 14,30 squadre di anarchici e di comunisti fanno il giro delle zone industriali per convincere gli operai a lasciare le officine(103). Alla Stigler quelli che non si presentano sono circa un centinaio. Cos pure all'Isotta-Fraschini. Alla Breda e alla Pirelli si lavora regolarmente, ma le maestranze se ne vanno in anticipo, verso le 4 del pomeriggio. Si insiste presso i tramvieri perch portino le vetture in rimessa. Ma questi, "non avendo ricevuto alcun ordine in proposito", continuano "quasi tutti" regolarmente il servizio(104).
La sera del 23 marzo lo sciopero di protesta per la detenzione di Malatesta, Borghi e Quaglino tende a uscire dal perimetro del triangolo industriale. Gi al mattino avevano incrociato le braccia i lavoratori del marmo di Carrara(105). La sera, durante una riunione alla Camera del lavoro di Pavia, socialisti, comunisti, anarchici e sindacalisti proclamano lo sciopero generale, che verr attuato la mattina dopo e far registrare l'astensione completa dei lavoratori. Anche la Camera del lavoro di Civitavecchia proclama lo sciopero generale, che il giorno dopo riuscir "compattissimo"(106). Uno sciopero parziale per il pomeriggio del 24 marzo viene deciso a Bologna(107). A Parma l'Unione italiana del lavoro, l'organizzazione dei sindacalisti interventisti di De Ambris, invita i suoi aderenti a solidarizzare con Malatesta e a chiederne la liberazione. "Ma L'Uil ritiene pure che sia finito il tempo delle facili illusioni e delle fallaci proteste" dice il manifesto diffuso per l'occasione. "O il proletariato tutto sente di pretendere la scarcerazione di Malatesta, e allora cessi senz'altro ogni attivit e ogni operosit e imponga al governo di Giovanni Giolitti la liberazione di Malatesta e di tutte le altre vittime della reazione borghese; o questo il proletariato non lo sente, e allora vorr dire che tutto il rivoluzionarismo finora albergato sulle labbra di moltitudini non sar stato altro che una volgare menzogna."(108)
Qualche progresso si  fatto. L'avvio  stato incerto, ostacolato dall'inerzia degli organi direttivi sindacali. A Genova ha deciso Giulietti, amico personale di Malatesta. A Torino i comunisti, rimasti soli nella commissione esecutiva della Camera del lavoro dopo l'uscita della minoranza centrista dei socialisti unitari(109). A Milano la minoranza comunista, con un colpo di mano favorito dalle pressioni anarchiche. Ma l'agitazione si diffonde. La base operaia reagisce, anche se forse con un po' di stanchezza. L'opinione pubblica, pur nutrendo comprensibili apprensioni per la nuova protesta operaia, sembra toccata dal caso umano di un vecchio agitatore costretto a fare lo sciopero della fame per ottenere che venga rispettato il suo diritto di essere processato.
Manca per un programma, un obiettivo concreto, una parola d'ordine capace di mobilitare le masse. Praticamente abbandonato a se stesso e all'azione di pochi "estremisti", il movimento rischia di esaurirsi spontaneamente com' nato.

Quel giorno, nel primo pomeriggio, a Milano si sparse la notizia di uno scontro tra anarchici e guardie regie in piazza Beccaria(110). L, poco prima delle 16, una sessantina di anarchici(111) si erano raccolti davanti al tribunale "perch, non si sa come, era sorta la voce che l'autorit giudiziaria volesse processare il Malatesta segretamente"(112). Il commissario Villa, intervenuto con un centinaio di agenti investigativi e guardie regie(113), tent di convincerli ad andarsene, perch "si trattava di una falsa notizia"(114). Non riuscendovi, "fatti suonare gli squilli", sciolse l'assembramento con la forza e oper una trentina di arresti"(115).
Non era la prima volta che gli anarchici provocavano incidenti per richiamare l'attenzione della gente. Domenica mattina, alla Casa del popolo, avevano disturbato, gridando "Viva Malatesta!", la cerimonia commemorativa della Comune di Parigi e di Osvaldo Gnocchi Viani. E l'Avanti! non era riuscito a nascondere la stizza per le continue interruzioni subite, in quella circostanza, dal sindaco Filippetti e dagli altri oratori socialisti(116). Poi, nei giorni seguenti, gli anarchici avevano tentato ripetutamente di far sospendere il servizio tramviario. Ma i loro tentativi erano falliti. Marted pomeriggio, scrivono i giornali, "soltanto in alcune linee, quella di porta Genova e quella della Gagnola, [i tramvieri] hanno abbandonato il servizio riconducendo nelle rimesse i tram"(117). Il 23 marzo a Milano c' parecchia tensione. Fin dalle prime ore del mattino la Camera del lavoro  letteralmente invasa da gruppi di operai che parlano degli ultimi avvenimenti. Fuori, un po' dappertutto, si nota "un largo spiegamento di forza pubblica"(118), specie in piazza del Duomo e nelle adiacenze di palazzo Beccaria. Le sedi di due giornali, L'Avanti! e Il Popolo d'Italia, sono presidiate e cinte da cordoni di veicoli militari. Il clima  pesante. Sembra che da un momento all'altro debba succedere qualcosa.
"Qua e l in tutta la giornata" scriver il giornale socialista "furono arrestati una cinquantina di operai solo perch trovati a gruppi a discutere."(119).

Quel giorno i milanesi della buona societ parteciparono, in piazza del Duomo, all'inaugurazione del palazzo della nuova Rinascente(120).
Distrutto da un incendio la notte di Natale del 1918, l'edificio  stato ricostruito dall'architetto Giovanni Giachi, che dichiara fieramente a un cronista: "Ho lavorato per due anni con operai magnifici per disciplina e lavoro. Questa si pu chiamare l'opera della bont creatrice. Non una questione con gli operai, non uno sciopero e molta fede..."(121). Scriver un quotidiano il giorno dopo: "Non si entrava che con biglietto d'invito, e pur i presenti eran folla. Si potrebbe dire: tutta l'aristocrazia, tutta la borghesia, tutto il popolo erano rappresentati"(122).
Alle 17,30 arrivano il duca d'Aosta e il conte di Torino. I due principi, in borghese, passano in rivista un plotone di lancieri e ricevono l'ossequio delle autorit cittadine. Poi tutti entrano nel palazzo.

Gli invitati passavano dalla galleria delle vetrine elicoidali, che sostituisce le antiche vetrate semplici e in cui era gi preparata una mostra di abbigliamenti femminili, ed entravano nel salone centrale, che  stato completamente ricostruito fondendo in uno i tre precedenti cortili vetrati. Su di esso, illuminato da un velario a vetri decorati rappresentanti le fogge di vestire nelle diverse epoche, girano quattro piani di vendita, ove sono esposte merci per 35 milioni di lire(123).

Sei ascensori portano il pubblico ai piani, due montacarichi e gli scaricatori elicoidali provvedono alle merci in arrivo e in partenza. La posta pneumatica mantiene i contatti tra le casse dei vari reparti, la cassa centrale e la direzione. Speciali precauzioni si sono prese contro gli incendi, collegando telefonicamente la Rinascente con la caserma dei pompieri, fornendola di un enorme serbatoio pieno d'acqua e creando un corpo interno di vigili del fuoco.

Vi sono poi completi servizi di posta, telegrafo, una sala di scrittura, un'agenzia - persino una banca; un fumoir con bar, la sala per radersi... a macchina e quella per prendere il t(124).

La nuova Rinascente dar lavoro a circa ottocento persone. La divisa si compone, per gli ispettori, di una redingote nera con scarpe e calze dello stesso colore e camicia e cravatta bianche; per le commesse, di un grembiule nero con scarpe e calze nere; per i commessi, di una giacca e un gilet neri con pantaloni scuri o fantasia. "Che diranno i camerieri" si chiede sarcastico un giornale "i quali hanno fatto un'agitazione apposta per ottenere la libert... di vestir male a piacimento?"(125).
Nel salone, adorno di bandiere tricolori e illuminato a giorno, il presidente del consiglio di armministrazione della societ tiene agli intervenuti un "discorso vibrante di fede"(126). In campo economico, dice Senatore Borletti, si  fatto di tutto per avvicinare il consumo alle fonti di produzione, con la conseguenza di una "benefica azione calmieratrice". In campo estetico gli organizzatori, pur essendosi giovati di quanto di meglio producono gli altri paesi, hanno dato la preferenza alle marche italiane. Dal punto di vista commerciale, infine, i nuovi magazzini si propongono di "sorpassare la vecchia forma dei classici bazars e dei caotici empori", soddisfacendo i bisogni di tutti(127). Ma i promotori della Rinascente hanno avuto anche un compito sociale: quello di affermare, attraverso la nuova opera, il diritto alla vita della borghesia(128).

Questa borghesia nel suo grande passato ha saputo sprigionare immense forze di studio, di iniziativa e di ricchezza, mettere in valore infinite risorse, avvicinare continenti, creare gigantesche imprese, togliere l'individuo dalla solitudine, armare il popolo del diritto elettorale ed elevare imperiture opere di civilt. A tutto quanto  bellezza, azione, progresso, vittoria essa ha offerto mente, braccia, sacrifici, sangue, per cui essa non  fuori della storia, ma parte viva della storia nel dolore e nella gioia. E questa storica borghesia, che ha un cos grande passato, pu e deve darsi un grande domani(129)!

Dopo aver affermato, tra gli applausi, che deve esistere "una sola casta, quella del lavoro"(130) l'oratore liricamente conclude:
Gioia dell'oprare e del continuo rinascere e dell'eterno ascendere! (...) Ecco l'impresa che vi presentiamo, battezzata prima dal Poeta(131), raffigurata poi dal pollice geniale dell'artefice nella fanciulla che offre alla rinascente vita la gioia della sua infiorata giovinezza, simboleggiata ora dal Pittore nel tronco che, fulminato, spezzato, carbonizzato, lancia tuttavia dalle ferite il suo grido di rinascita, il suo getto ridente di fronde e di bacche. Possa cos la vecchia anima italica lanciare al suo azzurro cielo la sua eterna Primavera(132)!

Quel giorno, sulla stampa cittadina, comparve la notizia di un attentato. Era stato commesso il giorno prima ai danni di "un noto industriale milanese" proprietario di vaste officine a Sesto San Giovanni: Ercole Marelli(133).
Erano le 5 del pomeriggio quando l'industriale, partito poco prima da Milano, arrivava a Sesto San Giovanni(134). Qui la sua macchina aveva rallentato davanti al cancello del reparto magneti, mentre dallo stabilimento uscivano le maestranze. In quel momento "un ragazzotto vestito di un abito turchino scuro"(135), staccandosi da un capannello fermo in mezzo alla strada, si era avvicinato alla vettura e aveva esploso improvvisamente un colpo di rivoltella in quella direzione. Il proiettile, forato il cristallo di un finestrino, era uscito dall'altro. Il cav. Marelli, uomo fortunato, "ebbe semplicemente sfiorato il cappello"(136).
Sia l'autista che l'industriale dichiararono poi di aver pensato allo scoppio di una gomma. Ma gli operai dello stabilimento, che "in buon numero erano presenti al fatto", avevano visto "un giovane dell'apparente et di diciotto o vent'arrni, imberbe, vestito di bleu, con un berretto marrone", accostarsi alla macchina con una rivoltella in pugno(133). Scrisse Il Secolo:

L'autorit locale non ritiene trattarsi della vendetta di qualche operaio, essendo il Marelli ben voluto e stimato dalle sue maestranze, ma, come  anche voce generale nella borgata, di qualche attentato anarchico, in correlazione con la detenzione di Malatesta (...)(137).

Quel giorno era ormai convinzione generale anche a Milano che Giolitti, "per incoscienza arteriosclerotica"(138) o per altri motivi, avesse deciso di sciogliere la Camera e indire nuove elezioni entro brevissimo tempo. I socialisti le temevano, consci del peso che avrebbe avuto sull'elettorato la violenza squadristica fascista, e si erano adoperati per scongiurare quella che a loro appariva una deprecabile eventualit. Tutti gli altri partiti le consideravano un'occasione d'oro: per prendersi la rivincita sul trionfo elettorale socialista di due anni prima e ricondurre gli avversari a dimensioni meno massicce e allarmanti. Scrisse La Sera quel pomeriggio:

Fa quasi pena l'arrabattarsi dei socialisti contro le elezioni. Sono passati dai furibondi attacchi al ministero alle offerte pi pedisseque a Giolitti, dalle minacce della repubblica alle implorazioni di servizi del partito, dallo spauracchio di una strage all'ultimo tentativo di voto contro il ministero.
Non c' pi, nel loro atteggiamento, n un pensiero politico, n una linea, n, diciamo pure, un po' di decoro di partito. Non si avverte che un generale piagnucolamento.
E pensare che pochi mesi addietro, quando vennero alla Camera, avevano un tono da padroni che sgomentava (...). La rivoluzione era, secondo loro, imminente: non c'era ormai che alzare un dito per farla, e Modigliani offriva, come unica ancora di salvezza, una repubblica socialnittiana.
E ora quelle stesse persone (...), a pochi mesi di distanza, (...) non hanno nemmeno il coraggio di presentarsi agli elettori(139)!

Quel giorno i quotidiani del pomeriggio pubblicarono brevi cronache della seduta antimeridiana alla Camera dei Deputati. Anche in quella tornata si era discusso di Errico Malatesta.
Rispondendo a un'interrogazione del socialista Francesco Rossi sullo sciopero generale di protesta indetto a Sestri Ponente e in altri centri della Liguria contro il trattamento giudiziario riservato al vecchio agitatore, Corradini confermava le notizie circolanti:

C' stato uno sciopero a Genova, questo sciopero si  diffuso a quasi tutti i comuni della Polcevera, e a Sestri Ponente c' stato precisamente l'abbandono del lavoro da parte delle maestranze di quelle officine.

Dopo aver accennato ai due attentati di Pegli e Sampierdarena(140), l'on. Rossi faceva notare al sottosegretario che la Liguria "era stata fino a ieri immune da questi dolori". C'era da compiacersene, ma anche da allarmarsi: perch "sono cos dense le maestranze lavoratrici in molti centri di quel paese che un turbamento potrebbe produrre assai pi gravi conseguenze che non in un paese agrario delle altre regioni d'Italia". Precisava quindi il deputato:

Nell'attuale agitazione non ci sono interessi materiali. La dimostrazione si faceva ieri mattina vicino alle carceri di Sampierdarena, dove sono dei detenuti per ragione politica. Il grido dei dimostranti era a favore delle vittime politiche, di Errico Malatesta e di altri suoi compagni meno noti.

I conflitti tra fascisti e socialisti avevano raggiunto una frequenza preoccupante.

Debbo, per, prendere atto che non si arrestano mai i fascisti, ma sempre i socialisti. Le statistiche giudiziarie sono ancora immuni da pronunziati giudiziari contro fascisti, mentre noi altri abbiamo tutti i giorni delle aspre condanne e, prima delle aspre condanne, abbiamo delle assurde montature di giudizi contro i nostri compagni...

Alle critiche del parlamentare socialista - circa il prolungarsi della detenzione preventiva di Malatesta, causa prima delle agitazioni, rispondeva l'on. Dello Sbarba, sottosegretario di stato per la giustizia e gli affari di culto.

Gi il ministro guardasigilli, rispondendo due sere or sono ad analoga interrogazione dei deputati Buffoni e Bombacci, spieg alla Camera come l'istruttoria contro Malatesta e altri dov necessariamente svolgersi in un lasso di tempo non breve non per negligenza dei giudici inquirenti ma a causa della molteplicit e gravit delle denuncie e conseguenti imputazioni (...).

Ci nonostante il "voluminoso incarto", giunto alla fine del suo viaggio travagliato, si trovava ora all'esame della sezione d'accusa.

Noi ci auguriamo che (...) saranno cos tolte tutte le ragioni di agitazione, di critica, di turbamento. D'altronde lo sciopero pro-Malatesta si  impostato su questo dilemma: o consentite la scarcerazione o portate subito al giudice gli imputati! Ora dal momento che la requisitoria del procuratore generale  stata fatta, e si ha fondata speranza che entro il mese corrente la sezione d'accusa gi si sar pronunciata, la ragione di quell'ansiet e di quella protesta cade.

La seduta, interrotta per il pranzo, riprese alle 14 e termin alle 21,05. Fu l'ultima della XXV legislatura(141).

Quel giorno si ebbe per la prima volta una spiegazione della misteriosa esplosione udita a Milano due notti prima.
Il 22 marzo, verso l'1,30, uno scoppio fortissimo aveva fatto tremare la citt. La ricerca del luogo e della causa dell'esplosione, durata fino all'alba, era rimasta infruttuosa.
Ora, da una denuncia della Edison alla procura del re, risultava che qualcuno, quella notte, aveva cercato di far saltare, con un tubo di gelatina, "il palo n. 294 della linea elettrica Sesto San Giovanni alla Fontana (...) tra Cinisello e la Bicocca"(142). La carica esplosiva aveva tranciato due dei quattro montanti del traliccio. Gli altri si erano solo piegati e la linea non aveva subito interruzioni. "Ma se il palo fosse caduto," scrissero allarmisticamente i giornali "quasi la met di Milano sarebbe stata per molti giorni priva dell'energia elettrica."(143)

Quel giorno di sole si alz alle 6,23. Durante la notte la temperatura aveva toccato un minimo di gradi 5,8 sopra lo zero. Alle 8 del mattino era gi di gradi 8,6. Il cielo era sereno, soffiava un debole vento di nord-est. La temperatura massima della giornata fu di gradi 17,7. Umidit relativa: 81. Pressione barometrica: 769,1. Il sole cal alle 18,38. Cinque minuti prima era sorta la luna piena di Pasqua. Sarebbe tramontata, sulla citt sconvolta, alle 5,52 del mattino dopo(144).

Quel giorno i milanesi che volevano passare una serata fuori potevano scegliere tra molti programmi.
Agli amanti dell'opera lirica il teatro Dal Verme offriva Dejanice di Catalani; Lo spettacolo di quella sera era in onore di Ester Mazzolen, l'"eletta cantatrice" che, "affrontando l'interpretazione di una parte che non sembrava la pi adatta ai suoi mezzi vocali"(145), aveva comunque dato al personaggio "un'anima canora e potenti vibrazioni drammatiche"(146).
Agli appassionati della prosa cinque teatri offrivano la scelta fra quattro commedie in lingua e una in dialetto. Al Manzoni la rappresentazione degli Amanti di Donnay era in onore di Tullio Carminati che quella sera, davanti a un "uditorio elegantissimo", "con fine senso d'arte" avrebbe fornito un'interpretazione "squisita per sobriet, per naturalezza, per intelligenza di dizione". N sarebbero mancati gli applausi alla sua partner, l'attrice Alda Borelli, interprete, "con mirabile finezza", del personaggio di Claudina(147).
Unica novit della serata la commedia dialettale di Piero Ottolini, Var minga la pena.!..., messa in scena al Filodrammatici dalla compagnia milanese La Lombarda. Era la storia di un reduce che, "deluso nel suo sogno di rinnovamento sociale, abbraccia come unica speranza di salvezza le utopistiche teorie anarchiche fino a rendersi complice di un attentato terroristico": un ragazzo "inebbriato di vuote parole" che, in singolare coincidenza con gli avvenimenti di quella sera, "andr a perdersi nella follia di un gesto inutile e crudele"(148).
Chi amava la rivista poteva scegliere tra il Lirico, dove la compagnia Rota-Donati presentava Il nuovo casino i citt, e l'Eden, dove la compagnia stabile Castagna metteva in scena All'idea di quel metallo..., tre atti di De Flaviis e Natoli: un "lavoro garbato e piacevole" imperniato sull'idea che "l'oro non rappresenta n la saggezza n il bene" e che, dunque, "pi ha chi pi produce"(149).
Chi amava il cinematografo, ancora ai primi passi, poteva andare al Garibaldi a vedere Sansone contro i filistei oppure, al Palace, il sesto e ultimo episodio della Tigre sacra.
Chi amava i burattini poteva andare al Gerolamo, dove la compagnia marionettistica Colla (ancor oggi in attivit) presentava un doppio programma: I tre gobbi di Damasco e La serenata di Pierrot.
Gli appassionati della pelota basca si sarebbero dati convegno alle nove all'Augusteo; gli amanti del pattinaggio al Luna Palace di corso Buenos Aires; quelli del ballo, certo pi numerosi, allo stesso Luna Palace e al Dancing Palace Orfeo di via Torino; quelli del variet al San Martino e al Trianon.
Restava l'operetta, uno dei generi allora pi in voga. Qui la scelta era limitata a tre titoli, essendo il mercoled il giorno di riposo del quarto teatro (il Verdi) di solito adibito a quel tipo di spettacolo.
Molti andarono al Carcano, dove la compagnia Vannutelli-Pancani n. 3 presentava La casta Susanna di Gilbert. Altri preferirono il Fossati, dove la compagnia C. Lombardo n. 1 dava S di Mascagni. Altri ancora, i meno fortunati, optarono per il Kursaal Diana di Porta Venezia, dove la compagnia di operette Ivan Darcle presentava, con inizio alle 20,30, Mazurka blu, tre atti di Franz Lehar: "il successo pi forte della stagione"(150).

Quel giorno una bomba esplose al Diana nell'intervallo tra il secondo e il terzo atto. Il bilancio finale delle vittime sarebbe stato di ventun morti e quasi cento feriti. Fu il pi grave attentato dinamitardo nella storia d'Italia(151).
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Seconda parte.
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IL BIENNIO ROSSO... E NERO.
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Noi vogliamo reagire contro l'andazzo di considerare gli atti violenti degli anarchici individualisti come semplici manifestazioni di temperamenti degenerati. Ah, signori, si fa presto a tappare nei barattoli dell'antropologia criminale le parti craniche o carnose dove voi credete di avere scovato il perch del delitto, ma chi vuole studiarli deve ricondurli l dove erano unit sociali pulsanti, viventi e partecipanti alle lotte generali e collettive della vita. Senza l'ambiente non rimarrebbe di loro che una chiazza di sangue e nessuno sfuggirebbe alla sentenza che inchioda alla croce dei delinquenti nati.
Paolo Valera

Com' che in costoro, pazzi, criminali pur quasi tutti, e nevrotici ed anche fervidi passionali, spicca cos grande l'altruismo che non si trova nel comune degli uomini, e meno ancora nei pazzi e nei criminali, i pi tristi egoisti del mondo?
Cesare Lombroso


"UN VIOLENTO E PERICOLOSISSIMO SOVVERSIVO"

Verso la met di marzo del 1919 un giovane disoccupato mantovano lasci la citt dei Gonzaga per venire a Milano in cerca di lavoro. Si chiamava Giuseppe Mariani, era un ferroviere sospeso dal servizio e proprio in quei giorni stava per diventare maggiorenne, essendo nato il 30 marzo di ventun anni prima a Castellucchio, piccolo comune in provincia di Mantova. Piccoletto, mingherlino, scuro d'occhi e di capelli, aveva la fronte alta, il naso diritto e un viso tondo dalla pelle olivastra. Con il vestito nero, il cappello sulla nuca, le mani tozze e le spalle spioventi, non doveva essere molto diverso da uno dei tanti contadini della pianura padana che avevano fatto la guerra e che solo allora, con l'inizio della smobilitazione, cominciavano a tornare a casa.
Mariani e la guerra si erano appena sfiorati. Anche lui, nella primavera del 1917, aveva ricevuto la cartolina. Ma dopo un mese d'istruzione, due di retrovie e due soli giorni di trincea - "senza il rimorso di avere sparato"(152) - la nuova recluta si era arresa a un nemico diverso: la malaria. Spedito a casa dopo altri due mesi di ospedale, durante la licenza di convalescenza il giovanotto di Castellucchio aveva maturato la decisione di non ripresentarsi al reggimento, diventando praticamente un disertore. Per questo, un mese prima dell'armistizio, era stato arrestato e processato. Durante il processo, simulando, l'imputato aveva dichiarato di non ricordare alcunch della propria vita passata. E il tribunale militare di Alessandria, abboccando a quello che era invece un semplice trucco da renitenti, lo aveva assolto "per totale infermit di mente"(153). Cos, otto giorni dopo l'arresto, Giuseppe Mariani era di nuovo a casa, "liberato dall'obbligo di dover ammazzare"(154).
Se la decisione di disertare era stata presa solo all'inizio del 1918, la sua ostilit verso la guerra e il militarismo aveva radici pi antiche. Nato e cresciuto in una famiglia di poveri braccianti "in quell'angolo della Lombardia dove ancora la malaria e la pellagra facevano strage di contadini malnutriti"(155), terzo figlio di genitori analfabeti, Giuseppe Mariani era un giovane sveglio e intelligente in cui le asprezze della vita avevano precocemente formato una sensibile coscienza sociale. La sua infanzia era stata molto dura. Mandriano a sette anni, a dieci aveva letto per la prima volta, sulle pagine dei giornali che i suoi due fratelli maggiori, iscritti al circolo giovanile socialista del paese, portavano a casa, la parola "socialismo". La lettura di questi giornali, avrebbe ricordato Mariani quasi mezzo secolo dopo, "forse, alla mia mente dava poco, ma molto invece al cuore, perch mi immedesimavo al punto di soffrire delle sofferenze altrui"(156).
A dieci anni, nella societ contadina di allora, se forse non si era ancora uomini certo non si era pi ragazzi, e il tempo dei giochi era solo un ricordo lontano. Gi entrato nella cerchia degli adulti, il piccolo Giuseppe passava le domeniche al circolo socialista di Castellucchio ascoltando i discorsi dei grandi e aspettando con impazienza di compiere i dodici anni, l'et minima per esservi ammessi: per diventare cio un vero "compagno". "Ah! quale tremenda attesa!" avrebbe candidamente confessato nelle sue memorie. "Maga delle parole! L'influenza che la parola "compagno" esercit su di me, nella mia formazione del rivoluzionario che sar pi tardi,  una cosa che solo da uno psicologo, che sa guardare nel profondo dell'animo umano, pu essere compresa."(157)
Nel 1911 l'arrivo a Castellucchio di un ferroviere anarchico parmense, trasferito per aver partecipato a uno sciopero, produsse in pochi mesi una svolta importante nella politica del circolo locale, che dal campo del socialismo pass a quello dell'anarchia. Della ventina dei suoi componenti, tra i quali era, dall'anno prima, anche il tredicenne Mariani, uno solo contest la nuova linea. Lo stesso anno, forse proprio in seguito a questo fatto, e all'influenza esercitata su di lui dai libri e dagli opuscoli che il ferroviere anarchico gli aveva ceduto prima di essere nuovamente trasferito, il ragazzo visse il primo episodio della sua vita di militante distribuendo, con altri compagni, alcuni manifestini contro la guerra. Solo la giovane et - non aveva ancora compiuto quattordici anni - gli permise di cavarsela con una semplice ramanzina del maresciallo dei carabinieri.
Trasferitosi a Mantova con la famiglia nel 1913, per tre anni Giuseppe Mariani lavor nella bottega di un sarto. Aveva quasi imparato il mestiere quando scoppi la guerra. Rimasto senza lavoro, nell'ottobre 1916 fu assunto dalle ferrovie come assistente di seconda classe (supplente frenatore) e assegnato allo scalo di Mantova, dove rimase fino all'arruolamento in fanteria. Alla fine della guerra era nuovamente disoccupato perch la direzione delle ferrovie, vincolata dalla sentenza del tribunale militare che lo dichiarava totalmente infermo di mente, ne aveva decretato la sospensione dal servizio e la tenuta in osservazione per un periodo non inferiore ai sei mesi.
Che facesse Mariani a Mantova in questo periodo di forzata inattivit ce lo dice un rapporto del prefetto, l dove si legge che

subito dopo l'armistizio il Mariani, congedatosi dal servizio [militare], si associ ad elementi anarchici e per il suo carattere spavaldo e prepotente ben presto si rivel un violento e pericolosissimo sovversivo. Di discreta intelligenza, spiegava attiva propaganda fra gli operai e specialmente fra i ferrovieri con risultati efficaci, e tra i compagni di fede esercitava un grande ascendente. Era in relazione coi maggiori esponenti della setta anarchica residenti nel Regno e all'estero; riceveva clandestinamente e diffondeva stampe ed opuscoli sovversivi. Partecipava con assiduit alle riunioni e alle dimostrazioni di carattere sovversivo, incitando gli intervenuti alla rivolta e alla violenza.(158)

"FARE COME IN RUSSIA"

"Milano non presenta esteriormente nulla di notevole" scrveva in quei giorni un amico a Gaetano Salvemini "ma un gran fermento cova."(159) La guerra era finita da pochi mesi e anche questa citt, come tutte le altre, formicolava di reduci che, tornati a casa con i quattro soldi del congedo, vi avevano trovato miseria, disoccupazione e fame.
Ma la guerra era veramente finita? A qualcuno sembrava di no. Forse aveva solo cambiato teatro, e da un fronte esterno ben chiaro sulle carte andava spostandosi rapidamente verso un non meglio precisato "fronte interno". Ha scritto Armando Borghi:

Dalle trincee si riversava tumultuosa e travolgente un'alluvione umana, e irrompeva contro il mondo che aveva voluto la guerra, l'aveva esaltata e acclamata, ne aveva goduto gli enormi profitti e ora ostentava le sue nuove ricchezze con la boria insolente del cafone parvenu. Uomini che avevano marcito per anni nel fango, nel sangue, nella crudelt, nel terrore, tornavano a fare i conti con i responsabili (o irresponsabili) del loro lungo soffrire.(160)

Ad attribuire al conflitto appena chiuso il "senso mistico di una rivoluzione incipiente"(161) erano stati gli stessi rappresentanti del governo. "Io ebbi gi a dire in questa Camera" aveva proclamato tra gli applausi il presidente del consiglio Orlando il 20 novembre 1918 "che questa guerra era nel tempo stesso la pi grande rivoluzione politica e sociale che la storia ricordi, superando la stessa rivoluzione francese." "Oggi ancora" gli aveva fatto eco Salandra dall'Augusteo "autorevolmente  stato detto che la guerra  rivoluzione. S, grande, santissima rivoluzione (...) Vengano avanti i giovani;  il loro momento."(162)
Era un invito, che i giovani non si fecero ripetere. Restituiti alla vita civile, vennero avanti e chiesero il giusto premio per le fatiche sostenute e il sangue sparso. La guerra, dopo tutto, l'avevano fatta loro, e dalla guerra erano usciti diversi, con "una coscienza pi profonda di quello che poteva diventare il loro ruolo nella societ italiana"(163). Molto si aspettavano, tornati finalmente a casa, sia dalla vittoria che dalla pace. Trovarono invece una situazione che pareva fatta apposta per alimentare il malcontento. Le cause? Erano sotto gli occhi di tutti:

La difficolt di riprendere un lavoro sistematico e ordinato dopo anni trascorsi fra i pericoli e i disagi, ma in gran parte anche nell'ozio; la pigrizia, derivante dall'esaurimento della volont troppo sfruttata; la reazione contro la rigida disciplina a lungo tollerata; l'irritazione per il mancato adempimento delle promesse di radicali riforme economiche, che si erano largite ai combattenti per incoraggiarli ai supremi sacrifici; la ribellione davanti allo sperpero di ricchezze mal acquistate. Ma senza dubbio il maggior fattore di disordine ha consistito nell'incessante rincaro del costo della vita.(164)

Nell'atmosfera "torbida ed esaltante"(165) del primo dopoguerra gli smobilitati trovarono nell'organizzazione operaia una prima risposta alle loro indifferibili esigenze. "Dalle trincee al sindacato": tale, ricorda Armando Borghi, fu la direzione che parve assumere la smobilitazione. E la tendenza si manifestava, sorprendentemente,

non solo nelle masse cosiddette rozze e primitive dei campi e dei mestieri pi grossolani (...) ma anche nel proletariato di... lusso, nei maestri, negli impiegati, nei bancari, in quella branca insomma che si diceva proletariato in colletto. Il sindacato divenne il centro di gravit della lotta operaia.(166)

Passata all'interno "con gli scarponi dei soldati smobilitati, coi prigionieri ritornanti, colle migliaia di disertori e con l'enorme numero di mutilati"(167), la guerra si trasformava da fatto puramente militare in fatto sociale.
Cadute le restrizioni di quei quarantun mesi, le masse scendono in piazza. Prive di capi, senza un programma preciso, volgono lo sguardo a oriente. L, da un anno e mezzo, i bolscevichi sono i protagonisti di una lotta spietata. Gli echi distorti di questa lotta varcano i confini del paese, suscitando entusiasmi infantili e clamorosi. "Fare come in Russia": ecco la prima parola d'ordine. Ma che vuol dire, fare come in Russia? Nessuno lo sa.(168). Come nessuno sa, di preciso, che cosa sia il "bolscevismo". "Lo si prendeva" ricorda Armando Borghi "come sinonimo di rivoluzione sociale."(169)
Ma la rivoluzione russa rimane la "stella polare"(170) il mitico obiettivo di "un popolo tornato fanciullo"(171).

Dall'inizio del 1919 in poi fu una vera ubriacatura. Ci si trovava in ogni piazza d'Italia in centomila; la stampa socialista e rivoluzionaria andava a ruba; le sottoscrizioni pei giornali sovversivi raggiungevano somme prima reputate favolose. I partiti proletari, specialmente il socialista e le unioni di mestiere, diventavano numerosissimi, pletorici. Tutti parlavano di rivoluzione; ed effettivamente la rivoluzione aveva il consenso del maggior numero, e gli stessi avversari vi si acconciavano.(172)

Tutti "si atteggiavano a rossi"(173), tutti erano rivoluzionari. Da Mussolini, che scriveva sul suo giornale: "La guerra ha chiamato le masse alla ribalta. Ha spezzato le loro catene. (...) Una guerra di masse si conchiude col trionfo delle masse..."(174), al generale Diaz che, ricevuto a Napoli dal sindaco di quella citt, inneggiava alla libert e dichiarava: "Oggi il mondo  socialista"(175).
Nei primi mesi del 1919, mentre a Versailles "quattro predoni di Stati barattano colonie e mari, popoli neri e bianchi, isole golfi miniere e montagne"(176), a Milano i socialisti si danno un gran daffare. A che scopo? "Forse non lo sanno neppure essi" commenta, scettico, Salvemini. Ci nonostante "soffiano sul fuoco, valendosi di tutte le stanchezze, gli appetiti e le delusioni di questo momento". C' molta confusione. Qua si cerca di calmare gli spiriti, l si incita apertamente alla rivolta, con una propaganda instancabile, capillare, nelle fabbriche e nelle campagne(177).
I conservatori pi intelligenti e qualche grande industriale, fiutato il vento infido, cercano di schivare la burrasca con qualche concessione agli operai. Il 3 febbraio si  finalmente stipulato l'accordo sulle otto ore di lavoro per i metallurgici, chieste fin dal lontano 1889 da un congresso internazionale socialista e avversate dagli economisti del laissez-faire(178). Ma anche quest'opera  "slegata, frammentaria, talvolta fatta senza convinzione"(179).
Mussolini si agita, sfrutta la propria influenza personale. Ma i suoi atteggiamenti eccessivi lo hanno screditato. La sua , d'altronde, una situazione difficile. Ha scritto Armando Borghi:

Ora che la guerra era morta di un accidente secco, i fuorusciti del sovversivismo, che avevano voluto la guerra, si trovavano nella pi paradossale delle situazioni. Non potevano fare gli eroi in un paese dove c'erano ricordi di morte in ogni casa. Non potevano parlare di rivoluzione, perch nessuno li prendeva sul serio. Darsi alla monarchia non potevano, per i loro precedenti repubblicani, senza dire che il loro scarso numero li faceva tenere in conto di niente nelle sfere governative. Il mussolinismo del 1919 era una barca sdrucita senza direzione, senza timone, senza bandiera, o con tutte le bandiere falsate, senza prestigio.(180)

E il governo? Salvemini ne riassume la linea in due parole: "apatia buddistica". Non tutti sono ancora convinti che il massimalismo debba trionfare. Ma una sensazione  diffusa: "a qualche atto violento si arriver"(181).


"QUESTA PACE NON  LA NOSTRA PACE"

"L'interventismo nel movimento anarchico" ha scritto Pier Carlo Masini "non fu un fenomeno, non fu una corrente, non fu neppure il tema di un dibattito o il termine di una scissione, ma solo una serie di sporadici e slegati casi personali, qualcuno di rilievo, qualcun altro di nessun rilievo"(182). La quasi compatta opposizione degli anarchici alla guerra ne fece dei protagonisti di quello' che fu chiamato "disfattismo"(183), rendendoli un comodo bersaglio della repressione militarista. Molti disertarono, scegliendo l'esilio svizzero o americano. Molti furono arrestati, processati, internati. Entro i confini del paese, soffocato da un'implacabile censura, per tutta la durata della guerra l'attivit del movimento anarchico rimase praticamente paralizzata.
Alla formula "neomalthusiana"(184) dei socialisti - "n aderire, n sabotare" - gli anarchici italiani ne avevano opposta un'altra, assai pi chiara: "guerra alla guerra". N prima n durante il conflitto essi avevano infatti sposato la tesi della neutralit. Neutri non erano ma ostili a tutti gli stati, a quello in cui vivevano non meno che agli altri. E per questa ostilit antistatale e antiborghese, per l'intransigente antibellicismo, per la volont di trasformare la guerra tra gli stati in guerra di classe, non avevano potuto riconoscere tregue o patteggiamenti, n in nome della neutralit n in nome della guerra.
La continuit di questa linea viene ribadita subito dopo la fine del conflitto. Non si pu accantonare la sfiducia nei segreti intrallazzi delle vecchie volpi della diplomazia militarista e capitalista solo perch si incontrano in nome della pace. Scrive Volont riprendendo le pubblicazioni:

Non crediamo al ramoscello d'ulivo agitato sui popoli da coloro che hanno ancora al fianco una spada insanguinata. Come ieri dicevamo "questa guerra non  la nostra guerra" oggi diciamo: questa pace non  la nostra pace. Se anche sar sincera (del che dubitiamo, anzi siamo certi che non sar), la pace fra i dominatori e gli sfruttatori dei popoli non sar la pace dei popoli.(185)

Col ritorno degli smobilitati dal fronte, degli internati dal confino, dei disertori dall'esilio o dalla galera, l'attivit del movimento anarchico riprende gradualmente anche a Milano. La sera dell'11 gennaio, mentre nell'elegante cornice della Scala futuristi e interventisti capeggiati da Marinetti e Mussolini scandalizzano i benpensanti milanesi impedendo a Leonida Bissolati di tenere il suo discorso sulla Dalmazia, nei ben pi modesti locali dell'Unione sindacale italiana qualche decina di persone assistono a una conferenza di Umberto Mincigrucci sulla vita e sulle idee di Pietro Gori.  la prima di una serie che il neo-costituito Circolo libertario di cultura sociale si propone di tenere nei diversi rioni cittadini per "spiegare alla classe proletaria il valore e il contenuto dell'ideale libertario"(186).
Si trattava di un'iniziativa rispondente alle esigenze della situazione locale. Tranne rare eccezioni, il movimento anarchico milanese del primo dopoguerra riscuoteva i maggiori consensi negli ambienti operai. Pochissimi militanti avevano fatto studi regolari o possedevano un minimo di cultura. Tutti gli altri erano membri del proletariato che, ricorda un testimone,

abbracciavano l'anarchismo per la sua proposta libertaria, rifiutavano di identificarsi con le masse ingabbiate, irreggimentate, con queste pecore che van dietro il pastore, avevano un senso di indipendenza, di personalit, che la massa non aveva, e se ne distaccavano studiando, discutendo se l'uomo dovesse, diciamo cos, gregariarsi per raggiungere un certo tenore di vita o se invece fosse preferibile difendere quello che  il fine della sua attivit: l'individuo.(187)

Gli anarchici milanesi erano dunque individualisti. Pi che all'elevazione delle masse tendevano alla valorizzazione dell'io. Secondo il nostro testimone la parola "classe" suscitava in loro, almeno nei primi tempi, "un senso di deprezzamento dell'individuo". Era una parola che "faceva pensare alle formiche, alle api". Gli anarchici milanesi, in gran parte se non proprio tutti, "rifiutavano questo modo di intendere la lotta sociale ed erano quindi tutti, in potenza, dei veri stirneriani"(188). "Irrequieto, scapigliato, fluttuante, non organizzato, non organizzatore e non organizzabile": cos uno dei suoi militanti, pochi mesi dopo, avrebbe definito il movimento anarchico nel capoluogo lombardo(189).
Oltre a elevare il livello culturale di aderenti e simpatizzanti mediante conferenze settimanali su temi che andavano dall'arte di Oscar Wilde(190) ai problemi della donna nel movimento sovversivo(191), gli anarchici milanesi intervenivano regolarmente, a titolo personale, a tutti i comizi socialisti.
Con i socialisti, e in particolare con quelli della Federazione giovanile, almeno all'inizio i rapporti furono buoni. Ricorda Armando Borghi che la "parificazione di tutti i proletari e i sovversivi nemici della guerra sotto il marchio della stessa infamia" aveva dato luogo, fin dal 1917, a una fraternizzazione. E aggiunge: "Talvolta, nella furia di menar colpi e di difendersi, i socialisti estremisti erano spinti a cercare un riparo al nostro fianco". Venne cos a crearsi, tra anarchici e socialisti (inclusi gli elementi dell'Usi e del Sindacato ferrovieri), "una corrente di grande simpatia e di collaborazione spontanea nella lotta contro la reazione militarista"(192): una corrente che nel dopoguerra dur a lungo, pur con gli alti e i bassi dei vari momenti politici.
La prima occasione di esprimere il proprio pensiero sul problema dei rapporti con i socialisti  offerta agli anarchici italiani dal fallimento delle trattative per l'unificazione tra la Confederazione generale del lavoro e l'Unione sindacale italiana(193). Scrive la redazione di Volont in un articolo dedicato al convegno confederale di Bologna:

Mentre tutto un mondo crolla, e la necessit indispensabile ed irrefutabile di una rivoluzione completa degli ordinamenti sociali s'impone, i confederalisti, incapaci per riluttanza congenita e per abito mentale ad afferrare tutta la enorme ed aggrovigliata complessit di una situazione insostenibile, condensano le loro richieste e i loro postulati in elaborati e farraginosi programmi, in cui la contraddizione  manifesta (...) Per ragioni di convenienza o di opportunit, o in tutta buona fede, questi uomini possono, in via di massima, aderire ai principi della emancipazione proletaria, ma, di fatto, essi ne sono i pi veri e accaniti oppositori. (...) Trascinati, loro malgrado, in manifestazioni dalle quali profondamente dissentono, si affretteranno a intervenire con ordini e contrordini, e a strozzare, come nella settimana rossa, ogni movimento che superi e trascenda dai particolarismi programmatici a loro cari (...) Questo  (...) sabotaggio continuo e ostinato di ogni proposito rivoluzionario delle masse (...).(194)

Quale dev'essere, dunque, l'atteggiamento degli anarchici verso i loro cugini socialisti? Rispondeva il gruppo di Ancona, del quale Luigi Fabbri(195) rappresentava il teorico pi importante:

Presentemente diciamo questo: che ci pare poco probabile un accordo, una vera collaborazione, anche per l'azione immediata, con i capi, i dirigenti, gli organismi ufficiali del PSI. Ci pare, pi ancora, inattuabile e sconsigliabile, malgrado che personalmente e l'uno o l'altro possa spiegare un'attivit che sia utile o ci piaccia. Invece crediamo sempre alla possibilit di una collaborazione effettiva con le masse socialiste, in generale buone ed entusiaste, e con alcuni elementi attivi in mezzo ad esse, che ci sono parecchio vicini. Dobbiamo con questi elementi mantenere i migliori rapporti, ma sempre al di fuori d'ogni impegno di partito.(196)

Mancava nei capi del socialismo italiano, secondo gli anarchici, la "predisposizione rivoluzionaria": quella che nel '18 avevano mostrato i socialisti russi, "vissuti per generazioni nell'illegalit e nella preparazione rivoluzionaria, estranei alla politica dello zarismo e intransigenti nel combatterlo a ogni costo, su tutti i campi". Nel 1919, sostiene Armando Borghi, questa mentalit c'era solo negli anarchici italiani.
Invece i leaders socialisti avevano adorato per un quarantennio il feticcio della legalit elettorale. E ora dalla sera alla mattina si trovavano a capo di masse, come i riformisti solevano dire, "anarcoidi", cio sconvolte dalla crisi della guerra e del dopoguerra: pronte alle violenze, spasimanti d'azione, ma non educate a pensare quel che dovevano e non dovevano fare. Non si improvvisa niente, in politica. Si raccoglie quel che si semina.(197)

"BASTA PER SEMPRE DI LOTTE FRATRICIDE"

Pi di centomila persone parteciparono, il 16 febbraio 1919, a una grande manifestazione per le strade di Milano. Dopo le entusiastiche dimostrazioni del 5 gennaio in onore del presidente Wilson, dopo il patriottico benvenuto dell'8 febbraio ai reggimenti reduci dal fronte, dopo i cupi cortei degli smobilitati che protestavano per la sospensione del sussidio straordinario, quella del 16 febbraio fu la prima vera grande manifestazione proletaria milanese. Il fatto che tra la gente non se ne fosse parlato, che (tranne l'Avanti!) nessun giornale cittadino l'avesse preannunciata e che non si fosse potuto affiggere neanche un manifesto rese l'avvenimento ancora pi clamoroso. L'"invasione di folla operaia" in piazza della Scala e piazza del Duomo - le due piazze tradizionalmente riservate alle manifestazioni patriottiche e chiuse alle masse, i cui raduni avvenivano all'Arena - suscit nella cittadinanza un'"impressione di sorpresa e di paura"(198). Partito da Porta Venezia nel primo pomeriggio, il corteo si diresse verso il Castello Sforzesco. Dodici corpi musicali, quattrocento vessilli, centoquattro cartelli sfilarono sotto le finestre "ermeticamente chiuse" dei palazzi del centro. Qua e l lungo il percorso, scrisse l'Avanti!, "si fischia alla paura dei borghesi che s'affacciano e si rintanano subito chiudendo le finestre"(199). Nelle case tra le quali passava il corteo, ribadir lo stesso giornale l'indomani in un corsivo significativamente intitolato "Avvisaglie", "era un apparire e scomparire frettoloso attraverso le vetriate di visi pallidi, sconvolti e quasi terrorizzati dalla marea che saliva mugghiando minacciosa e impotente, per anco, a travolgere"(200).
Il proletariato milanese ha ritrovato la voce. Si chiede la liberazione di Giacinto Menotti Serrati, presente in effigie, e dei proletari di Molinella, in carcere dall'inizio della guerra. Si reclamano "l'amnistia, il ritiro delle truppe dalla Russia, la smobilitazione, la restaurazione di un regime di libert". Si chiedono le otto ore per i lavoratori di tutte le categorie, si inneggia all'Avanti!, si impreca alla censura.
Gli anarchici, "in gruppo compatto", seguono il loro vessillo nero. Alcuni di essi portano cartelli nei quali si chiede il ritorno in patria di Errico Malatesta, esule a Londra da quasi cinque anni. Nel primo cortile del Castello Sforzesco parlano, tra gli altri, Armando Borghi per l'Usi e Randolfo Vella per gli anarchici, "tutti incitando il proletariato a prepararsi alle immancabili lotte di domani". Nel secondo cortile, sempre per l'Usi, parla, "molto applaudita", la "cittadina" Virgilia d'Andrea, che "inneggia al blocco rosso delle forze proletarie e invoca il libero ritorno in Italia di Errico Malatesta"(201).
Due soli incidenti, modestissimi, turberanno la manifestazione. Davanti al Castello, a comizio concluso, via Dante  sbarrata da un cordone di truppa: "ma la folla  cos enorme che il cordone cede come un filo su cui si posi un grosso peso di ferro". Intanto, in piazza Castello, "un delegato [di PS] troppo zelante pretendeva che gli anarchici ripiegassero la bandiera nera". Qui " corso qualche pugno" e il vessillo ha potuto proseguire(202).
"La fusione delle forze del proletariato pu dirsi un fatto compiuto" annunciava trionfalmente l'Avanti! a commento della manifestazione. Di fronte a una forza pubblica che brillava per la sua assenza, la massa "si sveglia dal suo lungo torpore" e "comincia a sentirsi forte e padrona dell'avvenire". Il fatto ha un senso non pi solo economico ma politico:

Era la ribellione, era la protesta, era il basta, basta per sempre di lotte fratricide, era la condanna che il proletariato infliggeva nel processo alla borghesia vittoriosa.(203)

La sera del 23 febbraio, a Torino, Serrati, Barberis, Rabezzana e Pianezza furono rimessi in libert. Lo stesso giorno, sotto la pioggia, si era svolta a Bologna una grande manifestazione proletaria alla quale avevano aderito l'Unione sindacale e il gruppo anarchico bolognese. Durante il comizio al Gioco del Pallone uno degli oratori del gruppo aveva auspicato "il fascio di tutte le forze rosse in Italia" e concluso il suo discorso affermando che "non  la borghesia che deve dare l'amnistia al proletariato, ma  quella che dovrebbe chiedere a questo un'amnistia per le enormi stragi della guerra". Prendendo a sua volta la parola, Virgilia d'Andrea - la maestrina ventinovenne che da un paio d'anni era diventata la compagna di Armando Borghi, l'orfanella educata dalle suore che si era trasformata in uno dei pi energici e operosi tra gli attivisti dell'Usi(204) - aveva fatto notare ai presenti come il decreto di amnistia approvato dal governo escludesse Errico Malatesta.(205)
Il rientro di Malatesta in Italia sta diventando, in questi primi mesi del 1919, uno degli obiettivi pi urgenti del programma anarchico. Il 27 febbraio, alla fine del comizio tenuto da Serrati in piazza Umanitaria, a Milano, un anarchico chiede la parola.  un modesto operaio, Ezio Schirolli (o Schiaroli[?]), che dopo essersi compiaciuto per la liberazione del direttore dell'Avanti! chiede ancora una volta, tra gli applausi, che l'Italia riapra le porte a Errico Malatesta.(206)
Pochi giorni dopo  lo stesso Serrati a portare il caso Malatesta sulla prima pagina del suo giornale.

L'amnistia ermafrodita - vale a dire n maschio n femmina - ha escluso dai suoi benefici Errico Malatesta ed Arturo Vella.(207) Citiamo il caso di questi due nostri compagni perch esso  tipico e perch, si pu dire, attorno ai loro nomi s'imperniano i due motivi fondamentali della nuova agitazione che il Partito e le organizzazioni nostre debbono fare per una nuova e pi ampia amnistia.

Malatesta, esule a Londra,

non gode dell'amnistia - la quale pure  stata assai larga per i reati politici - perch  un "pregiudicato", un "recidivo generico e specifico". La qualifica non fa torto a lui. Bolla di ridicolo la nostra legge e la nostra procedura. Pretendere infatti di poter qualificare come "malfattore" un sano idealista, della levatura morale di Malatesta, , semplicemente, voler ridicolizzare la giustizia italiana. Noi ci auguriamo che la penisola abbia parecchi malfattori del suo stampo. Ci auguriamo che i deputati, i quali fanno le leggi, e i magistrati, che le applicano, vadano un pochino a scuola di dirittura politica e morale da questo vecchio anarchico malfattore, che ha consacrato tutta la vita al proprio ideale ed  uno dei pi bei caratteri della societ contemporanea (...) L'esilio di Malatesta  una vergogna italica.

Conclude il direttore dell''Avanti!

Nel nome di Malatesta e di Vella noi reclamiamo una pi ampia amnistia per tutti i reati politici, per quelli civili e per quelli militari, e comprendiamo fra [i] reati politici anche quelli dei mille e mille poveri proletari il cui solo delitto  stato quello di amare pi la pace che la guerra, di sentire pi l'affetto per i propri cari che il sadico furore della strage.(208)

Verr, la nuova amnistia, ma soltanto sei mesi dopo. Quanto a Malatesta, perch il vecchio anarchico possa rimettere piede in Italia si dovr attendere ancora pi a lungo, fino alla vigilia di Natale.
Ma qualcosa era cambiato, dopo la manifestazione del 16 febbraio. Tra la fine di marzo e i primi di aprile Milano fu teatro di scontri, non particolarmente violenti ma rivelatori di un'atmosfera molto tesa, tra gruppi di anarchici e di giovani socialisti da un lato e, dall'altro, successivamente, nuclei di cattolici del neofondato partito popolare(209), i "sindacalguerraioli" dell'Unione sindacale milanese(210) e la polizia(211). Le cariche della polizia, effettuate per la prima volta dopo un comizio della Lega proletaria dei mutilati e dei reduci di guerra al quale il solito Vella aveva recato l'adesione degli anarchici milanesi, furono attribuite dall'Avanti! allo "sciocco ordine" del nuovo prefetto, appena giunto da Bari e "non... ancora pratico dell'ambiente milanese"(212).
Il rappresentante del governo si chiamava Angelo Pesce. Era "un prefetto... giornalista e letterato"(213) avendo diretto in giovent una rivista di cultura, e dal 10 marzo occupava la poltrona che era stata del conte Filiberto Olgiati. Cos l'Avanti!, il giorno dopo il suo arrivo, ne aveva poco rispettosamente compendiato il programma:

Egli vuole: l'ordine pubblico, il rispetto della legge e l'armonia tra le varie classi sociali. Ci vuol poco a capire l'antifona. Da quattro anni l'ordine pubblico  alla merc di tutti i fanatici e di tutti gli avventurieri che avevan bisogno di sfogare i loro astii politici e personali (...) La piazza - intendiamo piazza del Duomo e la Galleria, che fuori del centro  sempre tirata un'aria poco benigna per quella gente - era in loro potere.

Ma il clima politico di Milano  cambiato:

Ecco dunque il signor comm. Pesce presentarsi col programma dell'ordine pubblico in testa. Si capisce bene a chi sia rivolto il caporalesco ammonimento.(214)

La grande manifestazione proletaria del 16 febbraio e i numerosi, affollati comizi successivi se avevano inorgoglito le masse, rendendole consapevoli della propria forza, avevano anche avuto l'effetto di spaventare la borghesia. Scrive verso la fine di marzo "Uno per molti" al Corriere della Sera:

L'indifferenza con la quale si assiste alla campagna che pochi politicanti del partito socialista ufficiale conducono per trascinare le masse a una rivoluzione, che sarebbe un disastro per tutti,  quanto di pi colpevole e di pi grave nelle conseguenze si possa immaginare. L'altro giorno un operaio socialista affermava il diritto dell'operaio di ubbriacarsi, ieri si prometteva lo sciopero generale "che non dovr essere da meno della settimana rossa, nel 1914". Bisogna che gli onesti ai quali sta a cuore il bene supremo di tutta la societ si muovano; bisogna che il popolo sia illuminato, bisogna provargli ch'egli  ingannato, tradito da quei falsi profeti di mestiere, banditori di odio, di disordine e di sventura per tutti gli ingenui e gli ignoranti. (...)  tardi, ma forse si  ancora in tempo.(215)

Era troppo pessimista, "Uno per molti", nella sua preoccupata indignazione. Non tutti assistevano indifferenti alle alcoliche rivendicazioni delle masse. Non  un caso, come abbiamo visto(216), se i fasci di combattimento nascono proprio in questi giorni. E i fasci, per il momento, non sono che una delle tante leghe e unioni "antibolsceviche" o "per la difesa nazionale" sorte come funghi in tutta Italia (quella di Milano si chiam "Unione popolare antibolscevica") e tutte ispirate dalla stessa volont di opporsi ai propositi rivoluzionari degli anarchici e dei socialisti.
Non temano gli onesti, coloro ai quali "sta a cuore il bene supremo di tutta la societ". Si consolino i lettori del Corriere. Non  troppo tardi per fermare i "falsi profeti", i "banditori di odio e di sventura". Come ha scritto Roberto Vivarelli, "gi nella prima met di aprile del 1919 l'antisocialismo ha assunto una sua prima forma organizzata, che gi mostra la tendenza a costituire un fronte unitario (...)"(217). E se l'azione dei fasci di combattimento sar inefficace ancora per molto tempo, altri, nell'ombra, stanno preparando la vendetta.


"GAZZARRE PRIMAVERILI"

Dalla fine di febbraio, quando erano state revocate le disposizioni del tempo di guerra, i socialisti milanesi avevano organizzato ogni domenica comizi all'aperto nelle pubbliche piazze. Alcune di queste manifestazioni, sempre molto affollate, erano sfociate in incidenti. Il 6 aprile, ad esempio, i socialisti avevano chiesto l'autorizzazione a tenere un comizio in piazza Vetra ma il questore di Milano, Eula, si era affrettato a dirottarlo in piazza S. Eustorgio(218). Irritati dagli accesi discorsi degli oratori sovversivi, i preti della chiesa di S. Eustorgio avevano allora cercato, suonando le campane, di boicottare il comizio. Non bastando l'azione di disturbo, una squadra di giovani cattolici era scesa nella piazza e aveva cercato di espellerne i presenti con la forza. Respinti gli aggressori, i socialisti avevano staccato la targa col nome del santo al quale la piazza era dedicata e l'avevano sostituita con un'altra intestata a Lenin. Un fatto analogo era successo, lo stesso giorno, davanti alla chiesa di S. Luigi, alla Gamboloita. Qui a fare le spese delle opposte passioni politiche era stato un sacerdote al quale i presenti, dopo averlo percosso, avevano portato via il cappello, per sbandierarlo come un trofeo(219).
La domenica successiva, 13 aprile, i comizi di cui si chiede l'autorizzazione sono una trentina, sei dei quali in forma pubblica. Di questi ultimi, cinque sono stati organizzati dai cosiddetti fasci di difesa interna e uno solo dalla sezione socialista(220). Durante la manifestazione socialista, che si svolge nel pomeriggio allo sbocco di via Garigliano in via Borsieri (oggi piazza Minniti), parlano "colla consueta violenza"(221) la maestra Abigaille Zanetta e Livio Agostini, figure assai note del massimalismo socialista. L'ultimo oratore  l'anarchico Schirolli. Schirolli non  l in rappresentanza del movimento milanese. Interviene a titolo personale, pronunciando "parole incendiarie"(222) (aveva attaccato la "societ borghese") e criticando "la debolezza e le esitazioni del partito socialista ufficiale"(223). L'anarchico sta finendo di parlare quando, con assai "poco buon senso"(224), il commissario di servizio lo interrompe e dichiara sciolto il comizio.
 una decisione imprudente e inopportuna. Nella piazza, in quel momento, ci sono molte migliaia di persone, mentre la forza pubblica  rappresentata da una decina di guardie, una cinquantina di carabinieri e un drappello di artiglieri a cavallo. Alla prima carica, ordinata senza preavviso, la folla reagisce separando i carabinieri dagli agenti. Bombardate d'invettive e di pezzi d'asfalto tolti da un marciapiede, le guardie di PS, prese dal panico, rispondono a colpi di pistola, "sparati disordinatamente, senza ordini, per reazione individuale". I proiettili andranno a colpire "tutte persone che non erano fra i comizianti"(225). Incalzate dalla folla inferocita, le guardie si rifugiano in una casa di via Borsieri dove, sempre sparando, tentano di barricarsi. Per snidarle i dimostranti ammucchiano fascine (casse di trucioli, secondo l'Avanti!(226) ai piedi delle scale e vi appiccano il fuoco. Denso il fumo, grande la paura. L'arrivo dei rinforzi e l'intervento di alcuni pacieri pongono fine all'assedio. La folla si disperde. Alle 9 di sera, ritirata la truppa, la calma ritorna. Ma un abitante del quartiere, un soldato in licenza di convalescenza venuto al comizio per semplice curiosit,  stato colpito alla testa da un proiettile e morir verso mezzanotte(227).
L'episodio di largo Garigliano  il primo fatto di sangue al quale assiste, indignato per il modo in cui si svolse(228), il giovane anarchico venuto da Mantova. A Milano da meno di un mese, Giuseppe Mariani aveva gi trovato una sistemazione. Lavorava in un'officina meccanica (la Franco Tosi di via Borgognone) e si era agevolmente inserito nell'ambiente anarchico locale. Tra i compagni con i quali aveva subito legato c'erano i cinque fratelli Vella, il pi vecchio dei quali, Randolfo, poteva quasi dirsi, in quel momento, l'oratore "ufficiale" degli anarchici milanesi(229).
Per Mariani l'esperienza fu traumatica. Quando il commissario Patella ordin alla folla di sciogliersi(230), il giovane mantovano era a pochi passi. "Quel che avvenne in quel momento non seppi sempre rammentare con assoluta esattezza," dichiarer trentaquattro anni dopo "tanto la cosa, totalmente nuova per me, mi sembrava inconcepibile."(231) Mariani aveva sognato la rivoluzione e desiderava fare la sua parte:

ma mi sembrava impossibile che proprio dei rappresentanti del governo, gli incaricati di preservare l'incolumit dei cittadini, trovassero tanto semplice e naturale ferire e ammazzare della gente per il solo fatto che un oratore anarchico, con le sue parole, potesse ferirli nel loro amor proprio e costringerlo a tacere.(232)

L'anarchico mantovano segu "i pochi compagni presenti" e con essi si gett nella mischia, sconvolto dall'ira e deciso a disarmare gli agenti. E qui cade un episodio da libro di lettura che mette in bella evidenza quel misto di sentimenti contraddittori - giusta indignazione per le violenze subite, solidariet verso i compagni caduti, spirito di vendetta nei confronti dell'aborrita "autorit", ma anche una sostanziale umanit, una generosit bonaria e popolaresca - dai quali erano mossi questi sovversivi di cinquant'anni fa:

Poi vennero i soldati che si rifiutarono di caricarci. Allora il tenente che li comandava venne conciliante fra noi per persuaderci a disperderci, onde permettere al commissario Padella [sic] e ad alcuni agenti, che si erano rifugiati alla sommit della scala di uno stabilimento, di fuggire; ma anch'egli fu disarmato della sciabola e privato delle stellette. Quest'atto, per lui di estrema umiliazione, lo fece scoppiare in pianto come un fanciullo senza che sapesse dire una parola per persuaderci a restituirgliele. Noi comprendemmo. Comprendemmo cio che per tergere quelle lacrime occorreva restituire la sciabola e le stellette, e glie le restituimmo; rivelando con quest'atto poco spirito rivoluzionario, ma molto di quel sentimento che le tragiche esperienze di poi ci dovevano in parte distruggere.(233)

I gravi incidenti di largo Garigliano si inquadrano, commentava il giorno dopo il Corriere della Sera,

in tutto un metodo di propaganda che il socialismo ufficiale ha adottato anche a Milano. Ai soliti comizi in luoghi chiusi si sono sostituiti quelli all'aperto, cercando in tutti i modi e con tutti i mezzi di molestare altre manifestazioni. Nelle scorse domeniche si erano prese di mira le funzioni religiose e sui piazzali di varie chiese avvennero colluttazioni e tumulti. Non i pi prudenti, ma i pi scaltri del partito, (...) compresero che una propaganda la quale urtava il sentimento religioso avrebbe incontrata poca fortuna; e per i comizi si scelsero le piazze senza chiese.

Quali discorsi si facciano in questi comizi " facile immaginare": tema d'obbligo la cosiddetta dittatura del proletariato, col "consueto contorno di eccitamenti per attuarla". E siccome gli "impazienti del Comitato della sezione socialista" non si sentono abbastanza appoggiati dalle organizzazioni operaie, essi "cercano di forzare la mano" chiamando a raccolta i giovani socialisti e gli anarchici. Costoro "intervengono alle manifestazioni armati di randello e con qualche pietra in tasca". Sperano nel "fattaccio" che funga da scintilla per incendi maggiori. La "sentimentalit proletaria"  stata ormai educata, conclude il giornale, a "considerare come inviolabile qualunque testa che non porti il cappello borghese, il kepi o la lucerna: per queste il subir bastonate e pietrate rappresenta un dovere"(234).
Meno acido e superficiale del quotidiano lombardo, l'ispettore generale di PS Giovanni Gasti, mandato da Roma a investigare sugli incidenti, ne avrebbe individuato correttamente la "causa prima e determinante" in "uno stato ambientale di aspri contrasti, destinati fatalmente a risolversi in atti violenti". La sua relazione cos proseguiva:

Era ed  infatti tuttora nell'ambiente un conflitto ideologico e potenziale troppo acre perch non debba presto o tardi tradursi in atto. Da un lato la infatuazione e la crescente baldanza della frazione che pu senza ambagi definirsi "bolscevica"; dall'altro i propositi di energica difesa, che da tempo andavano facendosi strada in alcuni ambienti interventisti e militari, o semplicemente patriottici, convinti della necessit di opporre, con la propaganda e con l'azione, un saldo argine alla tendenza leninista (...). Da un lato le minoranze audacemente rivoluzionarie che prima di agire miravano a intimidire e a reprimere colla loro iattanza gli animi e le resistenze, dall'altro i cittadini dell'ordine pi agguerriti e coraggiosi, decisi a ribellarsi alla sopraffazione estremista e a liberare Milano dall'incubo che aveva pervaso gli animi di un oscuro prossimo pericolo senza certezza di difesa(235).

In segno di protesta per il comportamento della forza pubblica, luned 14 aprile il Consiglio delle leghe e la Federazione socialista milanese proclamavano per il giorno seguente uno sciopero generale di ventiquattro ore. Fu una decisione presa controvoglia, dopo una discussione lunga e travagliata. E nella seduta del 10 settembre alla Camera lo stesso Turati (che il 14 aprile aveva inviato da Roma un telegramma molto preoccupato: "... scongiuro vivissimamente raccomandare calma dignitosa, imporre austera disciplina, essendo evidentissimo incidenti locali, avulsi adeguata azione internazionale, preparano delusioni amarissime...")(236) confermer la riluttanza degli organi direttivi asserendo che lo sciopero generale di protesta fu deliberato "non tanto per volere delle organizzazioni, quanto per spontaneo sentimento del proletariato"(237). Gi il 14, infatti, nonostante l'invito dell'Avanti! ("Operai, per oggi lavorate"), gli "impazienti" avevano cercato di far sospendere il lavoro in parecchi stabilimenti(238).
La proclamazione dello sciopero provoca un duro commento del Corriere della Sera, incapace di frenare lo sdegno davanti a una manifestazione "che si vuol chiamare di protesta ed  solamente di disordine e d'ozio". Pur senza esagerarne l'importanza, il giornale trova che "essa  deplorevole come sintomo". Queste "insensate gazzarre primaverili, prive di ogni seriet di contenuto e di ogni sincerit di scopo" suscitano il sospetto che il popolo italiano voglia riannodare i fili di una tradizione fortunatamente interrotta dalla guerra.
"La folla domenicale, ubriacata d'aria e di parole, schiamazza e trascende; la forza pubblica, usa all'indulgenza e al lasciar fare, interviene perplessa e desiderosa sopra tutto di non versar sangue; i cento e cento esaltati dalla facile vittoria contro i dieci o cinquanta tutori dell'autorit statale, passano dagli urli alle minacce, dalle minacce alle vie di fatto." Naturalmente ci scappa il ferito, o il morto. Allora si fa una manifestazione di protesta, lo sciopero, il corteo. E la difesa dell'ordine diventa "pi energica", aumentando il rischio di nuovi scontri. "Disgraziato circolo vizioso, in cui si consuma vanamente tanta energia che potrebb'essere proficuamente adoperata, in cui si disperdono lavoro e ricchezza e si radicano peggio che mediocri abitudini sociali e mentali (...)."(239)
La mattina del 15 aprile tutte le fabbriche si fermano. Nelle case manca il gas, nelle strade i tram e le vetture pubbliche. Ne circola solo qualcuna, quando il conducente riesce a liberarsi "dalle ingiunzioni di gruppetti, in gran parte di ragazzi, che attendono all'uscita dalle rimesse, fischiando". Fischi e dileggi provocano qualche raro incidente, "pi allegro che importante". Macchine private, camion, carri, biciclette, circolano numerosi. Grande l'animazione per le vie, "quasi festiva" in centro. I negozi sono aperti, magari con la saracinesca abbassata. I bar, le osterie, le farmacie, i tabaccai sono affollati(240). L'episodio pi grave della prima parte della giornata ha per protagonista un appuntato delle guardie di citt, colpito alla testa da una sassata mentre passava in bicicletta: il sasso  partito da un gruppo di monelli sui tredici o quattordici anni(241).
Il comizio pomeridiano si tiene in un'Arena affollatissima(242). Gli oratori socialisti dai quali la mattina dello stesso giorno il prefetto aveva ricevuto l'assicurazione "che il comizio si sarebbe svolto ordinatamente e con calma (...) e che, a comizio terminato, i convenuti non avrebbero formato alcun corteo"(243) esprimono il proprio compiacimento per la buona riuscita dello sciopero, invitano alla calma e raccomandano agli operai di tornare al lavoro l'indomani.

Un anarchico, seguito da un gruppo di amici, non soddisfatto di tali deliberazioni, tenta di parlare per invitare la massa a proseguire nello sciopero, ma la proposta  soffocata nelle urla. Gli anarchici, tuttavia, non intendono rinunciare al diritto di parola e protestano vivacemente contro i dirigenti della Camera del lavoro e dei socialisti: le loro proteste per non sortono l'effetto desiderato ed essi, continuamente zittiti dalla maggior parte dei presenti, abbandonano l'Arena dirigendosi in corteo verso il centro(244).

Qui, alla stessa ora, si erano radunati "molti giovani d'ogni classe" sventolando bandiere tricolori tra le quali il cronista del Corriere not anche "una bandiera nera colle insegne degli Arditi". Con l'approvazione della folla, che "applaude vivamente", i dimostranti si appostano intorno al monumento al Re Galantuomo. Dallo zoccolo, "per ingannare l'attesa"(245), li arringano un paio di oratori. Anche gli ex combattenti hanno problemi sociali da risolvere, e i frutti della vittoria non devono essere compromessi da "movimenti inconsulti di partiti nemici della Patria"(246).
In quel momento appare in via Mercanti la testa del corteo partito dall'Arena. Questo corteo, "ingrossato da elementi diversi", era composto "da due o tremila individui, giovani quasi tutti, giovanissimi molti; allineati a quattro per quattro si tenevano a braccetto; erano tutti muniti di grossi randelli che agitavano in modo spavaldo e minaccioso, e avevano delle bandiere rosse". Cos i dimostranti hanno percorso via Dante, "lanciando frasi di minaccia e di dileggio, specie rivolte ai "signori" veri o supposti, alle signore che erano affacciate alle finestre e che fecero ritirare con gesti come quello che voleva dire semplicemente: vi taglieremo la testa!"(247).
Questo "corteo rosso", "dall'armamento e dalle intenzioni tutt'altro che tranquilli", "non seguito dal grosso degli scioperanti che indugiava all'Arena", con la sua semplice comparsa in via Mercanti innesc la reazione dei controdimostranti ammassati in piazza del Duomo, "poca gente, ma in cambio bene e visibilmente armata,"(248), che "mossero rapidamente a incontrare gli avversari"(249).
Un drappello di cavalleria, sbucato dalla piazzetta dei Mercanti, cerca d'inserirsi tra gli opposti schieramenti. I cavalli, impauriti, si sbandano. Improvvisamente dal gruppo dei dimostranti di piazza del Duomo (ufficiali e arditi in divisa, studenti del Politecnico, futuristi e fascisti)(250) parte una salva di colpi di pistola. I proiettili abbattono una quindicina di persone, in maggioranza giovanissimi operai(251). Tre i morti, tutti estranei alla manifestazione: un impiegato diciottenne "assolutamente alieno dalla politica"; un garzone sedicenne figlio di un muratore; una cucitrice di diciannove anni, "dedita soltanto al lavoro e alla famiglia" e fulminata da un colpo alla nuca mentre andava a trovare una zia, che sar l'unica a raggiungere l'ultima dimora senza il consueto accompagnamento del clero(252). Ricorda un testimone oculare:

Le cose andarono proprio cos, perch gli anarchici si mettevano sempre alla testa dei cortei, erano sempre in prima fila, pronti allo scontro. A un certo momento, in via Mercanti, noi stavamo arrivando dall'Arena. Io ero sul marciapiede, ancora vestito da soldato, quando si sente la sparatoria. Sorpresa. Una cosa mai avvenuta che ci sparino cos, senza squilli, senza niente. Erano arditi, arditi di guerra, sull'angolo dove adesso c' il bar, per impedirci di arrivare in piazza Duomo. Saremo stati lontani, non so, sette o otto passi, dieci passi, da loro, quando cominciarono a tirare. In piazza non ci siamo neanche arrivati, non ci hanno fatto entrare... Fu una pura e semplice imboscata.(253)

Incalzati da vicino, gli anarchici fuggirono per via Dante fino in largo Cairoli. A sparare su di loro non furono soltanto gli inseguitori ma anche gli abitanti di qualche palazzo del centro(254). In compenso, "la massa che usciva (...) dall'Arena si mantenne del tutto estranea ai conflitti". Mentre una parte dei controdimostranti disperde il corteo sovversivo (e la polizia sgombra gli sbocchi di piazza del Duomo facendo uso, per la prima volta nel dopoguerra, degli idranti), un gruppo di arditi, al grido di "Abbasso Lenin, abbasso il bolscevismo, abbasso l'Avanti!", raggiunge la sede del giornale socialista e ("senza essere molestati da nessun poliziotto"(255) la devasta. Un altro morto, un soldato, resta sul terreno.(256) Una fitta grandinata, abbattutasi su Milano verso sera durante un furioso temporale, vuota le strade e conclude degnamente la tragica giornata(257).

Che l'incendio e la devastazione dell'Avanti! del 15 aprile 1919 rappresentino l'inizio della reazione sanguinosa del braccio armato di una borghesia terrorizzata dall'ingresso nella vita pubblica delle grandi masse proletarie  cosa ormai pacifica(258). Si pu tranquillamente sottoscrivere, a distanza di tanti anni, il commento del Populaire riprodotto dall''Avanti! quando il giornale pot tornare a stamparsi:

I fatti di Milano attestano la volont dei partiti imperialisti di spezzare lo slancio del proletariato prima che esso riesca ad affermarsi. (...) A Milano s' scatenata la controrivoluzione preventiva(259). La borghesia, d'accordo coi transfughi del socialismo, ha cercato di terrorizzare il proletariato (...). Meditiamo su questi avvertimenti. Essi contengono una lezione impressionante; attestano che la borghesia, nell'ansia del fallimento supremo,  disposta a ricorrere a qualsiasi violenza(260).

Sulla stessa linea si pongono gli anarchici italiani:

La borghesia ha voluto dirci che non ceder senza accanita resistenza il posto di privilegio che occupa nella societ attuale; ha voluto mostrarci che va preparandosi tale resistenza, e che anzi in parte  gi preparata. Il teppistico episodio della distruzione dell'Avanti! rivela, anzi, l'intenzione di tirare in un agguato, con una provocazione irresistibile, il proletariato inerme - per piombargli addosso a mano armata e dissanguarlo in modo da indebolirlo per un bel pezzo(261).

Se tutti, anche i conservatori, furono d'accordo nell'interpretare i fatti del 15 aprile come una "ribellione della borghesia"(262) (presa di mira, scrisse il Corriere della Sera, "come classe che usurpa (...) la funzione direttiva, come se questa funzione non le fosse demandata dalle esigenze dell'organismo sociale, nel quale, come in quello umano, c' necessariamente un cervello")(263), divergenti tra loro furono le interpretazioni della risposta proletaria alla provocazione degli incendiari. Dal fatto che l'Avanti!, bandiera e simbolo del socialismo italiano, era stato saccheggiato impunemente senza che scoppiasse "immediata, spontanea, irrefrenabile", la rivoluzione, qualcuno trasse la convinzione che un moto rivoluzionario fosse irrealizzabile nel nostro paese(264).
Opposta l'interpretazione degli anarchici:

La classe operaia, malgrado le sue divisioni, malgrado i tradimenti che l'hanno scoraggiata in questi ultimi cinque anni, malgrado il subdolo sabotaggio d'ogni energia e d'ogni unione che fa dovunque la Confederazione del lavoro, si  in ogni dove mostrata psicologicamente, spiritualmente, pronta e all'altezza della situazione. Essa freme d'impazienza e di desiderio d'azione. E alla scudisciata datagli [sic], con intenti premeditati, in pieno viso, con la distruzione del quotidiano ch'era l'unico suo portavoce, ha subito reagito - come poteva. (...) Senza ordini, senza incitamenti, in quasi tutte le citt principali d'Italia, gli operai hanno abbandonato il lavoro per uno o due giorni, unanimi. In qualche luogo ci  avvenuto contro le precise disposizioni delle organizzazioni socialiste e confederali locali.(265) (...) abbiamo avuto l'esatta percezione che le folle sentivano la gravit dell'ora, sapevano che cosa sarebbe occorso di fare, ma avevano la coscienza della loro momentanea impotenza; sentivano che alla loro gi matura preparazione morale non corrispondeva alcuna bench piccola preparazione materiale.(266)

Ricorda un testimone:

Quella sera noi eravamo arrabbiati forte quando si seppe dell'assalto all'Avanti!. Quei quattro che ci stavano, gente anziana, custodi, non erano un presidio effettivo. Chi pensava che avrebbero aggredito l'Avanti!. Mai pi! Aggredire l'Avanti! in una citt come Milano! La sera ci trovammo in piazza Duomo. L c'era il carosello dei tram, c'erano i giardinetti, e sull'angolo formammo un capannello, con sette o otto giovani socialisti. E dicemmo: qui, adesso, bisogna dargli subito una lezione, bisogna fargliela pagare, oh, non devono mica permettersi queste cose. Un po' di roba ce l'avevamo. Andiamo. Stasera. Gli tiriamo dentro una bomba, l, in via Paolo da Cannobio. Qualcuno che para le spalle, basta arrivare dentro il portico, ci butti tre o quattro bombe a mano, salta per aria tutto e han bell'e finito di cantar gloria. Non era un'impresa neanche molto rischiosa, era una cosa che si poteva fare. Una ventina di noi, e avremmo dato fuoco a tutta la strada. Ma... Il partito dice di non reagire: la calma  dei forti, noi siamo il numero, noi siamo la forza, noi siamo... Voi siete una massa di coglioni, abbiamo detto noi, se cominciate a buscare ve ne daranno delle altre.(267)

"PI FORTI ASSAI DI PRIMA"

Mentre Milano era al centro di questi sanguinosi avvenimenti, a Firenze si teneva il primo congresso anarchico del dopoguerra. La proposta di un incontro fra tutti gli anarchici italiani era partita, fin dal mese di febbraio, dai tre membri superstiti del Comitato d'azione internazionalista anarchico (costituitosi al convegno di Ravenna del giugno 1916) che durante la guerra aveva cercato di coordinare, tra immense difficolt, l'azione degli anarchici italiani(268). Essa nasceva dalla constatazione che il dopoguerra aveva coinciso dappertutto con un risveglio del movimento anarchico e dalla necessit di procedere a un "censimento" e a una riorganizzazione delle forze.
Accolta con entusiasmo, ma anche con qualche perplessit, l'idea del convegno fu salutata da un "magnifico plebiscito di adesioni", con "molte impazienze" e "pochissime titubanze"(269).
La mattina del 12 aprile uno zelante commissario di PS, avvicinatosi con i suoi uomini al portone della Camera del lavoro di Firenze, ne faceva distaccare la grande bandiera nera con la scritta a lettere bianche "N Dio n padroni" che gli anarchici del posto vi avevano appena steso. Dentro, in quel momento, si trovavano riuniti una cinquantina di anarchici, che prima della fine del convegno sarebbero aumentati fin quasi a settanta. Erano presenti gruppi o circoli o federazioni delle principali citt italiane, in rappresentanza di quindici regioni. Da Milano era venuto Ettore Molinari con una misteriosa "sorella" che doveva essere, in realt, la sua compagna Nella Giacomelli(270).
L'ordine del giorno era articolato in quattro punti: rinnovo del Comitato d'azione internazionalista anarchico e provvedimenti inerenti alla funzione della sua segreteria; proposta di costituzione di una federazione anarchica italiana; accordi da prendersi sul problema dell'organizzazione operaia; sistemazione della stampa anarchica.
La sera del primo giorno circa duecento persone parteciparono, sempre alla Camera del lavoro, a un comizio privato sul tema: "Gli anarchici e il momento attuale". Gli oratori, tutti seguiti dalla "religiosa" attenzione dei compagni, non furono trattati con meno riguardo dal confidente che anche in quella circostanza, come per ogni altra riunione di anarchici, la questura era puntualmente riuscita a infiltrare tra i presenti. Cos, secondo questo interessato ascoltatore, un delegato spezzino (Pasquale Binazzi) "afferm che non  pi l'ora delle polemiche ma quella dell'azione colle armi alla mano e che (...) ogni anarchico deve bene affilare la propria arma per lanciarsi sulle piazze contro la borghesia"; uno di Vicenza (Vasco Vezzana) "fu violentissimo: si scagli contro la monarchia che a mezzo dei suoi governanti in quattro anni di guerra ha perseguitato con tutti i mezzi pi infami gli anarchici per impedire ad essi di poter manifestare pubblicamente la loro avversione alla guerra"; due romani (Giovanni Forbicini e Temistocle Monticelli) "raccomandarono di riattivare sollecitamente ed efficacemente il lavoro di riorganizzazione, cercando di dimostrare che ora non  pi il tempo di seguire i socialisti ufficiali nelle loro manifestazioni banali, non  pi il tempo di cortei, di sbandierament, di comizi con ordini del giorno sconclusionati, ma che occorre invece scendere in piazza armati per opporre la violenza alle violenze". E a questo punto, con palese compiacimento dell'informatore, uno degli intervenuti avrebbe gridato: "Le bombe sono pronte!"(271).
Il 13 aprile, dopo quasi due giorni di vivaci discussioni, il convegno fiorentino approvava la costituzione dell'Unione anarchica italiana e decideva il trasferimento da Roma ad Ancona della sede del comitato coordinatore, di cui entravano a far parte, in rappresentanza degli anarchici milanesi, Ettore Molinari ed Emilio Spinaci.
Sul problema dell'organizzazione operaia un lungo e spesso applaudito intervento di Armando Borghi non bast a convincere i presenti della necessit di un accordo tra la neonata Uai e l'Unione sindacale italiana. Prevalse, a grande maggioranza, la posizione degli intransigenti, cio di coloro che non ammettevano alcun rapporto organico con partiti politici e organizzazioni sindacali. Gli anarchici presenti non ritennero di dover accordare all'Usi qualcosa in pi di una semplice "preferenza,", a condizione che essa continuasse a "mantenersi sul terreno antistatale, antiaccentratore e rivoluzionario"(272).
Ampia e tumultuosa fu la discussione dell'ultimo giorno (14 aprile) sulla stampa. Gli intervenuti, tra i quali il milanese Molinari, "dissero che i giornali dovranno servire soltanto per il tempo della preparazione alla rivoluzione e che, avvenuta questa, le pubblicazioni si riuniranno in un bollettino unico giornaliero". Venne insomma a delinearsi, fin dalle prime battute, una frattura tra chi sosteneva la necessit di un giornale unico, nuovo e quotidiano, che fosse l'organo ufficiale dell'Unione test costituita, e chi invece voleva dare maggior impulso ai periodici esistenti(273) e fondarne altri l dove gi c'erano forti nuclei anarchici. "Nella mattinata" si legge nel rapporto del questore "l'accordo fra le due tendenze non fu raggiunto e la disparit di opinioni fu talmente accentuata che verso mezzogiorno avvenne un tumulto con scambio d'ingiurie e minacce, e poco manc non venissero a vie di fatto."
Ripresa la discussione nel pomeriggio, "le invettive si rinnovarono". Tornata la calma, l'accordo fu raggiunto. Con soli quattro voti contrari, si deliber la fondazione di un giornale quotidiano che rispecchiasse le idee di tutti gli anarchici d'Italia: "e ci" spiega il questore "per iniziativa del rappresentante gli anarchici milanesi, nella persona del Molinari". Lo stesso Molinari contribuiva alla sottoscrizione per il quotidiano, aperta l per l, con la somma, piuttosto consistente per quei tempi, di settantamila lire: il ricavato dalla vendita di un terreno.
"Poco prima della fine del convegno" conclude il rapporto del questore "pervenne la notizia dello sciopero generale di Milano e furono emesse grida inneggianti alla rivoluzione; gli anarchici di Milano e di Torino partirono subito per trovarsi pronti ai loro posti di battaglia."(274)
I commenti degli anarchici al loro primo convegno del dopoguerra (passato del tutto inosservato sulla stampa borghese e socialista) risultano improntati a una moderata ma legittima soddisfazione. In un articolo che racchiudeva le sue impressioni sul convegno di Firenze Luigi Fabbri scrisse:

Non solo noi non siamo usciti pi deboli dalla bufera, ma pi forti assai di prima: pi forti di numero e pi forti nella qualit delle energie nostre. V'erano rappresentanti d'ogni parte d'Italia, le pi diverse, da Torino a Foggia, da Vicenza a Napoli. Pi di cento localit erano direttamente rappresentate; e alcune delle pi importanti, come Roma, Napoli, Bologna, Milano, Ancona, ecc., avevano inviato fino a tre rappresentanti ciascuna. Ad esse bisogna aggiungere altrettante localit, ed anche pi, che (...) avevano aderito per lettera. (...) abbiamo conosciuto moltissimi compagni nuovi e giovani, venuti a noi in questi ultimi tempi. (...) Tutti ci hanno detto (...) come dovunque le nostre teorie di lotta trovino sempre maggior accoglienza da parte dei lavoratori, come il numero dei nostri compagni aumenti, come la nostra influenza tra le masse, specie fra quelle organizzate, vada crescendo (...)(275).

Come in quasi tutti i congressi anarchici, la questione dell'organizzazione era quella che aveva appassionato di pi. Comunque, scriveva Fabbri, "non fu difficile intendersi. Tutti sentivano la necessit di unire in fascio solidale e concorde le forze anarchiche, e tutti eran d'accordo che l'unione fosse tale da accrescere la somma di libert, e cio la possibilit d'azione, dei singoli gruppi e individui e non da incepparla o diminuirla". Unanime, invece, era stata l'ostilit contro la Confederazione del lavoro, che "in ogni luogo fa un vero sabotaggio dell'unit operaia, della rivoluzione e delle stesse decisioni del partito socialista".
Sul problema del quotidiano, sollevato da "un gruppo di compagni di Milano, d'accordo con altri", Fabbri trovava che non si fosse discusso abbastanza: "l'obiezione pi formidabile era che non abbiamo mezzi finanziari e personale tecnico adatto, per affrontare una tale impresa". Anche secondo lui, per, c'era "una ragione formidabile che oggi milita a favore dei partigiani del quotidiano: il bisogno di un organo giornaliero, dato il momento che attraversiamo. Se anche un quotidiano non dovesse vivere che dieci o dodici mesi, l'opera sua oggi non sarebbe inutile, e potrebbe essere un coefficiente di vittoria o per lo meno di affermazione e di progresso niente affatto indifferente"(276).


LA "BARRICATA UNICA"

Sia durante che dopo la Grande Guerra l'Avanti! fu sicuramente, come ha ricordato Armando Borghi, "il giornale pi caro al proletariato". Lo stesso Serrati ammetteva che a difendere il suo giornale dalle aggressioni degli interventisti erano stati, in certe occasioni, pi gli anarchici che i socialisti milanesi(277). L'Avanti!, ribadiva un confratello libertario in uno dei suoi primi numeri del dopoguerra, "non  un giornale di nostre idee, n che rispecchi i nostri metodi di lotta. Ma  il giornale quotidiano che noi leggiamo pi volentieri di tutti gli altri, dopo i nostri settimanali di propaganda. Bench sostenga idee e metodi diversi dai nostri,  il giornale quotidiano della classe operaia;  un poco anche "nostro""(278). Logico, dunque, che la sua distruzione avesse suscitato, con quello dei socialisti, lo sdegno degli anarchici, i quali approfittarono della doccia fredda abbattutasi sul proletariato milanese per lanciare alle masse e ai dirigenti del partito "cugino" la proposta del fronte unico.
Se ne fa promotore Armando Borghi, al grande comizio di protesta per i fatti di Milano svoltosi a Bologna nei giorni dello sciopero generale.

Uno degli oratori sono io, che tiro le somme sulla necessit di prepararsi. Gli scioperi generali di ventiquattr'ore per sgranchirsi i muscoli  roba sorpassata. Ora  tempo di battaglia. Se non la daremo la subiremo. Accetto dunque la proposta chiusura dello sciopero generale fatta dai socialisti e propongo un voto da trasmettere a tutti gli organismi nazionali classisti invitandoli a riunirsi per gettare le basi di un accordo e di una preparazione generale che consenta di non dover pi affrontare impreparati un altro sciopero generale.

Messa ai voti la proposta, nonostante l'opposizione degli oratori socialisti, "una selva di mani si lev ad approvarla. Alla prova contraria non si lev una mano"(279). Quella massa, commenter Borghi in altra sede, era in grandissima parte socialista, e come tale avrebbe dovuto obbedire alle direttive dei suoi capi. Viceversa, approv all'unanimit l'ordine del giorno presentato dal segretario dell'Usi.(280)
L'idea della "barricata unica", come subito la chiamer L'Avvenire Anarchico di Pisa in un articolo favorevole all'iniziativa(281), incontra la generale approvazione degli anarchici italiani. Spiega Volont:

La proposta  questa: che si formi un comitato d'azione e preparazione rivoluzionaria formato da un rappresentante dei cinque organismi sovversivi e proletari che furono concordi nella protesta contro l'aggressione borghese e nazionalista. Essi sono il partito socialista, la Confederazione del lavoro, l'Unione anarchica, l'Unione sindacale e il Sindacato ferrovieri. L'idea  ottima... a un patto: che tutti gli organismi invitati a parteciparvi sieno almeno concordi in una cosa, [CENSURA] nei mezzi pratici, l'azione rivoluzionaria.

Il fatto che la proposta di Borghi sia stata approvata dagli oltre ventimila proletari presenti al comizio di Bologna non dissipa i dubbi del settimanale anarchico sulla possibile adesione della Cgl.

Noi siamo per d'opinione che il comitato d'azione, una volta formato, possa e debba essere indipendente dai singoli partiti ed organismi (...) In quanto al [suo] compito (...), secondo noi esso dovrebbe essere pi che altro di coordinazione. (...) Sul terreno politico esso dovrebbe riservarsi solo quei compiti che non fosse possibile essere assunti e svolti dalle singole forze e iniziative locali (...) Ma il compito principale, secondo noi, dovrebbe sempre restare alle forze locali.  in ogni centro, piccolo o grande, che l'accordo deve farsi (...) Senza di che, nessun comitato servir a niente.(282)

L'ordine del giorno approvato a Bologna fu ripreso e votato in molti comizi del successivo Primo Maggio. Quel giorno, a Milano, mentre i socialisti sfilavano pacificamente per le vie della citt e il fascio di combattimento, che "aveva in animo di organizzare un corteo patriottico", vi rinunciava (a suo dire) in considerazione del "delicatissimo" momento internazionale(283), su molte cantonate, specie in periferia, si trovarono affisse copie di un manifesto clandestino firmato da un non meglio identificato "Fascio d'Azione dei Giovani Anarchici" che venivano subito staccate, strappate o coperte dalle autorit(284). Lo stesso manifesto veniva diffuso dagli anarchici durante un comizio di metallurgici svoltosi alla Camera del lavoro la sera del 10 maggio(285). Il 18 dello stesso mese, sempre a Milano, Borghi presentava il suo ordine del giorno al comizio per l'inaugurazione del vessillo dei ferrovieri. Turati, contrario, non tacque il suo dissenso. Tra fischi (per il deputato socialista), applausi (per il segretario dell'Usi) e alte grida di "Viva Liebknecht! Viva Spartacus! Viva la Russia!", l'ordine del giorno veniva clamorosamente approvato anche dalla folla riunitasi nel cortile della Casa dei ferrovieri(286).
Cinque giorni dopo dal ministero degli interni partiva una circolare per tutti i prefetti del regno:

Da segni non dubbi appare una notevole ripresa di attivit del partito anarchico in seguito al convegno di Firenze, con decisa affermazione del programma comunista e dell'accordo degli elementi estremisti affini delle altre organizzazioni proletarie. Quest'ultima tendenza nuovamente propugnata da Armando Borghi rappresenta la pi importante affermazione del convegno e merita di essere seguita nelle sue pratiche attuazioni locali con vigile accorgimento, in quanto tende a organizzare sulla base di una immediata finalit rivoluzionaria le avanguardie dei partiti sovversivi. Su questo punto richiamasi la particolare attenzione delle SS. LL. con raccomandazione di segnalare subito al ministero ogni atteggiamento delle organizzazioni politiche e di classe il quale implichi adesione ai gruppi comunisti anarchici(287).

Gli anarchici vogliono la rivoluzione. Ma sarebbe possibile, la rivoluzione, se il partito socialista le fosse ostile, il partito socialista - si interroga Volont - "qual  oggi, col seguito che ha e la fiducia che riscuote tra le masse"? La risposta a questa domanda non pu essere che negativa. Tolti i socialisti, tolti i repubblicani nelle regioni dell'ex stato pontificio, verso la met del 1919 gli anarchici sono "una forza materiale troppo esigua per un movimento di massa", una forza che, da sola, non potrebbe bastare a "qualcosa di serio e di risolutivo".
Per fare la rivoluzione gli anarchici hanno dunque bisogno delle masse. Queste masse sono in gran parte raggruppate intorno al partito socialista. Ci non significa che esse non siano disponibili, perch molti degli obiettivi individuati dal partito socialista - dalla smobilitazione all'abolizione delle restrizioni alla libert di riunione, di parola e di stampa; dalla liberazione dei condannati per reati militari e politici al ritiro delle truppe italiane dalla Russia - possono essere condivisi dagli anarchici. Non sono questi, tuttavia, i punti che agli anarchici premono di pi. Ci che maggiormente li attrae  il fatto che il partito socialista parli, come di una "possibilit prossima", del "trapasso dalla societ borghese alla societ socialista, in cui la propriet sar gestita direttamente dai lavoratori".
Il linguaggio dei socialisti  "chiaro". Ed  anche, insiste Volont, "il meno adatto per una preparazione elettorale. Se tale predicazione rivoluzionaria finisse un giorno nel solito salmo del "votate per noi" (...) i lavoratori scoppierebbero in una risata fragorosa e pianterebbero in asso i predicatori": o tornando a un "riformismo senza maschera" o schierandosi con gli anarchici. "Se poi, anche contro la loro intenzione, la loro propaganda culminasse in moti di popolo che, per non essere preparati, fossero sconfitti, essi ne subirebbero le conseguenze (...)".
Accantonando la questione della dittatura del proletariato, che "andrebbe discussa a lungo e a parte", anche perch agli anarchici "non riesce molto chiara" ("Essa ad ogni modo potr dividerci dopo e non prima" scrive con molto buonsenso il quindicinale anconetano), si sottolinea l'esigenza che i rapporti tra anarchici e socialisti siano ispirati "dalla necessit impellente di concordia sullo scopo immediato di vincere la resistenza materiale della borghesia"(288).
Ma il tempo passa e i socialisti non prendono posizione. Il loro dilemma, spiega Volont verso la fine di maggio,  questo: "O passare dalla predicazione a una effettiva preparazione pratica rivoluzionaria, oppure voltare a destra per sfruttare a semplice scopo riformista ed elettorale tutto il lavoro di propaganda con cui hanno raccolto fin qui tante adesioni". Comincia cos a profilarsi il pericolo maggiore: quello del temporeggiare, del dare tempo al tempo, del mutare a poco a poco o dell'aspettare, per tornare a dire parole fiere e fieri propositi quando... il momento  passato ed ogni possibilit di realizzazioni rivoluzionarie  tramontata. Peggio ancora: potrebbero gli avvenimenti incalzare e sorprendere l'asino di Buridano a mezzo delle sue meditazioni e indecisioni, e togliergli anche la possibilit di dare il pi innocuo calcio - prima di farsi mettere sul dorso un basto assai pi pesante e alla bocca un morso assai pi doloroso.
 facile constatare, intanto, che dopo il Primo Maggio "la temperatura della propaganda socialista [ha segnato] un abbassamento di calore". Nulla ancora si sa dell'accoglienza socialista alla proposta della "barricata unica", mentre invece "continua (...) il sabotaggio dell'unit sul terreno rivoluzionario da parte di alcuni funzionari della Confederazione del lavoro". In qualche posto si  arrivati a questo: "che dei segretari di camere del lavoro o di leghe si sono rifiutati di andare a parlare nei comizi solo perch v'erano stati invitati anche degli oratori anarchici o sindacalisti".
Quello di Borghi, rivela il periodico anconetano, non  stato il primo tentativo di formare un fronte unico tra le forze rivoluzionarie. Un altro era stato fatto a Modena il 28 marzo, quando i rappresentanti del gruppo anarchico locale, della Federazione socialista, della Federazione giovanile socialista, della Camera del lavoro sindacalista e di quella confederale si erano riuniti per formulare una proposta di collegamento tra le forze proletarie di tutta Italia: "La proposta fu trasmessa ai vari organismi operai nazionali; ma gli unici ad aderirvi furono i compagni dell'Unione sindacale. Tutti gli altri fecero conto di non aver sentito".
Gi a Roma, durante un incontro tra Cgl e Usi, con la partecipazione del partito socialista, la proposta di ammettere a quella specie di convegno anche una rappresentanza del Comitato d'azione internazionalista anarchico si era scontrata con l'opposizione di Costantino Lazzari che, a nome del partito socialista, aveva definito gli anarchici una "forza trascurabile ed estranea al movimento proletario". E pi recentemente, dopo i fatti di Milano del 15 aprile, l'Avanti! aveva permesso che "un giornalaccio nazionalista" - L'Idea Nazionale - trattasse da "giovinastri" quei dimostranti che, contro il parere dei socialisti, si erano spostati dall'Arena verso il centro, pur sapendo che "si trattava in gran parte di anarchici".
Non era "per ripicca" che gli anarchici facevano questi rilievi. "Sappiamo bene che i socialisti, vale a dire quelli che governano il loro partito, sono e saranno nostri avversari prima e dopo la rivoluzione. (...)" Ma siccome "la rivoluzione  una tappa per la quale anche noi dovremo passare, se essi affrettano il cammino verso questa tappa non saranno i loro gesti poco simpatici o settari che ci impediranno di dar loro una mano"(289).


SCORTESIE SOCIALISTE

Tra la fine di maggio e i primi di giugno del 1919 aumentano gli screzi tra socialisti e anarchici. Sono ancora dei dispettucci, dei semplici colpi di spillo, ma rivelano un indirizzo preoccupante.
La sera del 23 maggio nella palestra delle scuole del corso di Porta Romana si tiene un comizio contro la pace imperialista. Parlano Treves, Serrati, Turati. Dopodich, scriver l'Avanti!, "un gruppetto di anarchici vorrebbe rimanere per udire il discorso di uno dei loro oratori, ma il pubblico  ormai avviato all'uscita" e l'anarchico deve rinunciare al proprio intervento(290).
Passa una settimana. Il 30 maggio nuova manifestazione. Ecco come la descrive l'anarchico Bruno Filippi in una lettera al compagno Virgilio Gozzoli:

Carissimo, ieri giornata di battaglia. La nostra bandiera sventol vittoriosa per le vie di Milano rompendo i cordoni di baionette che ci costringevano. Al comizio parl Vella, applauditissimo. Poi ci fu un battibecco a proposito dell'ordine del giorno del solito... ordine! Ci mettemmo in testa quella ventina che conosci e le bandiere rosse socialiste di seta e piene di fronzoli diventavano ancor pi... rosse... dalla vergogna nel veder il nostro straccio nero applaudito da tutti. E cos si vinse. S'and all'assalto (!), si rovinarono parecchie guardie e delegati e malgrado le baionette puntate si ruppero i cordoni. Dei borghesi spararono sui carabinieri colpi di revolver. E per ora basta, ma pare che l'alba stia per giungere...(291)

Un altro comizio pro Russia rivoluzionaria e contro la pace imperialista si svolge la sera del 2 giugno nella Casa del popolo milanese. Per tre ore, davanti a diecimila persone, parlano Turati, Jean Longuet, Ramsay MacDonald, Serrati. Alla fine "un gruppetto di anarchici vorrebbe, secondo l'uso, protrarre il comizio. Attorno al banco degli oratori c' un movimento di agitazione, ma Serrati taglia corto all'incidente dichiarando chiuso il comizio". Mentre la gente sfolla al canto dell'Internazionale, "sul palcoscenico gli anarchici ritentano di impadronirsi del comizio, ma trovano la resistenza di molti compagni che li persuadono a desistere dai loro propositi"(292). Commenta Volont:

Che quei compagni milanesi si siano persuasi... pu darsi. Ma tutto ci persuade poco noi, a dir vero. Un tempo era costume che non si sciogliesse comizio senza che si invitasse se v'era qualcuno che intendeva prender la parola; e agli oratori anarchici non si vietava di parlare, salvo poi a fischiarli se non piacevano (...) Forse oggi non si lascian parlare perch  assai pi probabile che siano applauditi?(293).

Tale  l'irritazione per il nuovo atteggiamento dei socialisti che alcuni anarchici scrivono una lettera addirittura al Popolo d'Italia:

Centinaia di nostri compagni sono (...) in galera per aver tenuta alta durante la guerra la nostra bandiera. E i socialisti, che abbiamo in cento occasioni aiutati, ora vorrebbero metterci da parte perch non siamo loro pi utili... noi, che fummo i maggiori sacrificati dalla guerra, che combattemmo disperatamente senza che la massa fosse consapevole dell'oscura e continua nostra lotta.(294).

Annota tristemente Volont:

Quanta amarezza in queste parole! e quale amarezza, anche,  in noi che la suscettibilit dei nostri compagni sia stata cos profondamente ferita da spingerli a ricorrere per ospitalit a un giornale, organo de' peggiori nostri nemici! Certo, noi avremmo preferito mille volte tacere, oppure ricorrere a qualsiasi altro mezzo, per tentar d'arrivare al pubblico, piuttosto che salir certe scale e vedere la nostra prosa su certe colonne!(295)

Il gesto degli anarchici milanesi che in segno di protesta hanno scritto al giornale di Mussolini provoca la reazione di un gruppo di compagni che il 4 giugno si riuniscono per stilare il seguente comunicato:

Un gruppo di anarchici, esasperati per vedersi in tutti i comizi impediti nella loro libert di parola da parte dei socialisti, hanno pubblicato una loro protesta sul giornale che non si nomina.
Noi non contraddiciamo tale protesta, legittima e sacrosanta, e come loro lamentiamo la settaria intolleranza dei socialisti che da qualche tempo hanno votato un vero ostracismo agli anarchici, ma deploriamo che i compagni protestatari abbiano chiesta ospitalit ad un giornale con cui l'incompatibilit di principi e di scopi non pu essere riducibile per nessuna ragione di opportunit o di esasperazione.
I dissensi pi forti di natura elettoralistica che dividono i socialisti dagli anarchici porteranno inevitabilmente fra qualche mese a urti ancor pi aspri fra di essi, ma ci pare che i socialisti anticipino troppo la loro dichiarazione di guerra senza pensare che forse c' ancora qualche cosa da fare insieme...
Noi ci rendiamo perfettamente conto dell'ineluttabilit storica per cui, prima di giungere ad un regime veramente libertario, bisogner passare per la dittatura socialista, dalla quale non ci aspettiamo carezze, ma pure in previsione di essere le future vittime, noi la auspichiamo in odio all'immorale e infame regime borghese, che dopo averci travolto in una guerra assassina, fa strazio d'ogni diritto e d'ogni libert e riduce i rapporti di vita sociale a decreti di polizia ed a misure odiose di repressione.
Ci si ammonisce che il regime socialista dei Soviets in Russia  stato implacabile cogli anarchici. Non ne sappiamo niente. La stampa tutta, asservita vilmente ai Governi, non ha mai rivelato la verit sugli avvenimenti in Russia; sulla grande rivoluzione russa non ha diffuso che calunnie ridicole e odiose, deformando nel modo pi disonesto ogni notizia che la riguardasse.
Ancor oggi nessuno conosce il vero stato di cose di laggi, e si ha quindi il diritto di non credere a null'altro che a questa constatazione: che la borghesia internazionde  inferocita contro i rivoluzionari di Russia, il che significa che i suoi interessi ne sono stati compromessi e che il suo dominio  tramontato.
E ci  sufficiente per ora a far volgere le nostre simpatie e le nostre speranze verso la grande Repubblica dei Soviets che ha dato ai paesi occidentali, ancor proni e schiavi, il pi grande esempio di riscossa che la storia ricordi.(296)

La lettera degli "anarchici della riunione del 4 giugno" provoca un breve commento dell'Avanti!, che respinge l'accusa di "intolleranza settaria" mossa ai socialisti dagli anarchici.

Nessuno vieta - e noi protesteremo con tutte le nostre forze se ci avvenisse - che gli anarchici indicano quanti comizi vogliono, per sostenervi le loro particolari vedute; ma quando un partito raduna diecimila lavoratori per ascoltare determinati oratori in tre ore di comizio non  intolleranza il volere [che] sia finito con l'avvenuta votazione dell'ordine del giorno (...).(297)

Quanto a Volont, le sue riserve vertono esclusivamente sulla "cosiddetta ineluttabilit storica di passare, ecc.". Pu darsi che sia vero, scrive il quindicinale di Ancona. Ma in un regime socialista autoritario gli anarchici saranno all'opposizione. E non  comunque da escludere la possibilit di una "tecnica libertaria della rivoluzione".
In ogni caso, tirando le somme, "tutte le scortesie dei socialisti (...) non potrebbero impedirci di dar loro una mano quando li vedessimo fare sul serio qualcosa di utile per la causa proletaria (...) e per la rivoluzione". Ma "i fatterelli" accennati e "quel linguaggio mal celatamente irritato e irritante" del giornale socialista sembrano costituire un indizio del fatto che "i dirigenti del partito socialista premano sempre pi verso destra le masse, abbiano dato al loro timone un colpo per un mutamento di rotta, da quella che era prima del Primo Maggio". Perch, inutile dissimularselo, "da un po' di tempo dell'Avanti! si pu dire che la voce del cantor non  pi quella!". Certo  che "con l'avvicinarsi delle elezioni (...) una parte dell'organismo socialista soffre un riacutizzarsi del vecchio male opportunistico, di cui pareva esente da parecchio tempo". Al periodico anconetano resta solo la speranza che la malattia non "lo costringa al letto e ve lo inchiodi irrimediabilmente"(298).
Il problema della partecipazione degli anarchici ai comizi socialisti sar risolto ai primi di luglio con un accomodamento tra le parti di cui troviamo traccia in un rapporto del prefetto di Milano:

Dato il fatto che negli ultimi comizi socialisti non si  lasciata libert di parola ai rappresentanti degli anarchici, questi protestarono vivamente e reclamarono, contro una tale rappresaglia, ai dirigenti la Sezione socialista. In seguito a ci (...) il noto Repossi Luigi invit negli scorsi giorni presso la sede di detta Sezione tre anarchici e comunic loro che egli, quale rappresentante del partito socialista, era stato incaricato di far presente che in avvenire gli anarchici potranno mandare un proprio oratore ai comizi socialisti, a condizione per di designare e far noto un paio di giorni prima l'oratore stesso.

Riunitisi la sera del 3 luglio nella sede dell'Usi, una cinquantina di anarchici

discussero a lungo e decisero di rispondere al Repossi che essi intendono partecipare senz'altro a tutti i comizi d'indole politica, e scegliere l'oratore nel momento stesso nel quale essi credono opportuno il diretto loro intervento nella discussione degli argomenti pei quali i comizi saranno stati indetti.(299)

L'ostracismo dei socialisti, accusati dagli anarchia milanesi di voler spegnere ci che essi stessi "da molto tempo" avevano acceso, anche con la strumentalizzazione dei "cugini" (la struttura disorganizzata e fluttuante del movimento anarchico milanese, sottolinea l'Iconoclasta!, "permette ai socialisti locali di "valorizzarlo" e di " svalorizzarlo " a seconda delle circostanze e delle "bisogne" loro")(300), genera una spinta verso l'autonomia. Cos, nella stessa riunione del 3 luglio, gli anarchici presenti deliberano di tenere finalmente un proprio comizio "non appena potranno avere un buon oratore e quando la Camera del lavoro riterr di concedere il locale". Informa il prefetto concludendo il proprio rapporto:

Essi intenderebbero far venire a Milano come oratore l'anarchico Galleani Luigi, che da tempo trovasi in America e che fra qualche mese farebbe ritorno in Italia, e al Galleani stesso vorrebbero anche affidare la direzione del giornale anarchico che dovrebbe qui pubblicarsi, quando saranno stati raccolti i fondi sufficienti, il quale verr intitolato "La nuova umanit".(301)


"EL BIROCC DELLA RIVOLUZIONE"

Ricorda un testimone:

Nel luglio del '19 certi generi non si trovavano. Erano scarsi, razionati: di sigarette te ne davano due o tre. E la gente non ne poteva pi, di queste restrizioni. Che avesse proprio fame non direi(302). Andava a dar l'assalto ai negozi e ai magazzini di generi alimentari, di vestiario, di scarpe. Forse aveva pi bisogno di vestirsi e di calzarsi che di mangiare. E i negozianti oggetto di questa reazione operaia andarono tutti a portare le chiavi alla Camera del lavoro: "Questo  il mio negozio, lo affidiamo alla vostra fede...". La Camera del lavoro garantiva che i negozi non sarebbero stati saccheggiati. Come poteva fare, non lo so. Fatto sta che il fenomeno si esaur rapidamente. Non ci furono interventi polizieschi, niente. S, andavano, mandavano via - "Via, via, lasciate stare" - ma non ci fu una reazione sanguinosa come quella degli interventisti subito dopo la guerra.(303)

I moti del caroviveri, che investirono molte citt italiane nell'estate del 1919, a Milano scoppiarono il 6 luglio. Stando ai giornali del tempo, essi furono originati da un equivoco. Per qualche inspiegabile ragione le donne che quel mattino erano andate a fare la spesa "confidavano in ribassi che non trovarono; di qui proteste, discussioni, litigi, che, pu dirsi, si sono verificati dappertutto"(304).
La popolazione era dunque convinta, forse perch riduzioni sui prezzi degli alimentari erano state accordate il mese prima in altre localit dopo clamorose proteste, di trovare i prezzi calmierati. Delusa, reclam l'immediata riduzione del cinquanta per cento sul prezzo delle merci. Al rifiuto dei venditori i carretti di frutta e verdura dei vari mercati cittadini furono "senza tanti complimenti ribaltati, mentre la merce veniva gettata all'aria, se non veniva asportata o distrutta con grave discapito per il consumatore stesso".
La folla, "che non ragiona pi", esige un drastico taglio dei prezzi delle derrate alimentari. I "pi scalmanati" e "le pi scalmanate" entrano nei negozi. Gli esercenti pi scaltri, fiutando il vento infido, si adeguano. "Si ha quindi la strabiliante sorpresa di veder vendere i polli a 5 lire l'uno, le uova a 2 lire la dozzina, lardo, prosciutto, salame e altri generi a prezzi quasi anteguerra."(305) La resa degli esercenti non calma ma esaspera gli animi. Molti negozi espongono un cartello in cui si dice che le chiavi sono a disposizione del Comune o della Camera del lavoro, ma la mossa non li salva. "Questi cartelli penzolanti dalle saracinesche sventrate sembravano un'ironia" scriver il Corriere della. Sera(306).

Cominciano gli "assalti in piena regola" ai negozi che, per non essere costretti a vendere sottocosto, hanno chiuso i battenti. "Le saracinesche sono strappate o divelte, i cristalli delle vetrine infranti, la merce asportata."(307) Fatto singolare, che Salvemini spiega con l'azione provocatoria di gruppi conservatori antinittiani(308), "nella furia devastatrice si notano parecchie persone per bene e note per il loro - diremo cos - patriottismo..."(309).
I negozi pi presi di mira sono, oltre a quelli di generi alimentari, le mercerie e le calzolerie.(310) All'assalto di una di queste ultime (la calzoleria Bernina di via Sarpi)(311) assist e partecip Mario Perelli:

C'era in via Sarpi il magazzino di un calzaturificio, aveva una grande porta di ferro dalla quale entravano e uscivano i camion, la porta girava sui gangheri e si apriva esternamente, e c'era quindi tutta una battuta, nel muro, per accoglierla. Ebbene, hanno cercato di scardinarla... Niente da fare. Hanno cominciato a spingere: la porta  andata gi come un ponte levatoio. Io sono rimasto di stucco. Ma guarda! Dove ha tutta questa forza, la gente? Una scoperta. La gente pu far tutto, pu pigliare la Bastiglia e buttarla per terra, se vuole. E con gli altri ci son passato sopra e sono andato a far rifornimento di scarpe per la mia famiglia.(312)

Tra gli episodi pi curiosi quello del viale di Porta Nuova, dove un carro con ventiquattro quintali di patate fu fermato dai ribelli, che ne distribuirono il carico alla gente(313), e quello di via Case Rotte, dove nel pomeriggio fece il suo ingresso trionfale "el birocc della rivoluzione"(314). Era un carro carico di merce, tirato da un cavallo e scortato da una turba di dimostranti e di monelli, guidato da "parecchi giovanotti scamiciati che inneggiavano a Lenin e cantavano inni sovversivi"(315). Tratti in arresto e condotti nel cortile della vicinissima questura, i giovani spiegarono ingenuamente che stavano portando la roba in municipio perch fosse venduta alla popolazione a un prezzo equo.
Intanto attivisti della Camera del lavoro muniti di bracciale sono accorsi nei punti "caldi" esortando la folla al rispetto della merce. "La categoria operaia si ricrede" scriver l'Avanti!, ma "rimane sul campo l'elemento turbolento, la vera feccia..."(316) Mentre la polizia svolge la sua opera di repressione (il Corriere della Sera parla di milleduecento arresti operati nella sola giornata del 6 luglio(317), l'Avanti! di "duemila e pi", per giudicare i quali il tribunale di Milano dovr costituire una sezione speciale(318), Salvemini ne fissa il numero a duemiladuecento)(319) e il sindaco di Milano ribassa del cinquanta per cento i generi di prima necessit(320), gli anarchici entrano nelle commissioni operaie mandamentali nominate dalla Camera del lavoro e dalla sezione socialista per vigilare sull'applicazione del decreto della giunta(321) e, durante un comizio tenutosi la sera del 7 luglio al Teatro del Popolo, cercano inutilmente di far proclamare lo sciopero generale. Scriver a mo' di commento uno dei loro giornali:

I tumulti per il caro dei viveri [sono] scoppiati improvvisi e imprevisti, tanto da sembrare non solo ingiustificati ai nemici del popolo, ma anche immaturi e anticipati a qualche amico. Sono nell'errore gli uni e gli altri. (...) la storia ha tra i suoi fattori anche l'improvviso e l'imprevisto; e (...) l'eterno errore dei rivoluzionari  di lasciarsi cogliere impreparati da cotesti casi, e di preordinare azioni e mezzi soltanto in vista di ci che essi prevedono (...). In realt non ci dev'essere nulla d'improvviso e d'imprevisto per dei veri rivoluzionari.

Il malessere che si avverte "non  esclusivamente economico". E l'essersi sfogati contro gli accaparratori e gli intermediari tra produzione e consumo non risolve nulla. Ma questo " appena il principio, il primo annuncio della vera tempesta che verr. Il rincaro della vita  stata un'occasione, non il movente principale dei moti". Il disagio infatti  pi profondo: non riguarda soltanto l'economia ma anche la morale e la politica. Vero  che "le masse sono stufe della borghesia e del governo".
Gli anarchici trovano molto importante il fatto che "quasi in tutte" le localit le "tendenze comuniste delle masse" si siano concretate nel portare le merci dai negozi alla Camera del lavoro. "Gran valore" ha pure il fatto che "quasi dovunque le truppe non abbiano voluto marciare contro la folla". Ma tutte queste sono e restano mezze misure. "La verit  che non ci sar nulla di fatto finch tutto non sar fatto" si conclude. "O la rivoluzione o la fame a breve scadenza, e con la fame un pi duro assoggettamento al giogo del lavoro salariato per le classi lavoratrici."(322)
Anche se "nella sua stragrande maggioranza il paese rimase tranquillo", come ha scritto Gaetano Salvemini(323), i moti del caroviveri furono una delle scosse pi violente registrate dal sismografo della rivoluzione. Mentre alcuni anarchici sentivano che il momento migliore era passato, passato con l'allontanarsi della guerra e con l'inizio dei contrasti tra i vari gruppi della sinistra ("abbiamo l'impressione che due mesi fa eravamo assai pi uniti e pi pronti di oggi" scriveva Volont il 1 luglio)(324), Armando Borghi vide nei moti del caroviveri "il momento in cui i rapporti delle forze erano pi favorevoli a una rivoluzione":

Noi non divenimmo mai pi forti, in seguito. I questori e i prefetti telefonavano alle Camere del lavoro, invocando proposte per una soluzione "disposti a non creare ostacoli alle giuste proteste del popolo". La paura faceva novanta. Ma fra due che hanno paura perde chi ha paura di pi. Le alte sfere socialiste tremavano di pi. (...) L'occasione fu perduta.(325)

Qualche anno dopo un altro anarchico, Camillo Berneri, avrebbe ribadito le responsabilit dei dirigenti del movimento operaio:

Che fecero i capi? Lasciarono che la miope ira e la misera avidit del popolaccio castigasse i commercianti, la cui maggioranza viveva dei guadagni di un piccolo negozio. I grandi magazzini godettero del privilegio di essere difesi dalla forza pubblica. I capi non seppero affrontare l'impeto saccheggiatore, segnalando un campo pi vasto d'azione.(326) Le conseguenze furono: che una parte delle masse operaie credette che la rivoluzione non fosse altro che un saccheggio su pi vasta scala; che i grandi negozianti pensarono al castigo e i piccoli, trovando ingiusto che la gente asportasse la mercanzia dalle loro piccole botteghe, rimasero disgustati di quel bolscevismo che nella loro empirica coscienza di piccoli borghesi equivaleva a un nuovo saccheggio.(327)

I moti del caroviveri mettono per la prima volta in piena luce le profonde divergenze tra due forze politiche che all'opinione pubblica moderata, in quel momento, paiono saldamente unite da una comune volont rivoluzionaria. Ha scritto Roberto Vivarelli:

Di fronte allo spontaneo insorgere di proteste popolari contro il caroviveri l'atteggiamento di socialisti e anarchici  nella sostanza diametralmente opposto. I primi fanno uso di tutta la loro autorit per tenere a freno le masse, impedire il sorgere o l'estendersi di conflitti, mirando a far cessare i non graditi disordini e, dietro un formale atto di omaggio al "diritto della folla", adottando in pratica il punto di vista dei riformisti di aperta condanna per la pratica del saccheggio. Per i secondi invece i tumulti annonari costituiscono una possibile occasione per il successo di un azione rivoluzionaria, e perci a tale fine gli anarchici si adoperano sia, localmente, per mantenere vivo il fuoco delle agitazioni, sia, su pi vasta scala, per coordinare il movimento e imprimergli un carattere unitario.

Il fatto poi che lo "scarso peso" degli anarchici sul piano nazionale avesse portato la loro azione a esaurirsi in "episodi sporadici di estremismo locale" non intaccava la verit di quella che, secondo lo storico citato, sarebbe stata una "nota caratteristica" di tutti quegli armi: la profonda, assoluta riluttanza dei socialisti per quell'azione rivoluzionaria verso la quale gli anarchici mostrarono una costante e indefettibile disponibilit. Ma questa differenza, a causa del rivoluzionarismo solo verbale dei socialisti, non poteva essere colta da un'opinione pubblica continuamente sobillata e frastornata dalla violenta campagna "antisovversiva" della stampa borghese(328). E da ci dipese se in quei giorni, come scrive Salvemini che di Berneri fu maestro, "sembr [alla gente] che una rivoluzione di tipo russo si stesse avanzando, e che niente potesse fermarla"(329).


UNO SCIOPERO TUTTO SBAGLIATO

Allo sciopero generale intenazionale del 20 e 21 luglio, deciso nella cittadina britannica di Southport dai rappresentanti dei partiti socialisti e dei sindacati inglesi, francesi e italiani in segno di protesta contro l'intervento militare delle potenze occidentali in Russia e Ungheria, gli anarchici aderirono a malincuore. "Ci troviamo di fronte a una deliberazione di partito" scrisse Volont "per la quale gli organismi che non sono nell'orbita del socialismo ufficiale non sono stati minimamente consultati."(330) Non si era infatti tenuto conto n dell'Unione sindacale italiana (non invitata al convegno durante il quale si erano presi gli accordi per la manifestazione)(331), n dell'Unione anarchica italiana (della quale Costantino Lazzari aveva ironicamente messo in dubbio l'esistenza),(332) n di "parecchie sezioni, leghe e periodici socialisti"(333).
Ci nonostante l'Usi, il cui invito alla "barricata unica" era caduto nel vuoto, una settimana prima del giorno fissato per lo sciopero aveva cercato di realizzare un "accordo rosso extraconfederale"(334) in occasione di un convegno al quale parteciparono le rappresentanze di duecentottantamila organizzati dell'Usi, delegati anarchici provenienti da molte regioni italiane e alcuni dirigenti della frazione comunista in seno al partito socialista(335). Ricorda Armando Borghi:

Io feci di tutto per ottenere dagli estremisti del partito socialista un accordo di azione, con o senza l'acquiescenza della Confederazione generale del lavoro. Ebbi approcci con Bombacci, col prof. Gennari e con altri. (...) Ma non si venne a intese consistenti. Dichiaravano di non potersi muovere senza il consenso di. D'Aragona.(336)

Alla fine l'Usi ader allo sciopero "per non lasciar soli i ferrovieri"(337), che si tirarono indietro all'ultimo momento, contribuendo a farlo fallire. E gli anarchici si accodarono all'Usi per non dividere il movimento operaio,(338) ma senza nascondere le loro perplessit e senza attribuire "alcun valore a deliberazioni prese da un partito non nostro, fuori e senza di noi, contrariamente a quel che avremmo creduto utile". Ancora una volta, come sempre, gli anarchici sceglievano di stare con le masse: "Qualora le masse rimangano in movimento, gli anarchici saranno con le masse". Ma, scriveva Volont la vigilia della manifestazione,

noi abbiamo l'impressione che i socialisti non si siano affatto resi conto del momento che attraversiamo e dello stato d'animo dominante tra le folle (...) Altrimenti avrebbero capito che uno sciopero contenuto in cos ristretti limiti pacifici e legali, dopo una propaganda di mesi e mesi per lo sciopero generale rivoluzionario contro il potere borghese, mentre intimorisce la borghesia e la fa preparare per tempo, disorienta la massa, della quale una parte interpreta l'ordine dato come un passo indietro e l'altra vi vede invece l'invito a un passo avanti, che in realt non c'.

In tali condizioni, concludeva il periodico anconetano, "quasi (...) avremmo preferito che non se ne fosse fatto nulla".(339)

Lo sciopero doveva essere internazionale e invece si mossero solo gli italiani (cio i cittadini dell'unico paese, fra i tre promotori, che in Russia non era e non sarebbe intervenuto)(340). Doveva essere generale e non vi parteciparono n i ferrovieri n i postelegrafonici. Numericamente poteva dirsi riuscito, nonostante le contrarie affermazioni della stampa borghese e nazionalista. Tolte Roma e Napoli, e pochissimi centri del meridione, in tutte le grandi citt gli operai avevano disertato in massa le officine.(341) Ma chi cantava vittoria avrebbe dovuto aggiungere che era una vittoria di Pirro, una strana vittoria che aveva indebolito, anzich rafforzarla, la corrente rivoluzionaria del partito socialista, e che poteva essere utilmente sfruttata solo dai riformisti a scopo elettorale. Scrisse Volont commentando l'esito della manifestazione:

Tutto era sbagliato nell'impostazione di questo sciopero: l'arcigna e dispettosa noncuranza e [il] rifiuto d'accordi con le forze rivoluzionarie fuori del partito, l'accordo coi dondoloni e coi traditori della seconda internazionale d'oltr'alpe, il preavviso fanciullesco troppo anteriore perch le forze borghesi potessero prepararsi, la limitazione imperiosa dello sciopero entro poche ore che spense ogni slancio, la mancanza d'un obiettivo concreto per cui si potesse dare un qualsiasi ultimatum al governo, la sproporzione fra la propaganda anteriore e la piccolezza del deciso momento, il non aver tenuto conto delle masse spossate dai moti per il caroviveri, che si era avuto il torto di frenare invece di mantenerle in movimento (...).(342)

Il larghissimo preavviso dato dagli organismi sindacali aveva permesso al governo di giocare abilmente le sue carte. La vigilia dello sciopero Nitti telegrafa ai prefetti:

Se repressioni devono essere fatte, siano energiche e pronte (...). Raccomando agire con ogni vigore, reprimere senza indulgenza, dare sensazione che governo non tollera azioni delittuose (...) se vi sono fondati motivi, procedere subito ad arrestare gli istigatori diretti o indiretti.  vergogna che in Italia si eccitino le masse popolari alla violenza con lo sciopero generale (...).(343)

Gli effetti di queste raccomandazioni appaiono particolarmente vistosi:

Le citt principali sono state letteralmente inondate di truppe ed  stata fatta una vera e propria mobilitazione controrivoluzionaria. Le truppe che erano prima nelle varie citt ne sono state tolte, forse perch sospettate [di essere] "infette". Una parte sono state mandate sul vecchio fronte, e altre sono state scaglionate nei piccoli centri, ove non potevano avere rapporti coi cittadini. Le milizie pi fidate, o credute tali, arditi, carabinieri, mitraglieri, granatieri, sono state raccolte nei grandi centri, con mostra spavalda. I battaglioni di arditi sfilavano per le vie e le piazze, musica in testa, cavando in certi momenti i loro coltelli in aria in segno di sfida. Si sono ostentamente fatte passeggiare per le strade le mitragliatrici e le automobili blindate, sono stati stabiliti picchetti armati ai crocevia... Per una settimana le ferrovie hanno dislocato le truppe qua e l per la penisola; camion ed automobili cariche di soldati erano pronte in tutti i punti strategici!(344)

Fermati tutti gli autoveicoli, allestiti impianti telefonici di fortuna, occupate militarmente le stazioni ferroviarie(345), la vigilia dello sciopero il governo entrava decisamente in azione, arrestando i dirigenti dei "movimenti molesti"(346) e gli anarchici pi in vista. "Quasi dovunque" scrive Volont, "i nostri compagni migliori sono stati arrestati il 19 o anche il 18 luglio, uno o due giorni prima.  un altro frutto dei moti a data fissa, con avvertimento preventivo alla borghesia, che pu prepararsi in tutti i modi, coi mezzi formidabili che ha a sua disposizionee."(347) Gli anarchici arrestati in tutta Italia sono numerosissimi. A Bologna, con Borghi e la d'Andrea, "tutto il comitato dell'Unione sindacale italiana (...) venne arrestato, caricato su un camion e "schiaffato" a San Giovanni in Monte" per una decina di giorni(348). Alla Spezia Pasquale Binazzi  incarcerato il 16, e "prima e dopo di lui tutti coloro che in citt e nei dintorni eran conosciuti come anarchici, circa una sessantina"(349). Solo nel genovesato gli arresti sono duecentoquarantanove(350).
L'arresto preventivo degli anarchici fu una prova, dice Vivarelli, della seriet dell'"intenzione discriminatoria" mostrata dal governo la vigilia dello sciopero, quando Nitti aveva ribadito la nota distinzione tra "rivoluzionari" e "riformisti" dichiarando di "confidare" nell'aiuto delle organizzazioni operaie e dei loro capi(351). Ma se il permanente stato d'allarme per il pericolo rivoluzionario aveva gi sviluppato tra le forze dello stato una generica disposizione "antisovversiva" che, facendo di ogni erba un fascio, accomunava socialisti e anarchici(352), fu la sua circolare del 14 luglio - con l'invito ai prefetti delle citt "dove esistono fasci e associazioni combattenti" ad accettarne la collaborazione per il mantenimento dell'ordine pubblico e la repressione della violenza e dei tentativi rivoluzionari - a creare "un accordo perfetto tra autorit di polizia e fasci di combattimento, i quali si misero a completa disposizione del governo e furono, specialmente a Milano, assai attivi ed efficienti; cos (...) i fasci di Benito Mussolini entravano ufficialmente tra i riconosciuti gruppi delle "forze dell'ordine""(353).
Lo scioperissimo del 20 e 21 luglio

forniva dunque l'occasione per una riconciliazione, sui terreno obbligato dell'antisocialismo, tra il governo Nitti e tutte quelle forze politiche che ancora si sentivano rappresentate alla Camera dal Fascio di difesa parlamentare; anche se questa alleanza poteva sembrare innaturale e puramente occasionale, sta di fatto che, (...) dietro la preoccupazione dell'ordine pubblico, essa si ripeter nei mesi avvenire, sino a rappresentare una costante nella politica interna del governo Nitti. Il quale, certamente in contrasto con le proprie intenzioni, si trovava di fatto ad appoggiare le nascenti forze di un "sovversivismo di destra", tra le quali, lungi dall'applicarsi la distinzione nittiana tra socialisti "riformisti" e "rivoluzionari", l'antisocialismo, ben oltre il risentimento nato dalla guerra o l'effettivo timore di un pericolo rivoluzionario, si palesava gi come una pregiudiziale assoluta alla quale faceva capo la pi precisa volont di difesa di interessi economici particolari.(354)

La pratica  stata evasa, commentano gli anarchici a sciopero finito. Gli operai non hanno lavorato, ma ai migliori sono cadute le braccia. Della grande "parata", che esso non voleva, il proletariato ha avuto un'"impressione cattiva". Ne  uscito insoddisfatto, deluso, scontento. Molte speranze si sono affievolite, molti dubbi ed esitazioni sono risorti, e con essi anche un pericoloso senso di sfiducia e di impotenza, "assolutamente contrario alla realt e alle necessit dell'ora". Tirando le somme, dopo lo sciopero del 20 e 21 luglio "lo stato d'animo rivoluzionario delle masse italiane segna (...) un abbassamento di temperatura, una depressione dello spirito proletario maggiore di alcuni giorni addietro"(355)


DUEMILA ANARCHICI ARMATI FINO AI DENTI

Per gli anarchici milanesi l'estate del 1919 fu un periodo di intensa attivit. Nei primi mesi dell'anno si erano limitati a partecipare alle manifestazioni proletarie organizzate dai socialisti e ad intervenire ai loro comizi. Ben presto, per, i socialisti si erano stancati di essere continuamente "scavalcati a sinistra" dagli anarchici, che con i loro rozzi ma vivaci interventi spesso elettrizzavano la folla, e con deboli scuse li avevano estromessi dalle loro manifestazioni. L'antipatica decisione punse gli anarchici sul vivo spronandoli a fare da s.
Il primo comizio anarchico del dopoguerra si tenne a Milano la sera del 25 giugno 1919 nel cortile delle scuole del corso di Porta Romana(356). Davanti a un folto pubblico tra il quale anche molti socialisti, l'oratore ufficiale, prof. Napoleone Vanelli, parl dei soviet bolscevichi "sostenendo la necessit di una concorde collaborazione tra socialisti e anarchici per istituire anche in Italia gli ordinamenti creati in Russia dalla rivoluzione trionfante"(357). Sul podio si susseguirono poi, vivamente applauditi, gli anarchici Vella, Schirolli, Parabelli e Napolitano, i quali - secondo un confidente dell'ufficio speciale d'investigazione - "si scagliarono con parole ostili contro la borghesia perch  forte ed appoggiata dal governo. Noi, dissero, (...) stiamo formando un blocco rosso per combattere fino alla completa vittoria sociale. Quindi  necessario che i socialisti si associno a noi".
Dopo un intervento del socialista Agostini, che invit i presenti ad "aver pazienza ed aspettare prima di scendere in piazza a fare la rivoluzione", il comizio si chiuse ai grido di "Viva Lenin e Bla Kun" e gli anarchici sfollarono nel massimo ordine tra fitti cordoni di carabinieri armati di. moschetto, mitragliatrici e idranti(358).
Incoraggiati dal successo della prima manifestazione, alla quale erano intervenute "circa 400 [persone] compresi i curiosi"(359), gli anarchici ne organizzarono subito delle altre. Nei due mesi successivi, luglio e agosto, Vanelli parl ripetutamente a Milano e Sesto San Giovanni spiegando le varie tendenze anarchiche, propugnando la necessit di un accordo tra esse e chiedendo la collaborazione dei socialisti ufficiali.(360)
Le tendenze anarchiche, a Milano, erano allora sostanzialmente due: quella rappresentata dai comunisti, favorevoli all'organizzazione politica e sindacale delle forze proletarie, e quella rappresentata dagli individualisti, contrari a ogni forma di organizzazione. Per tutta l'estate i rappresentanti di queste due correnti continuarono a incontrarsi, nella sede milanese dell'Unione sindacale, in una trattoria di via Frisi, in due caff di corso Buenos Aires o semplicemente ai giardini pubblici,(361) nello sforzo di trovare un'intesa.
Le trattative cominciano subito dopo il comizio del 25 giugno. La sera del 26, davanti a una cinquantina di anarchici riunitisi all'Usi, Emilio Spinaci (che dal convegno di Firenze ha ricevuto l'incarico di coordinare il lavoro per la fondazione del quotidiano e che sar prontamente arrestato la notte successiva in esecuzione di un vecchio mandato di cattura per diserzione risalente a quasi tre anni prima) sottolinea la necessit di "gettare le basi di un'organizzazione anarchica" e si spinge fino al punto di proporre la distribuzione di "tessere di riconoscimento con pagamento di quote fisse".

Ci, diceva, era suo intendimento fare per avere in poco tempo constatato un certo disinteressamento da parte dei compagni, molti dei quali non si vedono pi, e sospettava pure che dei compagni siano confidenti della Questura.

La proposta di Spinaci  respinta dagli individualisti. Questi "che non si assoggettano n a disciplina n a regolamenti e nemmeno vogliono dare il proprio nome per qualsiasi motivo, e conseguentemente non vogliono neppure la tessera", propongono a loro volta di "creare dei gruppi anarchici nei vari rioni della citt".(362)
Appena avviato, il dibattito sull'organizzazione interna del movimento anarchico milanese  costretto a interrompersi. Problemi pi urgenti incalzano. Ai primi di luglio, mentre dalla prefettura di Piacenza parte per la capitale un preoccupato rapporto sulla ventilata "costituzione di gruppi di giovani sovversivi, che prenderebbero il nome di "GUARDIA ROSSA"", da mobilitare in occasione dello sciopero dimostrativo internazionale,(363) e da quella di Milano si segnala un tentativo anarchico di rimpatriare clandestinamente Malatesta la vigilia della manifestazione(364), l'ufficio speciale d'investigazione del regno ha raccolto notizie ben pi gravi. Secondo queste informazioni, ottenute da anonimi confidenti(365) durante una riunione svoltasi la sera del 5 luglio nella sede milanese dell'Usi, gli anarchici sarebbero pronti alla rivoluzione, disponendo di circa duemila fucili con relative munizioni, di parecchie bombe e di venticinque tubi di gelatina per far saltare in aria strade ferrate, la questura, la prefettura e il comando di corpo d'armata(366).
Animatore della riunione del 5 luglio risulta essere stato, da un altro rapporto dello stesso ufficio, l'anarchico Bruno Filippi. Davanti a una sessantina di compagni, tra i quali cinque donne, Filippi avrebbe criticato i socialisti per l'intenzione da essi manifestata di proclamare lo sciopero generale qualora le autorit non si fossero decise a ribassare i prezzi dei generi alimentari. Augurandosi il fallimento delle trattative sul calmiere, avrebbe poi aggiunto che in tal caso, qualora i socialisti avessero saccheggiato i depositi di generi alimentari, gli anarchici avrebbero invece svaligiato le armerie "per cominciare l'azione rivoluzionaria" anche contro di loro.(367)
Cos infine, sempre il 7 luglio, in un terzo rapporto basato sulle confidenze di un altro anarchico "di cui s'ignora il nome", l'ufficio speciale d'investigazione condensava, la minaccia eversiva:

1 Marted 8 corrente, se i socialisti proclameranno lo sciopero per il caroviveri, mentre la popolazione saccheggier [sic] i negozi, gli anarchici si armeranno e tenteranno di provocare la rivoluzione danneggiando gl'impianti e le linee telegrafiche e telefoniche, le linee ferroviarie e tramviarie, le condutture di acque e del gas, e penetreranno nella caserma del 68 fanteria per distruggere la radio ivi esistente. In quest'ultima impresa, l'anarchico stesso disse di essere in ci d'accordo con alcuni soldati del 68 fanteria. 2 Che il giorno stesso tenteranno di far saltare gli uffici del corpo di armata, della divisione militare, della prefettura, della questura e la caserma dei carabinieri e delle guardie di citt; e cercheranno di eliminare tutte le altre autorit. 3 Che se i socialisti si opporranno all'effettuazione dei loro progetti rivoluzionari faranno saltare il Municipio impadronendosi dei capi partito socialisti. 4 Che tenteranno il maggior numero di atti terroristici per impressionare la popolazione. 5 Che contano in modo assoluto nell'appoggio dei militari ai quali hanno distribuito molti manifestini come quello che si allega alla presente.(368)

Duemila anarchici sbucati dal nulla, armati fino ai denti e pronti a gettare il paese nel caos. La mente del sovversivo pi esaltato non aveva mai concepito un progetto cos grandioso. Non che prima d'allora le presunte attivit cospirative degli anarchici non avessero destato le inquietudini delle autorit. Gi il 13 aprile era stato riferito al ministero dell'interno che, "consenziente il noto Malatesta", si andavano gettando le basi per "una intesa comune, a scopo rivoluzionario, tra anarchici e socialisti ufficiali di tendenza bolscevika". Il rapporto cos continuava:

Nel campo anarchico si farebbero tentativi presso uomini fidatissimi, per sapere se siano disposti a costituire comitati o nuclei segreti da unirsi in una sola rete, allo scopo di portare efficace contributo alle forze rivoluzionarie. Si soggiunge che nelle Marche, nelle Romagne e nell'Emilia gi comincerebbero a sorgere tali gruppi segreti.(369)

Di questi "nuclei segreti di azione", assicurava poco dopo un confidente, si era parlato durante il congresso anarchico di Firenze, sia pure tra le quinte e in una "ristretta cerchia di capi". Essi avrebbero dovuto essere formati da "compagni scelti per fidatezza e tolti dai gruppi locali di propaganda e di azione palesi" e adibiti soprattutto alla raccolta e alla preparazione di armi. Per questo si attendevano, tramite la Svizzera, "il contributo e l'aiuto necessario dalla Russia"(370).
Infine, ai primi di giugno, notizie raccolte da un fiduciario del Servizio informazioni dell'esercito avevano appurato che, almeno a Torino, "l'organizzazione del moto rivoluzionario" era "completa". La "guardia rossa", organizzata come quella di Milano ma "pi numerosa e meglio preparata", contava "1500 giovani socialisti e pi di 300 iscritti al fascio libertario torinese composto di anarchici ed estremisti". Fra tutti i sovversivi di Torino, ai comunisti anarchici erano riservati compiti, ben precisi: "far saltare i ponti ferroviari, tagliare le comunicazioni telegrafiche e telefoniche, e isolare le autorit locali da qualsiasi rapporto con l'esterno". Era poi continuata intensamente la propaganda fra le truppe, il cui sviluppo aveva trovato un terreno pi fertile nel capoluogo piemontese - spiegava nel suo rapporto il generale Scipioni - "per la mancanza di reazione attiva che non ad esempio a Milano ove l'opera di Mussolini e dei suoi seguaci serve in sostanza a controbatterla"(371).
Veramente, se dovessimo prestar fede ai citati rapporti del 7 luglio, non si direbbe che quest'opera fosse molto efficace. Scoprire improvvisamente, a Milano, duemila anarchici appiattati nell'ombra, pronti a far saltare caserme e questure, ponti e ferrovie, linee telefoniche e telegrafiche, prefetture e municipi, toglierebbe ogni credibilit alla funzione antisovversiva di chiunque. Come se non bastasse, l'Ufficio centrale d'investigazione torna alla carica il giorno seguente con altri due allarmistici rapporti. Secondo il primo, "risulterebbe che gli anarchici Patierno Donato e Gavazzi avrebbero dichiarato che, per protrarre oltre le 24 ore stabilite, lo sciopero generale indetto per il 21 corrente, gli anarchici hanno ideato di agire da provocatori nonch di attentare a qualcuno dei capi socialisti, e di appiccare il fuoco alla camera del lavoro".(372) Il secondo rapporto rimanda a un colloquio tra l'anarchico milanese Attilio Vella e un compagno, avvenuto la sera del 5 luglio e "udito da persona attendibile e seria", durante il quale Vella

avrebbe confermato (...) l'esistenza delle chiavi false degli alloggi del Comandante del Corpo d'armata, del comandante della divisione militare, del prefetto, del questore e dei capi di gabinetto di questi ultimi due. Il Vella avrebbe anche detto che alcuni giovani anarchici, ai primi moti, avrebbero in animo di far saltare mediante esplosivi la questura, la prefettura e anche il corpo d'armata qualora quest'ultimo non potesse venire occupato con falsi militari. Il Vella ha anche assicurato che per il venti corrente, a sera, tutte le linee telegrafiche e telefoniche sarebbero danneggiate come pure saranno arrecati danni alle linee ferroviarie principali allo scopo di privare la citt di qualunque mezzo di comunicazione e saranno disposte, alle porte di questa, squadre di controllo per impedirne l'uscita ai porta ordini delle autorit.(373)

Messo al corrente delle strabilianti notizie raccolte negli ambienti anarchici dai confidenti dell'Ufficio centrale d'investigazione (che qualcosa di vero contenevano, avendo in quei giorni un gruppetto di anarchici realmente progettato, o forse soltanto parlato, di far saltare ponti ferroviari e centrali elettriche)(374), il prefetto di Milano cade dalle nuvole. Evidentemente egli ignorava che proprio nella sua citt si stesse preparando un simile sconquasso. L'imbarazzo di Pesce  palese nel telegramma con cui risponde alle richieste di informazioni del governo:

(...) comunico che anarchici, secondo ulteriori notizie confidenziali, rinunciarono poi loro intenti criminosi (...). E ci  confermato da quanto disse al noto comizio della sera del 7 corrente, alla Camera del lavoro, il noto pericoloso anarchico Vella Randolfo, l'unico che pot riuscire a penetrare nella sala, non essendovi stati (...) ammessi gli anarchici. Il Vella, che per la sua audacia e perch solitamente esaltato si impone in certo modo ai compagni, si associ, a loro nome, agli altri oratori, incitando esso pure al ritorno alla calma. La Questura quindi non ebbe motivo per procedere ad arresti di anarchici, nessun tentativo delittuoso essendosi avuto da loro parte quella sera, e non ritenne opportuno n prudente il loro arresto per misure di P.S. poich un tale provvedimento avrebbe indubbiamente avuto sfavorevole eco nello stesso comizio, ed avrebbe potuto apportare, data la eccezionalit del momento, spiacevoli conseguenze.(375)


Se Vella invita alla calma e il prefetto di Milano sdrammatizza la situazione, l'imminenza dello sciopero e la grande paura che esso va suscitando nel governo e nella borghesia(376) continuano a tenere sulle spine i funzionari dell'ufficio romano, che il 13 luglio inoltrano un altro rapporto:

Dal centro di Milano viene riferito che in quella citt l'ambiente anarchico, costituito da circa 2000 persone, , in questi giorni, in fermento e i singoli anarchici fanno il possibile per procurarsi armi: ci lascia supporre che qualche tentativo criminoso da tale parte si voglia fare al pi presto, sia dal lato dei comunisti che rappresentano il gruppo minore che si avvicina di pi ai socialisti ufficiali, fra cui cercano fare proseliti, ed  composto, in maggioranza, di giovani, e sia dal lato degli individualisti che sono i pi numerosi e, pi facilmente, potranno provocare attentati. Queste due fazioni - profondamente separate pel diverso metodo di lotta che seguono - la sera del 9 andante si sono accordate per fare una attiva propaganda fra gli operai, per proseguirla fra i militari (...) e per provvedersi - in qualunque modo - di fondi per pubblicare un giornale anarchico che dovr vedere presto la luce.(377)


Il fallimento dello sciopero del 20 e 21 luglio convinse molti anarchici milanesi che il momento non era propizio a un moto insurrezionale(378) ma ebbe sulle teste pi calde l'effetto contrario di spingerle all'azione: se le masse non si muovevano, ragionavano costoro, bisognava stimolarle con gesti dimostrativi tali da far capire alla gente che il potere non era invincibile e che poco sarebbe bastato per rovesciarlo definitivamente. Era la cosiddetta propaganda del fatto: uno strumento di azione diretta, basato soprattutto sull'esempio, da qualcuno ritenuto pi efficace della propaganda teorica a base di comizi e volantini.
 lo stesso Mariani, nelle sue memorie, a porre la questione, spiegando come nell'ambiente libertario vi siano "anarchici che adottano metodi diversi" e chiarendo cos la propria posizione:

Io per li adoperavo entrambi, conservando sempre con tutti i compagni i rapporti necessari per ogni attivit. In certi momenti distribuivo manifestini, o prendevo parte a pacifiche manifestazioni, o a rivendicazioni sindacali; in altri sparavo rivoltellate o gettavo bombe.(379)

Nacque cos, nell'estate del 1919, quello che Mariani chiama "il primo gruppo terroristico". Esso era formato, a quanto afferma l'anarchico mantovano, da Bruno Filippi, Aldo Perego, Guido Villa, Maria Zibardi ed Elena Melli; oltre a lui, naturalmente(380). Aldo Perego, pi attendibile su questo punto, lo riduce a tre persone: Filippi, Villa e lui. Maria Zibardi ne faceva parte indirettamente, essendo la ragazza di Filippi. Con questo primo gruppo Mariani non c'entrava, afferma Perego, come non c'entrava Elena Melli(381). Mariani, se anche contribu alla ricerca e all'accumulazione di esplosivi(382), subentr ai compagni solo dopo la morte di Filippi e l'arresto degli altri terroristi.
L'elemento pi interessante e l'animatore di questo primo gruppo era sicuramente Bruno Filippi. Mario Perelli, che lo conosceva bene, con lui fece, tra l'altro, il trasloco del povero mobilio dell'Unione sindacale dalla vecchia sede di via Foscolo a quella di via Mauri.

Filippi era un bravo ragazzo, generoso, esuberante, intelligente. Suo padre era tipografo, e tipografo doveva essere anche lui ma lavorava quando ne aveva voglia. Poteva contare sull'aiuto della famiglia. E fantasticava, voleva far qualcosa, perch vedeva tutta questa massa, della quale non aveva mica un'opinione molto alta, che subiva, si agitava, si dibatteva, ma senza concludere niente, senza rispondere colpo su colpo ai propri nemici.

Filippi era un anarchico individualista tra i pi accesi. Ma il suo individualismo - nota Perelli - era l'individualismo di un proletario, e non gli impediva di provare un senso di appartenenza al movimento operaio e di soffrire profondamente per quella che gli sembrava la sua inerzia. Deluso dall'andamento della lotta politica e sociale in quell'estate del 1919, Filippi cominci "a creare un'atmosfera di terrorismo in mezzo ai compagni che frequentava"(383).
Era un prato d'erba secca che attendeva solo il fiammifero. E molti s'ingegnavano di accenderlo con parole che oggi appaiono, nell'equivoca versione dei confidenti, obiettivamente provocatorie. Ecco per esempio come "l'anarchico Mariani" spiegava ai compagni ("30 anarchici comprese quattro donne") la sera del 26 luglio nei locali dell'Usi le ragioni del fallimento dello sciopero generale internazionale:

I capi socialisti furono pochi giorni prima dello sciopero generale chiamati dal prefetto che li invit a mantenere la calma fra la massa operaia. I capi stessi in quell'occasione assicurarono che nulla sarebbe avvenuto qualora il prefetto avesse fatto arrestare gli anarchici di Milano; ci che fu fatto a tutto scapito dei nostri compagni e per opera esclusiva di quei quattro incoscienti e farabutti dei socialisti. La notizia mi  stata fornita da persona degna di fede, la quale l'ha appresa da agenti di P.S.

Il bello  che Mariani aveva sostanzialmente ragione. La vigilia dello sciopero i capi socialisti avevano davvero assicurato al prefetto di Milano, come gi molte altre volte in passato prima di analoghe manifestazioni, che tutto si sarebbe svolto nell'ordine e nella legalit. Proprio per questo non c' da meravigliarsi se "tali rivelazioni" suscitarono, secondo il confidente, "grande risentimento fra i presenti"(384). E se quel medesimo risentimento, aggiungendosi alla delusione provata per le battute d'arresto fatte registrare dalla lotta del proletariato contro la borghesia, spinse alcuni di essi a bandire le ciance per porre mano alla dinamite.


"UNA BOMBA  POCO..."

Il 29 luglio 1919, a Roma, il re e la regina madre assistettero a una messa funebre celebrata nel Pantheon nell'anniversario della morte violenta, avvenuta esattamente diciannove anni prima per mano dell'anarchico Gaetano Bresci, del rispettivo padre e marito(385). Una messa fu detta anche a Monza, con l'intervento delle autorit e dei rappresentanti delle associazioni patriottiche cittadine. Segu una parata militare(386).
Lo stesso giorno, a Milano, un'esplosione devastava un corridoio del tribunale. Lo scoppio avvenne nel pomeriggio, distrusse due muri e un pezzo di soffitto, polverizz l'armadio dove si suppose che la bomba fosse stata collocata, ruppe i vetri delle finestre pi vicine, ma non fece nessuna vittima(387). Le persone che si trovavano negli uffici adiacenti uscirono dalla paurosa avventura "coperte di terriccio bianco, simili a pesci al momento della frittura"(388), ma incolumi.
L'avvenimento, "veramente sensazionale"(389), fa scalpore negli ambienti della borghesia ma lascia indifferenti gli operai(390). La stampa cittadina reagisce confusamente. Mentre Il Secolo non trova di meglio che rifugiarsi nell'ipotesi del gesto del solito esaltato, il Corriere della Sera gli attribuisce un movente politico, ma per ragioni assolutamente infondate, subito smentite dall'Avanti!(391).  quest'ultimo giornale, comunque, ad avvicinarsi di pi alla verit (non bisogna dimenticare che nell'estate del 1919, nonostante gli screzi e i battibecchi, tra anarchici e socialisti, soprattutto giovani, c'era un frequente scambio d'idee) con un commento pubblicato due giorni dopo.
"Una bomba  poco..." esordisce minacciosamente l'organo socialista. Ma poi si corregge, quasi avesse voluto scherzare: una bomba  poco perch non serve a niente. "Perch sciupare della dinamite, perch rischiare delle vittime e del carcere per buttar gi un muro", anche se  il muro di una corte d'assise?

Ah, bombardiere ingenuo! Quando la casa dell'Avanti! fu messa a ferro e fuoco (...) l'Avanti! non fu demolito per questo (...) Ora noi vorremmo dire al dinamitardo anonimo, al dinamitardo incauto che ha vanamente insidiato il casotto della giustizia in piazza Beccaria, che il suo atto di rivolta  certo pi perdonabile di quello dei masnadieri del 15 aprile: se non altro perch pi spontaneo, pi umile, perch concepito nelle sofferenze e nella solitudine, senza crudelt di premeditazione n lustro di parata n complicit di poliziotti n lusinghe di profittanti; ma che non cessa perci d'essere stolto. Non speravi tu una mancia, sciagurato, dal tuo atto d'insurrezione, come gli assassini del 15 aprile (...) Tu non avesti stimoli delittuosi, come non avresti avuto la mercede, e neppure l'impunit. Ma se la tua violenza non fu cos vile, fu per altrettanto inane. Il tribunale non  crollato. La giustizia borghese non  spenta. Anzi  gi sulle tue tracce, e forse domani t'avr inchiodato alla sbarra, piccolo ribelle inutile, fra Cristo e il carabiniere, vendicandosi della tua bomba, follia d'un attimo, con la reclusione, vendetta di un'eternit. Non sperare perdono dal tribunale. Dickens l'ha chiamato la "casa trista"; e tu hai offeso la sua trista maest. Non perdona la giustizia borghese. Cio, essa pu assolvere duecento incendiari consapevoli e protetti; ma deve condannare l'incendiario ch' innocuo, ch' inerme, ch' solo. Chi sei, tu? L'uomo ciottolo, l'atomo della moltitudine, la cifra, l'ombra, l'N.N. che dalla folla si leva a scagliare un proiettile, cos, come si butta una bestemmia, contro la "casa trista" dove si compiono impunite tutte le iniquit della legge (...) Povero bombardiere, va!
Come viatico alla galera noi per ti diamo una certezza e una promessa: la certezza che la giustizia borghese  condannata a morte lo stesso, anche se il tuo esplosivo non l'ha raggiunta, e la promessa che sarai tu, in ordine di merito e di diritto, il primo ad essere liberato - il giorno della pi grande bomba - dalla tua triste bastiglia.(392)

C' molta ironia involontaria in questa tronfia conclusione. Oggi sappiamo che il bombardiere era l'anarchico Bruno Filippi, il quale si serv di un ordigno confezionato "con materiale da lui stesso trovato"(393). Quel medesimo Filippi che si era distinto in campo anarchico per l'impazienza con cui seguiva la lotta del proletariato contro la borghesia e che poco tempo dopo doveva perdere la vita in un analogo tentativo ma che, se fosse stato davvero rinchiuso nella "triste bastiglia" della giustizia borghese, invano avrebbe atteso l'avverarsi della promessa socialista e lo scoppio della "pi grande bomba".
A parte ci, il primo attentato dinamitardo del dopoguerra(394) poteva dirsi perfettamente riuscito. La polizia, colta alla sprovvista, non soltanto non era sulle tracce del suo autore, ma addirittura non aveva la pi pallida idea della sua possibile identit.(395) E Bruno Filippi, che collaborava all'Iconoclasta! di Pistoia, dopo avere personalmente messo la bomba in. tribunale, personalmente spieg il proprio gesto in un articolo intitolato "Il preludio del crollo":

Quanta quotidiana disperazione l dentro! Quante vite infrante in un attimo dall'inesorabile vendetta borghese! Possibile che tutto il dolore accumulato in decenni di atroci sofferenze non esplodesse in un attimo travolgendo tutto? E cos il 29 luglio di quest'anno nel palazzo di giustizia di Milano url tragicamente la dinamite di un ribelle.
Il solitario pioniere che lontano dal rumore della vita pensa e sogna alza talvolta il capo e stringe le pugna. Ben sovente non ha che odio da scagliare, ma avviene che la sua rivolta s'integri in una formula chimica, e allora scricchiolano le fondamenta tarlate, e la fiamma vendicatrice precorre il gran giorno.
Lo sappiamo. La legge non  morta. Ancora essa spia dall'inferriata, ancora afferra ed uccide. Che importa.
La via  pur sempre aperta, una barricata inalzata.
E se i cinici legulei che ieri tremarono di spavento allo scroscio dell'esplosione oggi continuano a condannare ed uccidere non  men certo che la grande ora  vicina.(396)


RIUNIONI, CONFERENZE E CARTUCCE DI GELATINA

Gli anarchici di Milano in questi giorni si sono di nuovo rianimati. A ci hanno contribuito le notizie pubblicate sul giornale Avanti! di grandi vittorie riportate dagli eserciti rossi di Russia ed Ungheria nonch il livore degli arrestati nei giorni precedenti a quello fissato per lo sciopero generale e tosto rimessi in libert. Gli anarchici stessi ora pi che mai progettano atti di terrorismo e di violenza da effettuarsi a breve scadenza e fanno ricerca ansiosa di potenti esplosivi.(397)

Con le dovute riserve per lo stile e il solito allarmismo delle previsioni, il rapporto con cui l'ufficio speciale d'investigazione della capitale inaugura il mese di agosto appare sostanzialmente esatto.  vero, infatti, che le vittorie dei rivoluzionari russi e ungheresi hanno infuso nuova fiducia nei fautori di una rivoluzione italiana.  vero che l'ondata di arresti eseguiti quasi esclusivamente tra gli anarchici la vigilia dello sciopero generale (nonch il fallimento di quest'ultimo) ha inasprito gli animi e moltiplicato i propositi di vendetta tra i frequentatori degli ambienti libertari.  vero, insomma, che gli anarchici si sono "rianimati". E come sempre, mentre alcuni di essi - i pi - riprendono il discorso, interrotto alla fine di giugno, sull'organizzazione interna del movimento e sui possibili collegamenti con le altre forze della sinistra, altri - i meno: nella fattispecie un gruppetto composto, come s' visto, da non pi di una mezza dozzina di persone - incoraggiati da quello che, dal loro punto di vista, si pu ben considerare il successo dell'attentato al palazzo di giustizia, progettano nuove azioni dimostrative e si mettono in cerca di tutto ci che occorre alla loro realizzazione.
Gli uni e gli altri, comunque, sembrano concordare sulla necessit di un'intesa tra le varie tendenze anarchiche, anche se l'accordo vien meno quando si passa a discutere dei metodi.(398) Fino al 9 agosto comunisti e individualisti restano arroccati sulle rispettive posizioni: gli uni ravvisando l'opportunit di fondere le correnti in un sol gruppo "per avere unit d'indirizzo e di tattica nelle presenti e future lotte politiche ed economiche"; gli altri, contrari a tale unione, rinnovando la proposta di istituire gruppi rionali (sei, periferici, corrispondenti alle sei porte principali della citt), coordinati da un gruppo centrale.(399)
Rotti gli indugi, la sera del 9 agosto "una quindicina di anarchici si riunirono in una trattoria di via Paolo Frisi e dichiararono tra loro costituito il gruppo unico, con la denominazione di Unione anarchica milanese". Fu deciso "di mettersi in corrispondenza con i gruppi anarchici della regione lombarda allo scopo di far propaganda per procurare nuovi adepti al gruppo"; di "tener frequenti conferenze a Milano e nei paesi limitrofi per propaganda fra le masse operaie da farsi anche a mezzo di manifestini"; di "raccogliere denari per sopperire alle spese"; di "predicare l'accordo fra gli anarchici delle varie tendenze, nonch di cercare di concretare in ogni riunione qualche fatto positivo che potesse tradurre in atto le teorie anarchiche". Si convenne inoltre di nominare oratore ufficiale del gruppo il prof. Napoleone Vanelli, un ex ufficiale dell'esercito che aveva dimostrato di possedere "ottime qualit oratorie", e ci si propose di "trovare un piccolo locale da adibire a biblioteca prettamente anarchica onde istruire i giovani proseliti". Uno dei presenti, infine(400), fu incaricato di "trovare un altro locale adatto per discutere segretamente"(401).
Incontri e riunioni si susseguono per tutto il mese.(402) La sera dell'11 agosto, al bar Regina di corso Buenos Aires, una quindicina di anarchici (tra i quali Randolfo Vella, Dante Pagliai e Carlo Coletti) "presero accordi per intensificare la propaganda bolscevica specialmente negli ambienti frequentati da operai, allo scopo di incitare la massa proletaria alla rivoluzione, dato il malcontento per il caro della vita". Randolfo Vella, che era appena tornato da Palermo, "si disse soddisfatto della propaganda fatta in detta citt e in altri paesi dell'isola, nelle cui popolazioni il malcontento sarebbe anche maggiore trovandosi esse prive persino dei generi di prima necessit"(403).
Due sere dopo gli anarchici tornavano a incontrarsi, "in numero di circa trenta", nella solita trattoria di via Frisi.

Stabilirono di riunirsi luned sera, 18 corrente, nel piazzale di P. Venezia per recarsi nei locali del circolo socialista di P. Venezia, qualora ne venga loro accordato il permesso dai dirigenti, onde discutere in merito a una proposta dell'anarchico Coletti, di versare, cio, una giornata di paga pro quotidiano, [il] giornale anarchico in gestazione da circa tre mesi e non ancora pubblicato per mancanza di fondi.

Organizzata per la settimana dopo una conferenza di propaganda anarchica, oratore Vanelli,

Coletti poi diede la notizia di essersi messo in comunicazione, a mezzo del giornale Libertario, con tutti i gruppi anarchici della Lombardia, i quali potranno, quando lo riterranno opportuno, richiedere un oratore per la propaganda al Gruppo di qui, che attualmente ha il nome Unione Anarchica Milanese e che in seguito verr chiamato Unione Anarchica Lombarda ovvero Fascio d'Azione Anarchico Lombardo.

L'ultima decisione presa fu quella di far stampare dei manifestini da distribuire tra le masse operaie "per ammonirle a vigilare i propri capi, i quali sono incapaci di guidare il proletariato"(404).
Tra le riunioni successive(405) merita di essere ricordata quella del 24 agosto, se non altro perch fu movimentata da uno scontro tra "il noto Melchionna", appena venuto da Napoli ad assumere la carica di segretario della sezione milanese dell'Usi, e Bruno Filippi. In quella circostanza, secondo il rapporto del prefetto, Melchionna "manifest la necessit di organizzare gli anarchici, con l'evidente scopo di attirarli nel partito sindacalista". La proposta "fu respinta dagli intervenuti" e "ne inaspr gli animi, facendo sorgere una vivissima discussione fra il Bruno Filippi e il Melchionna, al quale si rimprover la diserzione dal campo anarchico per passare in quello sindacalista"(406).
Allarmate dalla "maggiore attivit" che si nota tra i sovversivi, le autorit intensificano la vigilanza(407). Un gruppo di anarchici, scrive al prefetto di Milano il comandante la Legione carabinieri reali,

avrebbe stabilito di fare atti terroristici a mezzo di esplosivi, stanotte, per rifarsi dall'inazione in cui sono stati costretti nell'occasione del fallito sciopero generale. I punti che sarebbero presi di mira sarebbero le due nostre caserme principali e cio quella del comando di via Moscova e quella del distaccamento Parini, nonch il vicino commissariato di P.S. in via Porta Nuova e codesta Regia Prefettura.

Secondo il colonnello dei carabinieri, "potrebbe tornare utilissimo provvedimento (pel caso che i confidenti rispecchino la realt di propositi degli anarchici) quello di poter procedere stasera a quanti pi arresti si potr sul ceto teppistico-anarcoide locale (...)"(408). Conferma il 5 agosto l'uffcio speciale d'investigazione:

Ora stanno complottando di commettere attentati agli edifici dei pubblici uffici, delle caserme, delle cabine elettriche e ai ponti sulle linee ferroviarie. A tale scopo diversi anarchici si sono recati in questi giorni a ispezionare gli edifici e ponti suddetti, e altri sono in una febbrile ricerca di materie esplosive, specialmente di tubi di gelatina.(409)

Anche questo rapporto, gonfiato nella forma,  esatto nella sostanza. Gli anarchici che in quei giorni andavano in cerca di esplosivi erano quelli del gruppetto capeggiato da Filippi. Giuseppe Mariani, che alla prima azione aveva preso parte solo "moralmente"(410), asserisce nelle sue memorie che il successo dell'impresa li aveva invogliati a farne delle altre.

Esse per esigevano mezzi finanziari di cui non disponevamo sempre, e di chiederli ad altri a nessuno passava per la mente. Tuttavia, con rinunce di cui sono capaci solo uomini assolutamente convinti dell'utilit di un'azione, nel mese di agosto eravamo riusciti a raggranellare la somma di 25 lire, colla quale, in due, potemmo andare in provincia di Como, dove, presso un compagno, trovammo dieci cartucce di gelatina, due sacchetti di pirite, alcuni metri di miccia e alquanti detonanti.(411)

Per procurarsi armi e munizioni Bruno Filippi, il pi intraprendente e il pi audace del gruppetto, si sarebbe addirittura introdotto - a quanto riferito da alcuni compagni - nei locali del Popolo d'Italia, dove tutti erano convinti che esistesse un deposito di armi ed esplosivi; "ma il colpo non riusc per causa di forza maggiore"(412)
La fragorosa commemorazione di Bresci tenuta dai terroristi nel palazzo di giustizia di Milano aveva indotto il prefetto a promulgare un decreto che ordinava a tutti i cittadini di consegnare le armi e gli esplosivi dei quali si trovassero in possesso.(413) "Le convulsioni scioperaiole del mese scorso" scrisse il Corriere della Sera verso la fine di agosto "avevano messo in luce sinistra l'esistenza (...) di cospicui depositi d'armi e munizioni e di esplosivi."(414) Ma alla caserma dell'artiglieria a cavallo di corso Vittoria, nel suo stanzone intonacato di bianco, il funzionario addetto al ricevimento delle armi a pochi giorni dalla scadenza del decreto non aveva ancora visto, tra coloro che si presentavano, nessuna "faccia sospetta". "Sono fior di galantuomini, reduci puri, talvolta mogli o sorelle di caduti" spiegava il Corriere. "L'elemento bacato si tiene al largo (...) preferisce tenersi in casa le sue provviste guerresche o abbandonarle, senza ricevuta, per le vie."(415)
L'"elemento bacato" aveva infatti accolto con grande diffidenza il decreto prefettizio, convinto com'era che il governo, avvalendosi di tale pretesto, intendesse requisire le armi ai sovversivi "lasciandole ai nazionalisti e al Popolo d'Italia", cio ai fascisti(416). E di conseguenza si era ben guardato dall'obbedire all'ingiunzione.
Nei confronti di arditi e fascisti la posizione degli anarchici milanesi era gi allora molto chiara. Lungi dal considerarli dei rivoluzionari, essi avevano compreso benissimo, a pochi mesi dalla fondazione dei fasci di combattimento e nonostante la carica demagogica del programma sansepolcrista, la loro vera natura. Con gli arditi di Vecchi, con i fascisti di Mussolini, con i futuristi di Carli e Marinetti gli anarchici milanesi stimavano impossibile ogni intesa. Per i primi essi avevano "un odio radicato e parole di scherno". A tutti erano "recisamente contrari", nutrendo fin da allora la convinzione che arditi e fascisti potessero contare su "forti appoggi da parte del governo" e "somme ingenti da commercianti e da industriali". Gli anarchici, che ai primi di luglio si era cercato di coinvolgere nel cosiddetto complotto del forte di Pietralata, negavano "ogni partecipazione a moti e agitazioni nazionaliste" ed escludevano "ogni adesione a complotti militali".
"Si pu quindi smentire con sicurezza" dichiaravano gli estensori della nota informativa sul fascio di combattimento di Milano, sulla Associazione Arditi, e sui loro rapporti con anarchici e socialisti, compilata il 18 agosto 1919, "la voce di complicit e legame degli anarchici [con arditi e fascisti] sia a Milano che in Roma, ci per formale assicurazione di alcuni anarchici militanti, i quali anzi hanno la convinzione che tale voce sia stata messa in giro per tentare di salvare Mussolini, Vecchi, Carli, Marinetti e gli altri, e dare ad essi [anarchici] ogni responsabilit"(417).
Ai primi di settembre, dopo aver ancora una volta accennato al "risveglio" del "partito anarchico", fissando il numero dei suoi "affiliati" all'ormai fatidica cifra di "circa 2000", il prefetto di Milano illustrava cos la situazione.

Al relativo movimento che va gradatamente accentuandosi partecipano due distinte categorie di anarchici, e cio gli individualisti e i comunisti. Questi ultimi, fino a poco tempo fa, erano in numero di molto inferiore ai primi, e avevano formato il gruppo unico intitolandolo UNIONE ANARCHICA MILANESE. A detto gruppo poi man mano aderirono degli individualisti che prima erano contrari, e molti altri dei vari gruppi della Lombardia, di modo che il gruppo stesso che in principio era costituito da una ventina circa di persone, ora, a detta del fiduciario, ne conta circa 500, non comprese quelle dei paesi della regione, ed  stato denominato "Fascio d'azione e di propaganda anarchica della Lombardia". li Fascio esplica la sua opera assidua di propaganda d'accordo con i sindacalisti dell'Unione italiana e le sue mire sono di attirare nella propria orbita la maggior parte della massa proletaria per condurla alla rivoluzione.(418)

Non tutti gli individualisti erano venuti a pi miti consigli, accettando una qualche odiatissima forma di "organizzazione". Alcuni di essi continuavano a pensare che per scuotere le masse dalla loro apatia, e spingerle all'auspicata rivoluzione, servissero pi i botti che le parole. Procurarsi armi ed esplosivi, dopo una guerra durata quasi quattro anni e a breve distanza dal fronte, non era molto difficile. E fu cos che il modesto quantitativo di materiale trovato da Mariani in provincia di Como and ad ampliare la scorta alla quale si sarebbe attinto per compiere le azioni successive.


BOMBE E VETRIOLO CONTRO IL "PESCECANE"

Tra la fine di agosto e i primi di settembre una serie di attentati turbarono Milano, gi in fermento per uno sciopero interregionale di metallurgici.
Il pomeriggio del 29 agosto una macchina padronale usciva dalla Breda di via Bordoni recando a bordo, oltre all'autista e a un collaboratore, "il notissimo industriale metallurgico ing. Giovanni Breda, proprietario dei grandi stabilimenti di Sesto San Giovanni e di Milano"(419). A un incrocio l'automobile fu costretta a rallentare, e quasi a fermarsi, per non travolgere un passante. Era uno "strano tipo, vestito in modo dimesso", che "sembrava non accorgersi dell'automobile, tanto andava piano", ma che, "quando [essa] gli fu arrivata vicino, si volt bruscamente" e le scagli contro una bottiglietta contenente un liquido rossastro. Il liquido, vetriolo, "and a finire in gran parte sull'esterno dell'automobile". Solo "pochi spruzzi penetrarono all'interno", cadendo sui cuscini, sui vestiti, sui cappelli e sul viso (qualche goccia) dei due passeggeri. In una farmacia l'ing. Breda si fece medicare le piccole ustioni riportate, che i sanitari giudicarono guaribili in una ventina di giorni, quindi sporse denuncia e and a casa.(420) Nella confusione del momento nessuno aveva pensato a inseguire il vetrioleggiatore, che si era dileguato.
Rientrato sano e salvo nella sua villa di via Paleocapa, ai bordi del Parco Sempione, l'industriale aveva consumato una cena solitaria (la famiglia si trovava in villeggiatura) e poi, verso le 21, era uscito di nuovo. Tre ore dopo, quasi a mezzanotte, una coppietta stava amoreggiando nell'ombra discreta degli alberi quando la presenza di un estraneo l'aveva disturbata. L'uomo, certo Giacomo Palazzi, si era guardato intorno.

A pochi passi da lui un giovanotto stava deponendo sul davanzale di una finestra del pian terreno della casa del Breda un oggetto di colore oscuro. Che era? Il Palazzi aveva appeno finito di farsi tale domanda che l'ignoto, acceso un fiammifero, l'aveva avvicinato all'involto, facendo sprigionare da esso una sottile fiamma azzurrognola. Quindi si allontanava a passi affrettati. L'emozione della coppia fu tale da non aver nemmeno la presenza di spirito di allontanarsi da quel luogo pericoloso. E fu mero caso che mal non gliene incolse. Infatti qualche istante dopo l'involto - una bomba giudicata micidiarissima - scoppiava fragorosamente minando il davanzale e la volta della finestra e scrostando l'intonaco per parecchio tutt'intorno.(421)

Verso la mezza, mentre i poliziotti stavano ultimando i loro accertamenti, arriv l'ing. Breda.

Appena avuto sentore dell'attentato esclam, con un lieve sorriso: "E due! Si vede che oggi  la mia giornata". Interrogato sui probabili moventi degli attentati, egli cos dichiar: "Non ho nemici. Non ne ho mai avuti. Nessuna minaccia, n verbale n scritta, in tutta la mia vita". "E allora" gli fu richiesto "come spiega tanto accanirsi?" "Suppongo," soggiunse "e si badi che  solo una mia supposizione, che questi attentati siano stati eseguiti a scopo di intimidazione. Si ritiene, a torto, che io sia il maggior responsabile, anzi, per dir meglio, l'organizzatore della resistenza industriale contro la massa metallurgica scioperante. Chiss, qualche testa calda ha potuto credere che colpendomi si sarebbe definita la vertenza in corso. Ubbie! Io non sono che un industriale come tutti gli altri obbediente ai deliberati della mia organizzazione di classe."(422)

Proprio perch  "un industriale come tutti gli altri" l'ing. Breda dovrebbe sapere che non pu non avere dei nemici. Sono i nemici della sua classe, e quindi anche suoi, obbedienti (in questo caso) non ai deliberati di un'organizzazione ma agli impulsi della propria natura. E difatti la questura, che non manca di senso pratico, tra questi nemici getta subito le reti: nelle quali restano impigliati tre meccanici, "diciannovenni, milanesi e scioperanti", che naturalmente non c'entrano e che dovranno, sia pure col solito ritardo, essere rimessi in libert(423).


"PARLA LA DINAMITE!"

Nell'estate del 1919, che fu particolarmente afosa, i portoni di molti palazzi milanesi venivano chiusi alle ventidue. La sera del 31 agosto la moglie del custode della casa del marchese e senatore Ettore Ponti, in via Bigli, alz lo sguardo all'orologio a muro e disse al marito: "Sono gi le dieci e un quarto. Bisogna chiudere". Aveva appena finito la frase quando uno scoppio vicinissimo fece tremare la portineria(424).
Una bomba era esplosa nell'atrio, davanti alla cancellata che sbarrava l'accesso al cortile intemo e di fianco all'ingresso laterale della portineria, crivellando la striscia di lamiera che rivestiva la cancellata, sbrecciando la cornice in pietra dell'ingresso alla portineria, distruggendo il lampadario e facendo una strage di vetri. A parte i custodi, quella sera il palazzo era deserto perch il padrone di casa si trovava con la famiglia in villeggiatura a Varese.
Quali i possibili moventi dell'attentato? Secondo il Corriere della Sera il sen. Ponti, ex sindaco di Milano, filantropo e benefattore, da tempo ritiratosi a vita privata per ragioni di salute(425), doveva essere considerato "al di fuori di ogni competizione politica e di classe"(426).
Sulla bomba, di cui si erano trovati due rottami circolari, un fondello e un cerchio di ferro, gli investigatori non ebbero molto da dire. Si pensava che fosse stata confezionata col bossolo di uno shrapnel da campagna riempito di polvere nera. Dagli effetti, di minima entit, si era dedotto che il preparatore dell'ordigno fosse una "persona non pratica"(427).
Il 15 settembre 1919 l'Iconoclasta! di Pistoia pubblica in prima pagina un articolo sugli attentati di Milano. Si intitola "Parla la dinamite!" ed  firmato da Bruno Filippi:

Dopo l'esplosione nel tribunale una serie di attentati ha gettato lo scompiglio e la paura nella grassa borghesia milanese. Il primo ad essere attaccato fu l'ing. Giovanni Breda, titolare dello stabilimento omonimo e noto pescecane.
Esso sfugg a un tentato vetrioleggiamento e a una bomba esplosa nella sua villa. Poi fu la volta del senatore Ponti, presidente della Societ mecc. lombarda. Anche contro la sua abitazione fu lanciata una bomba. Tutto per si limit ad esplosioni formidabili e a danni alle abitazioni. La fortuna protegge i pescecani! Altra bomba alla dinamite, inesplosa per, fu trovata nella stazione centrale(428).
La consegna degli esplosivi prosegue alacremente! Soltanto essa vien fatta a domicilio!
 naturale che mille voci corrano sul movente di questi attentati. Il fatto che gli sconosciuti dinamitardi abbiano scelto gli alti papaveri dell'industria metallurgica fa supporre si tratti di rappresaglia per la veramente ributtante tracotanza padronale. Mentre i signori pescecani se la spassano al Cova e al Biffi, il povero scioperante ingozza poco riso e stringe la cintola.
Il capitale non si combatte a braccia incrociate e l'attesa, per chi ha fame,  una lenta agonia. Ma i padroni voglion cos e, nascosti dietro i revolver omicidiari dei carabinieri del re, fanno le fiche alla miseria.
Intanto da parte della stampa forcaiola si comincia la caccia all'anarchico e si chiedono le solite leggi capestro. Noi non apparteniamo al numero degli pseudo sovversivi pantofolai, pronti a rinnegare ogni fede per la paura della galera. Ma a chi oggi ci accusa di avere, noi, provocato questi attentati rispondiamo con cifre e domande lineari:
Chi semin durante quattro anni di carneficina l'odio e il dolore? Furono i vari Graziani, luridi assassini gallonati.
Finita la guerra la belva borghese perennemente assetata di sangue, malgrado i 507.193 morti immolati al trust e alla banca, volle e vuole ancora uccidere.
Dal 13 aprile a oggi (...) 54 persone furono assassinate dal piombo regio.(429) Ecco la propaganda dell'odio! Gli incettatori affamano, gli industriali mettono al bivio fra lo sfruttamento pi nefando e la fame. E si grida: Bisogna produrre! Leggevo l'altro giorno che un giovane (diciotto anni!) si suicidava per mancanza di lavoro. Io domando: che cosa si deve produrre? casse da morto? Dunque la provocazione viene dall'alto. Sono i vari Breda protetti dalla camorra di stato, sono i Centanni cinici livragatori(430) di folle, sono i gros bonnet dell'esercito, lordi di sangue e furenti di libidine sadica.
Reazione? Ben venga. Gli anarchici non la temono, troppo l'hanno affrontata.
Ormai la borghesia si  fatta il deserto attorno a s. E ne subir la pura legge.(431)


FRUTTO DI STAGIONE

La sera del 7 settembre 1919 una folla domenicale elegante, chiassosa e spendacciona gremiva, nel centro di Milano, la galleria Vittorio Emanuele. I caff erano pieni di gente, seduta in parte ai tavolini esterni e in parte nelle sale interne ad aspettare l'inizio dei concerti. Qualche minuto dopo le nove, mentre il direttore dell'orchestrina del Biffi stava per dare il la ai propri musicisti, un boato si ripercosse sotto le volte vetrate della galleria. Se il ricordo dello scoppio in tribunale poteva essersi sbiadito, quello delle esplosioni di via Paleocapa e via Bigli era ancora molto vivo. Urlando e spingendo, la folla si gett verso gli sbocchi della galleria. I tavolini esterni dei caff, rovesciati nella fuga, trascinavano nella caduta tazze, piatti e bicchieri, che andavano rumorosamente in frantumi. Due o tre donne, travolte dalla folla atterrita, caddero a terra ferendosi sui cocci(432).
Il boato, che in un primo momento aveva fatto pensare a uno scoppio prodotto da una fuga di gas, veniva dallo stabile all'angolo tra via Foscolo e uno dei bracci minori della galleria. Il pianterreno di questo edificio era occupato dal caff-ristorante Biffi. L'ammezzato, oltre ai gabinetti e al guardaroba del ristorante, ospitava alcuni uffici. Al guardaroba del Biffi e a questi uffici si accedeva salendo una scala, la n. 8, in fondo al primo cortile del palazzo di via Foscolo 3. Questa scala portava, al piano nobile, alla sede del New Club, o Clubino, o Club dei Nobili: il ritrovo preferito, secondo la stampa dell'epoca, di molti e molto noti aristocratici e industriali lombardi.
Lo scoppio, di notevole violenza, era avvenuto sul pianerottolo dell'ammezzato. Tre gradini della rampa di collegamento col piano superiore avevano ceduto ed erano piombati, a pezzi, nella tromba delle scale. Il muro e il pavimento presentavano larghi squarci. Le condutture dell'energia elettrica e del gas, due tubi di ferro e di ghisa, si erano spezzate di netto. Un principio d'incendio, scoppiato nel guardaroba del ristorante, fu domato dai vigili del fuoco.
Esclusa l'ipotesi di una fuga, di gas, non restava che quella dell'attentato dinamitardo. Partendo da questo presupposto, l'ispettore reggente la questura, Giovanni Gasti, ordin di frugare tra le macerie per vedere se c'erano delle schegge di ferro o di acciaio.
Per qualche tempo si cerc invano. La prima scoperta fu fatta, mezz'ora dopo l'esplosione, da uno dei pompieri che, alla luce delle lanterne, stavano sgombrando il pianerottolo. Ma non si trattava della bomba. Mentre il lavoro di sgombero ferveva, il pompiere vide una scarpa tra i calcinacci e not, con orrore, che essa conteneva un piede umano fasciato da una "rozza calzetta" di cotone bianco(433). Affrettate ricerche tra i detriti portarono alla luce, subito dopo, una mano o un braccio "con intorno i rimasugli di una stoffa turchina"(434), un pezzo di cuoio capelluto appiccicato al muro e altri resti umani. Pi tardi, tra le macerie, un commissario di P.S. trover anche l'otturatore contorto (o forse il caricatore) di una rivoltella Browning(435).
Raccolti dai pompieri in una cesta, quei miseri resti vennero portati al cimitero monumentale, mentre si facevano le prime congetture sull'identit dell'unica vittima dell'attentato(436). Solo una cosa si poteva dire subito: il morto era povero, a giudicare dagli indumenti e dalle scarpe risuolate che portava, e dunque non poteva essere un frequentatore abituale n del Biffi n del Clubino(437).
Un'ipotesi che doveva rivelarsi parzialmente valida veniva formulata la sera stessa dal commissario che aveva trovato il pezzo della rivoltella. Secondo questo funzionario, al quale era stato confidato che altre sei bombe, dopo quelle di via Paleocapa e via Bigli, sarebbero state fatte scoppiare in citt "allo scopo di impaurire gli industriali metallurgici"(438), il dinamitardo avrebbe avuto l'intenzione di attentare al New Club. Raggiunto il pianerottolo senza farsi notare, egli avrebbe per equivocato sull'ubicazione della sede del circolo oppure, accesa la miccia troppo presto, sarebbe rimasto vittima di uno scoppio anticipato.
Scarsi progressi fecero le indagini la mattina dopo. Tre cartucce di rivoltella e due bossoli vuoti, appartenenti a un caricatore che poteva essere quello rinvenuto la sera prima tra i detriti, avvalorarono l'ipotesi che lo sconosciuto fosse armato. Ma il suo nome restava un mistero. Qualcuno, tuttavia, e precisamente il custode del New Club, era convinto di essersi trovato faccia a faccia con lui. "Era un giovanotto dimessamente vestito" dichiar alla stampa "con un berretto a larga visiera nera, con un piccolo involto - pareva una cassettina - sotto il braccio."(439)
Luned pomeriggio un ragazzo di diciassette anni - il "meccanico scioperante" Annunzio Filippi(440) - denunciava alla questura la scomparsa del fratello Bruno, uscito la sera prima e mai pi tornato a casa. Nell'elenco degli arrestati quel nome non c'era. Sorse allora il dubbio che lo scomparso potesse essere la misteriosa vittima della bomba. Nella camera mortuaria del cimitero monumentale al giovane Annunzio bast un'occhiata alle scarpe del morto, alle quali aveva lui stesso, pochi giorni prima, rifatto i tacchi di gomma, per sapere che gli scarsi brandelli insanguinati raccolti in Galleria erano tutto ci che restava di suo fratello. Il ritrovamento nella casa dei Filippi di un panciotto confezionato con un rigatino marrone identico a quello della giacca e dei calzoni trovati sui resti umani diede una precisa conferma al riconoscimento(441). Due giorni dopo il fatto l'Avanti scriveva:

Bruno Filippi era ben conosciuto negli ambienti politici sovversivi come un idealista devoto alle proprie convinzioni e capace per esse di qualsiasi sacrificio. Nel periodo della neutralit, quando il partito socialista lottava disperatamente per contrastare il prevalere dell'interventismo, il Filippi milit con noi e in pi di una contingenza lo vedemmo affrontare - in dimostrazioni non veramente pacifiche - le intolleranze irose dei nemici comuni.(442)

Nato a Livorno col secolo nuovo, figlio di un operaio, operaio tipografo lui stesso, il maggiore di sei fratelli, Bruno Filippi era un bel ragazzo, sveglio e intelligente, che si faceva notare per la capigliatura, nera, folta, abbondantissima, e per i lampeggianti occhi celesti. Ironico, taciturno con gli estranei ma espansivo con gli amici, e buon parlatore in pubblico quando era il caso, studiava e leggeva moltissimo, partecipava alla vita del movimento, collaborava alle sue pubblicazioni. La sua camera era una biblioteca di opuscoli sovversivi.
Segnalato come anarchico fin da ragazzo, a Milano aveva trovato quell'atmosfera rovente che sarebbe culminata nelle "radiose giornate" di maggio. Il 13 di quel mese, nel piazzale di Porta Venezia, un corteo di interventisti si scontr con un gruppo di neutralisti. Dopo uno scambio di invettive echeggiarono alcuni colpi di rivoltella, due dei quali ferirono mortalmente un passante. Bruno Filippi, che aveva allora appena quindici anni ma che gi si era rivelato un "elemento perturbatore", fu trovato in possesso di una rivoltella alla quale mancavano diversi proiettili. Rinviato alla corte d'assise per complicit in omicidio(443), ammise di avere sparato ma in aria, vantando i propri sentimenti anarchici e rispondendo per le rime al presidente che lo rimproverava per le sue "ripugnanti" affermazioni.(444)
Condannato per minacce a mano armata e resistenza alla forza pubblica contro il parere del P.M., che ne aveva chiesto l'assoluzione, Filippi usc di prigione appena in tempo per essere chiamato, con i giovani della sua classe, a dare il proprio contributo a quella guerra contro la quale si era sempre battuto(445). Scrisse l'Avanti! dopo la sua tragica fine:

Lo ricordiamo ancora il giorno seguente alla sua liberazione, quando verme personalmente a ringraziarci d'averlo difeso sul giornale e a pregarci di rendere pubbliche grazie agli avvocati che l'avevano difeso in Corte d'Assise. (...) Poi lo perdemmo di vista. La piccola frazione anarchica militante era stata dalla guerra, dagli internamenti, dalle persecuzioni, interamente sbandata.(446)

Ma che anarchico era, Filippi? Qual era la sua psicologia? Risponde Carlo Molaschi, che lo aveva conosciuto adolescente:

Venne al mondo portando seco la sua maledizione, e la sua vita non fu che spasimo passionale. (...) Guardava nel mondo con occhio attonito perch sentiva che tutto gli era ostile. Cercava la libert nella vita selvaggia e la civilt gli negava il sole e la foresta. Cercava la dignit di un lavoro umano e la societ gli offriva la schiavit di un lavoro bestiale. La vita in lui era esuberanza ed energia. Il suo imperativo categorico era il verbo agire.(447)

Nemico della guerra, fu un soldato cos disciplinato, da meritarsi i galloni di caporale. E la vigilia di Capotetto scriveva su Cronaca Libertaria che "gli anarchici dovevan preferire la continuazione della guerra", che avrebbe finito per distruggere chi l'aveva provocata. Confessava altres di "trovar pi simpatica la borghesia, che coscientemente fa il proprio interesse, del proletariato che vilmente rinuncia alla propria individualit". Per questo articolo, "da molti male interpretato", Il Popolo d'Italia si affrett a presentarlo come un interventista.(448)
"La vita che conduco ora" scriveva all'amico Virgilio Gozzoli il 27 maggio 1919 " senza dubbio migliore di quella che facevo sotto il grigio-verde. Ma mi annoio mortalmente. Ho bisogno di respirare un'aria meno vile di questa..." E quattro giorni dopo: "Siamo demolitori e perci dobbiamo infiltrare nei cervelli proletari il pensiero che soltanto attraverso la rivoluzione, abbattendo successivamente tutte le forze statali che si succederanno, raggiungeremo la vera libert senza nessuna forma di coazione..."(449). L'amico Gozzoli scrisse di lui:

Antiorganizzatore irriducibile, lo si vedeva per in mezzo a tutte le agitazioni economiche - quando l'"agitazione" straripava per le vie - tanto vero che l'ultima sua condanna (...)(450) la busc... stando a vedere degli scioperanti barbieri facenti la guardia a un negozio onde impedire l'entrata dei krumiri. (...)
Lo si vedeva spesso, seguito da una turba di giovincelli, colle scarpe sdrucite e con un cappellaccio dalle falde sbocconcellate, passar davanti ai poliziotti, in Galleria, e cantar loro sotto il naso canzonette... canzonatorie composte e... musicate da lui medesimo, come Nei e cicisbei (nelle lettere confidenziali egli si firmava spesso Cicisbeo) che aveva questo ritornello:

Oggi siamo neri
Doman saremo bianchi
E anca verdesin
Che me ne 'nfalla iooo!

oppure inni rivoluzionari che, agli agenti che volevano richiamarlo all'ordine, diceva d'aver imparato al Variet (...).
Rideva di tutto e di tutti, specialmente di se stesso, e per questo era simpatico a tutti, meno che agli avversari ch'ebbero spesso a battere in ritirata sotto la sferza delle sue argomentazioni teoriche... e pratiche.
Una volta sette o otto studenti interventisti lo assalirono e lo bastonarono ben bene. Egli era solo e disarmato... e dovette lasciar fare. Ma tempo pochi mesi gli aggressori, uno per uno, si riebbero "individualmente" quel che "collettivamente" avean dato a lui.(451)

Che quello di Bruno Filippi fosse un anarchismo "futuristeggiante" e "marinettiano" era ammesso da molti tra i suoi stessi compagni, che per questo non gli risparmiarono le critiche. Gi nel 1917 Pasquale Binazzi, venuto a Milano per seguitarvi la pubblicazione di Cronaca Libertaria, aveva chiuso le colonne del giornale alla sua collaborazione(452). E nell'estate del 1919 cos scriveva duramente Molaschi:

Voi (...) dite che oggi siete neri e che domani sarete bianchi perch la coerenza non  che una schiavit. Ebbene: ci non  anarchismo. Tutta la tragedia della vita dell'anarchico  chiusa appunto nello sforzo gigantesco, quotidiano, continuo perch la propria azione sia coerente alla teoria dell'anarchismo anche a prezzo di carcere e di fame!

Molaschi richiamava gli "sragionanti", che due o tre anni addietro erano corsi sulle orme di Papini "per accettare i suoi scritti come vangelo d'anarchismo", a una maggior cautela nei confronti della "lue futurista". Gli individualisti milanesi dovevano scegliere:

o anarchici e perci anelanti instancabili verso la "nuova umanit" (che bel titolo pel nostro quotidiano!), o futuristi, alle calcagna di Marinetti e degli homeni d'arme, per la conservazione del privilegio capitalista e della mollezza borghese.(453)


Che cosa si era proposto il giovane anarchico con quel tentativo finito per lui cos tragicamente? Rispondeva l'Avanti!:

Le congetture che si fanno sono molteplici, ma quella che presenta maggiore fondamento  che il Filippi abbia voluto colpire i frequentatori del Club, che appartengono tutti agli alti ranghi del capitalismo milanese, alla nobilt, al militarismo. Una protesta violenta sino al fanatismo, che avrebbe voluto fiaccare con un sol gesto tremendo la caparbia volont di lotta e di resistenza fino all'estremo che spinge i capitalisti milanesi contro quelle maestranze industriali dal cui lavoro, durante la guerra, hanno tratto vistose e immeritate ricchezze.

Ci ammesso, restava per l'Avanti! "un abisso di sproporzione tra fine e mezzo, che difficilmente si pu colmare, anche ponendosi da un punto di vista di grandissima indulgenza". Infatti "per colpire, poniamo, uno o due uomini,  concepibile se ne debbano uccidere dieci, venti, cento?". Da parte loro, i socialisti spiegavano

l'atto folle (...) con l'atmosfera satura di violenza nella quale lo spirito inquieto e non inquadrato in chiari sistemi di idee e di sentimenti vive da tanti anni. La violenza, l'audacia, il disprezzo della vita umana sono stati portati in questi anni di carneficina a tali altezze dai loro apologisti vecchi e nuovi che si comprende esattamente come sia stato possibile che l'idea di [un] simile attentato abbia potuto crescere e ingigantire nell'animo del giovane libertario. L'atto del Filippi  anch'esso un frutto di stagione. Chi volle le cause non ha diritto di inorridire degli effetti. Chi ha cantato la bomba e il pugnale, glorificando la prodigiosa bellezza fascinatrice del sangue, della violenza, della strage, non deve salire in cattedra a tener pulpito di femminea gentilezza di costumi e di pacifica e prudente saggezza.(454)

Mentre la polizia ricostruisce la domenica di Bruno Filippi per accertare se abbia avuto dei complici - dalle diciassette alle venti era rimasto in un caff di corso Buenos Aires abitualmente frequentato da anarchici; a casa, prima di uscire, aveva cenato con un uovo; per le ventuno era atteso dai compagni nel caff - qualcuno si domanda se lo sfortunato giovanotto non abbia per caso partecipato anche al vetrioleggiamento dell'ing. Breda, giacch "i suoi connotati corrispondono sommariamente a quelli che si hanno dell'attentatore"(455).
Per qualche giorno le indagini danno scarsi risultati. Si portano in questura "parecchi giovani anarchici", si interrogano diverse donne, una delle quali "sarebbe stata vista parecchie volte col Filippi", si torchia "un altro noto anarchico individualista suo amico intimo", si cerca di appurare se vi fu un complotto. In mancanza di notizie precise, i giornali raccolgono le dicerie. Secondo una di queste, in una recente riunione di anarchici Filippi sarebbe stato definito "un elemento poco fido" e invitato a "tenersi lontano dai compagni". Allora, "per dimostrare la sua fedelt e la ferma fede", il giovane avrebbe deciso di compiere gli atti terroristici(456). La voce  ripresa dall'Avanti!: "Il Filippi in questi ultimi tempi era in dissenso con parecchi dei suoi amici di parte". Ma la sera del 9 settembre vengono rimessi in libert tutti gli anarchici arrestati l'8 e il 9(457), tra i quali si trovavano anche il padre di Bruno, Averardo, e i suoi due fratelli Annunzio e Libero. Complotto sfumato, proclama trionfalmente l'Avanti!(458).
 troppo presto. L'11 settembre si svolgono i funerali. Annunciati per il pomeriggio, bruscamente e senza preavviso vengono anticipati al mattino per ordine delle autorit. Amici e parenti accompagnano il feretro fino alla stazione del tram di Musocco. "Una bara, un fascio di fiori rossi, una madre piangente, pochi amici, un nugolo di birri e di carabinieri. Il morto faceva ancora paura!" scriver l'Iconoclasta!(459). "Era stato recato un vessillo," rivela il Corriere della Sera "ma la presenza di guardie e carabinieri consigli di tenerlo ben custodito nel fodero." La rossa ghirlanda, unico omaggio della famiglia, poggiava sulla bara: "una piccola cassa che pareva racchiudesse un bambino"(460).


"OGNI ANARCHICO DEVE TROVARLO BELLO"

Come furono giudicati, all'interno del movimento anarchico, l'atto e la morte di Bruno Filippi?

Il giovane anarchico milanese "ha ucciso se stesso" scrive Il Libertario, uno dei due organi, con Volont, dell'anarchismo "ragionante", "per richiamare gli uomini a una concezione di vita pi umanas meno cannibalesca". Istigatori del suo gesto sono stati i "signori sfruttatori dell'altrui sudore" e i "signori inquisitori del libero pensiero" i quali, "invece di comprendere che  la violenza e l'ingiustizia dell'alto che fomenta la vendetta dei ribelli", si accaniscono in vane ricerche d'inesistenti complicit. Conclude il periodico spezzino:

Un animo cos sensibile come quello di Filippi non poteva [fare] a meno di grandemente e penosamente impressionarsi nel constatare che mentre molte migliaia di lavoratori metallurgici devono da tanto tempo soffrire ogni sorta di privazioni per la caparbiet degli industriali, che durante la guerra hanno accumulato vistose ricchezze, costoro gavazzano nei loro eleganti ritrovi, nelle sontuose villeggiature e nelle stazioni climatiche alla moda.(461)

Maggior entusiasmo trapela, comprensibilmente, dagli articoli dell'Iconoclasta!. Scrive Pierre:

Bruno Filippi era un votato. Nella [sua] breve e pur intensa vita aveva visto tutta la vigliaccheria che forma la ragione di esistenza degli oppressi (...) Ed egli soffriva di questo. Soffriva dei patimenti dell'umanit; l'ingiuriava qualche volta sperando di vederla scuotersi sotto lo schiaffo; la malediceva, anche, perch la sua follia di sangue lo trascinava nel gorgo fatale suo malgrado. Ma l'anima sua era quella della folla. Ed egli avrebbe voluto avere della folla tutta la forza per arrovesciare e stritolare coi piedi tutti gli ideali lordi di sangue che la soggiogavano e la martoriavano, in un supremo gesto di rivolta. (...) E la sua bomba, anzich l'espressione della sua rivolta individuale, fu la eco profonda di tutto il dolore dell'umanit racchiuso in quel grande cuore.(462)

Lo schianto della dinamite di Milano, scrive Brutius (Pietro Bruzzi), " esempio di alta e fiera rivolta", una rivolta che "nella coscienza del suo autore simbolizza il principio di disgregazione della corrotta e depravata societ". Ma attenzione: pur essendosi scagliato con tutta la sua forza contro "gli elementi pi odiati della societ" (e, si rammarica Brutius, "quello che noi deploriamo  che egli non abbia sparso altro sangue che il suo"), Bruno Filippi, coerente nel proprio individualismo, ""sapeva" che non valeva la pena di sacrificarsi pel popolo, per l'umanit o per qualsiasi altro simbolo" ("lo sento ancora chiedersi" ricorda Brutius: ""Ma vale la pena di sacrificarsi tanto per questa feccia di umanit?"") e ag per obbedire a un impulso esclusivamente morale, "non (...) per affrettare l'avvento della rivoluzione"(463)

Scrive Leda Rafanelli:

Giudicare quell'atto, dire se fu utile o meno alla causa, non  compito nostro. Troppo facile e assurdo insieme  il giudicare i fatti. Pu esaltarlo soltanto chi lo sapr imitare: ma pure, qualsiasi anarchico, al di sopra di ogni considerazione, deve trovarlo bello. Gettare la propria vita, arrischiandola in un pericoloso cimento, per una fede - mentre si  giovani, sani, completi - per vendicare con un monito fragoroso le vittime che zoppicano e arrancano beatamente per le vie,  un gesto di magnifica audacia,  una generosit che solo degli anarchici - da Palls a Caserio, da Bresci a Filippi - hanno saputo praticare.(464)

Scrive Ignotus:

Siamo arrivati nuovamente alla bellissima epoca in cui il dinamismo rivoluzionario, travolgente e demolitore delle vecchie commedie, si manifesta negli animi giovani e forti in tutta la sua potenza distruttiva e ideale. Gli Henry di Francia rivivono nei Filippi d'Italia. (...) Nulla di pi sublime v' nella vita come l'udire il suono schietto e sonoro di quel magnifico strumento dinamitico. Solo l'anarchico ne comprende la bellezza, il fascino di quel caro oggetto che annienta e turba i sonni beati degli ingordi e malvagi parassiti borghesi.(465)

Pi lucida e accorata (e come sempre abbastanza profetica) l'esortazione di Volont:

Il sacrificio dell'anarchico Filippi dovrebbe ammonire lo stato e la borghesia, e far loro capire su che terreno arroventato camminiamo. Ma essi, ciechi e sordi materialmente e moralmente, preferiscono altro materiale esplosivo, nuove ire e nuovi rancori. Cos i giornalisti, da essi pagati(466), parlano di complotti anarchici con estrazione a sorte, ecc., e i poliziotti del loro cuore cominciano con l'arrestare padre e fratello del morto, e poi i compagni di fede e i sovversivi in genere, sequestrando come prove di reato nelle loro case quelle armi terribili che sono i libri, gli opuscoli e i giornali!...
Come trent'anni fa! Questa gente  incorreggibile; non capisce e non impara nulla. L'atto tragico e ammonitore dell'anarchico Filippi potrebbe rimanere isolato, se gli ammoniti ne intendessero il significato; e invece questi preparano gli elementi per tutta una serie di drammi e di tragedie...(467)


IL GOBBO, IL CRIMINALE, LA VIRAGO E LA SCOSTUMATA

Intanto per la citt inferociva la caccia all'anarchico. Lotta senza quartiere! Era una tempesta di arresti. Ma nessuno l'ha rinnegato! Cio, uno solo; ma costui era un deforme di fisico e di mente(468).

C', un deforme, nella cerchia di Filippi. Si chiama Guido Villa, ha ventisette anni e lavora come fattorino per una ditta di via Scarlatti. Guido Villa  affezionatissimo alla madre, che mantiene con i suoi risparmi nel manicomio dov' ricoverata. Oltre alla grave imperfezione fisica che lo affligge -  gobbo - una malattia venerea contratta due o tre anni prima lo rende soggetto a frequenti crisi di nervi(469). Gli capita cos di infiammarsi per un nonnulla, di perdere la calma, di essere sordo alle ragioni altrui(470). A parte ci, Villa  un lavoratore assiduo e coscienzioso, molto apprezzato dal suo principale(471), e la sera va a scuola di lingue per migliorare la propria posizione. Vive in una soffitta di via Macchi e ha un solo hobby: suona il mandolino.
La passione per la musica. Ecco quello che, secondo i coinquilini, raccoglieva quasi tutte le sere nella stanzetta occupata dal fattorino i suoi amici pi assidui: un giovanotto con la barba nera e un altro glabro ma "abbondantemente scapigliato", ai quali da circa un mese si era aggiunta una ragazza. Certo, "nessuno fra i suoi inquilini, che lo conoscevano da anni, aveva mai pensato che sotto quella figura esile, meritevole di compassione e rispetto per la sua deformazione, potesse nascondersi un anarchico capace di atti terroristici".
 nella casa vuota di Villa che la questura, l'11 settembre, sequestra un oggetto "il cui impiego non pu lasciare dubbi". "Si tratta" spiega il Corriere della Sera "di un grosso ordigno fatto a forma di mortaio in ferro dello spessore di due centimetri con chiusura a vite. Nel fondo ha il conduttore per la miccia (...) La bomba  di recentissima fabbricazione e pare che la polizia sappia anche dove doveva essere impiegata."(472) Nella soffitta di via Macchi, oltre all'ordigno in lavorazione, la polizia trova "una numerosa corrispondenza e un foglio su un lato del quale erano scritti parecchi nomi, tra cui quello del Bruno Filippi, e dall'altro era tracciato il disegno della centrale elettrica di Paderno d'Adda e di altre officine. Questi disegni erano del Filippi"(473).
Ma ancor prima di scoprire questi documenti, e di procedere all'arresto del fattorino(474), la polizia aveva messo le mani su due componenti del gruppetto: il meccanico diciannovenne Aldo Perego, che era l'amico pi intimo di Filippi, e la diciassettenne Maria Zibardi, che di Bruno era la ragazza. Con loro furono arrestate altre due persone: una donna, Elena Melli, e, a Mantova, Giuseppe Mariani, "un meccanico dimorante a Milano e recatosi a trovare i parenti perch disoccupato in conseguenza dello sciopero metallurgico"(475).
Aldo Perego, dichiarandosi pentito del suo gesto, oggi sostiene di aver agito sotto l'influenza dell'amico, dotato di una personalit pi forte e trascinante della sua(476). Con ben altra fermezza si difese allora. "Sono anarchico" disse al processo, parlando "con convinzione, calmo, e quasi con freddezza", "e approvo i metodi rivoluzionari, non avendo fiducia nei metodi evoluzionistici che non permettono, lasciando un regime reazionario, di inculcare nelle masse quell'educazione che basta perch si governino da sole. Il movente morale che mi ha consigliato agli atti riferiti  questo: iniziare la sommossa." Il progetto dell'attentato, scartato per il fallimento dello sciopero generale del 20-21 luglio, "era assai semplice e non mirava che a forzare le masse a pensare ala rivoluzione. Si trattava di tagliare le comunicazioni elettriche della citt e di attuare una dimostrazione di protesta contro il regime presente"(477).
Anche Perego era uno dei tanti "delusi" del dopoguerra. Di carattere "freddo e solitario", non beveva e non fumava. Praticamente autodidatta, leggeva con avidit tutto quello che gli capitava sotto gli occhi(478). Nato nel 1900, figlio di un meccanico, aveva cominciato a occuparsi di politica intorno ai sedici anni. Agli anarchici si era accostato frequentando le riunioni dell'Usi, attirato pi da simpatie e amicizie personali che dalle ideologie(479). Accanito anti-interventista (riport una condanna per aver gridato: "Abbasso la guerra!" durante una manifestazione)(480), nei primi mesi del dopoguerra aveva creduto alla possibilit di un moto rivoluzionario. Era stato cos che, convintosi della necessit di stimolare con l'esempio una massa che gli sembrava troppo apatica e indifferente, aveva aderito e partecipato ai progetti terroristici di Bruno Filippi, ponendo una sola condizione: che si facesse il minor numero di vittime possibile(481).
Perego spieg poi in tribunale come si era svolto l'attentato in Galleria. All'origine dell'iniziativa c'era stata l'intenzione di protestare contro gli industriali metallurgici e intimorire la borghesia. L'obiettivo non era il Club dei Nobili, del quale i terroristi ignoravano persino l'esistenza, ma il ristorante Biffi. Proprio per non fare vittime innocenti Perego e Filippi, durante un sopralluogo compiuto in precedenza, avevano deciso di mettere la bomba nello scarico della pattumiera sul pianerottolo dell'ammezzato: qui, infatti, la sera, gli uffici restavano deserti; e del ristorante, come abbiamo visto, c'erano solo i gabinetti e il guardaroba(482). La bomba, confezionata due giorni prima nella soffitta di Guido Villa, era una latta da benzina imbottita di balistite, gelatina e cartucce di rivoltella(483). La miccia era costituita da un tubetto di vetro pieno di acido solforico e chiuso da un pezzettino di feltro. Durante il trasporto la bomba e la miccia venivano tenute separate. Quando si capovolgeva il tubetto, l'acido solforico impiegava un certo tempo a corrodere il feltro. La caduta della prima goccia di acido sul fulmicotone provocava lo scoppio dell'ordigno(484).
L'incarico di piazzare la bomba se lo era assunto Filippi. I tre anarchici avevano tolto l'ordigno dal prato dove era stato nascosto, dalle parti dell'attuale stazione ferroviaria, e insieme lo avevano portato in via Foscolo. Qui si erano divisi, con l'intesa di rivedersi, dopo l'azione, al bar Roma di corso Buenos Aires. Perego e Villa erano in piazza della Scala quando uno scoppio aveva squarciato l'aria. I due anarchici si erano resi subito conto che qualcosa non aveva funzionato, perch secondo i loro calcoli la bomba sarebbe dovuta esplodere dopo tre quarti d'ora(485). All'arrivo di Perego, trafelato, con la notizia dello scoppio prematuro, tutti gli anarchici che si trovavano nel bar avevano infilato la porta(486). Rintracciati, erano stati arrestati e denunciati per complicit(487).
Se la questura risal a Perego perch era amico di Filippi, e agli altri (che non c'entravano) per il semplice fatto che tutti frequentavano il bar Roma, al "gobbo" come si giunse? Secondo alcuni giornali, attraverso Maria Zibardi. Intorno alla figura di questa giovanissima guantaia si erano sfrenate le fantasie dei poco scrupolosi cronisti milanesi. La ragazza, sempre "vestita eccentricamente, s da dare al suo aspetto un'aria maschile", vista sovente al fianco di Bruno Filippi ("si diceva anzi che ne fosse l'amante"), era stata la prima, secondo alcuni, a visitarne la famiglia dopo la sua tragica fine(488).
Per tale motivo, apparentemente, il 9 settembre la questura arrestava "questa specie di virago"(489), ma per tre giorni la Zibardi, "strano tipo di ragazza, dai capelli corti, gli occhi nerissimi e fieri ma strabici", si mantenne "ostinatamente negativa", sostenendo che lei "ignorava tutto", che "conosceva soltanto di vista" questo o quello e dichiarando di "non avere dimora e di pernottare nelle cascine delle campagne limitrofe". Ma in tre giorni di continue attenzioni i funzionari di P.S. seppero "circuirla con tanta abilit" da farle confessare di avere passato spesso la notte col "gobbo"(490).
Se anche aveva confessato qualche cosa, al processo la Zibardi neg tutto. Disse di aver conosciuto Filippi nel '17, durante un comizio alla Camera del lavoro, e di esserne ben presto diventata la fidanzata (ma l'amante mai, protest pateticamente la ragazza). Nello stesso tempo, aveva ripudiato la sua fede socialista per abbracciare quella anarchica. Bruno, comunque non le parlava mai dei suoi progetti. "Non mi ha mai detto niente delle bombe e io - ripeto - non so nulla di nulla."(491)
Trentenne, lucchese, Elena Melli era una donna di statura media e taglia robusta, con un naso a patata nel viso tondo, i capelli e gli occhi castani, il collo corto, le spalle larghe, ma due mani "gentili" e un'espressione "ridente". A Sampierdarena, ove era vissuta fino a poco tempo prima mantenendo se stessa e la figlia con la sua modesta paga di operaia all'Ansaldo, aveva riscosso (secondo l'arcigna prefettura genovese) "mediocre fama per la sua condotta morale non molto buona". Separata dal marito, aveva una "discreta intelligenza" e un "carattere vivace e risoluto" ma "scarsa educazione" e "deficiente cultura": i suoi studi si erano infatti fermati alla quinta elementare. Della "setta anarchica" locale aveva sempre fatto parte, pur esercitandovi scarsa influenza. Cercava comunque, al suo livello, di "fare propaganda spicciola fra le operaie"(492).
Arrestata anche lei il 9 settembre, Elena Melli, "per quanto incalzata dagli interrogatori, non si lasci piegare e rimase irremovibile nell'ostinato diniego"(493). Nella sua casa, lo stesso giorno, la polizia trov un lembo del vestito di Bruno, al quale era ancora appiccicato un brandello di carne(494). Al processo, parlando con franchezza e uno spiccato accento toscano, dopo una "ferma e recisa professione di fede anarchica"(495) la Melli dichiar:

Dopo l'internamento scontato a Cosenza(496) venni a Milano, ove conobbi Bruno Filippi.(497) Sono anarchica, ma non so nulla di questo affare. Frequentavo i miei compagni perch li amo come fratelli, ma ignoro i motivi pei quali mi avete fatto portare qui.  forse il pezzo dell'abito di Bruno Filippi ch'io raccolsi il giorno dopo la sua morte? Ma chi vuol bene ad un compagno ama anche qualcosa di ci che lui porta, specie quando ha il coraggio di sacrificarsi per l'idea comune.  forse il biglietto scrittomi - e non ricevuto - in carcere dalla compagna Zibardi, nel quale biglietto essa mi diceva di negare, negare sempre? Ma la Zibardi ha dichiarato lei stessa di averlo scritto in un momento di disperazione. O sono forse le lettere ch'io ho scritto, libera, a un mio compagno? Ma queste lettere sono di tenore prettamente personale e l'imputazione non [vi] ha nulla a che vedere.(498)

Le lettere di Elena Melli erano state scritte a Giuseppe Mariani, col quale la donna era in intimi rapporti, nei giorni in cui il secondo aveva lasciato Milano per tornare a Mantova. "Noi" diceva quella che il presidente della corte d'assise fece leggere in aula "combattiamo per la libert dei popoli e morremo insieme sulle barricate, se sar necessario... Verseremo quanto pi sangue borghese e poliziotto  possibile per redimere il mondo."(499) La scelta di questo brano fece scattare in piedi l'imputata, che disse con foga: "Certo:  il sangue nemico. Per noi il nemico non  oltre frontiera, ma qui: siamo contro l'autorit, la legge, l'oppressione, ovunque esse vivano"(500).
La "grande gonfiatura" di settembre, cio la scoperta di un "complotto" che sar il primo di una lunga serie, consente alla questura meneghina di sferrare un duro attacco ai sovversivi. "Si voleva colpire a morte il movimento anarchico milanese il quale minacciava il quieto vivere di lor signori e la beatitudine dei politicanti" denuncer il comitato anarchico pro vittime politiche(501). Mentre nel processo ai due complici di Filippi, entrambi rei confessi e condannati a pene assai pesanti(502), si coinvolgono due donne innocenti (che saranno infatti assolte, ma non prima di avere scontato quasi un anno di carcere preventivo), altri sedici anarchici, tra quelli che si sono pi esposti durante l'estate "calda" del 1919, vengono arrestati, trattenuti per mesi e denunciati per associazione a delinquere(503). Chi prima chi dopo, saranno tutti assolti in istruttoria.


LO SCHIOPPO DEL BRIGANTE

IL 12 settembre 1919, mentre a Milano sta per venire alla luce il primo "complotto" anarchico del dopoguerra, a Roma, nell'aula di Montecitorio, il ministro della guerra si avvicina a Nitti e gli porge un telegramma: Gabriele D'Annunzio ha varcato il confine fissato dall'armistizio ed  entrato in Fiume alla testa di alcuni reparti di granatieri(504).
L'avvenimento non suscita reazioni apprezzabili nei circoli anarchici milanesi, sconvolti dalle perquisizioni e dalle retate seguite all'attentato del Biffi. "Gli arresti operati in rapporto al mancato attentato del Filippi" si legge in un rapporto del prefetto "hanno portato (...) nel campo anarchico grande confusione e scompiglio, e l'apprensione degli anarchici  addimostrata anche dal fatto che essi evitano di girare per la citt a gruppetti, come solevano fare per l'innanzi, tenendosi specialmente lontani dalle localit e dai pubblici esercizi noti (...) come punti di loro convegno"(505).
Per fronteggiare la "tempesta reazionaria" abbattutasi su di loro gli anarchici rimasti in libert decidono immediatamente di organizzare un'opera di soccorso finanziario e legale a vantaggio degli arrestati e delle loro famiglie(506). Poich "nelle carceri italiane si soffre letteralmente la fame", il primo compito del comitato anarchico pro vittime politiche (animatore del quale fu, in questa sua fase iniziale, Carlo Molaschi) sar di provvedere all'alimentazione dei compagni detenuti. Molti di essi non hanno famiglia o ne vivono lontani. In questi casi sar il comitato a dover pensare a tutto: dal vitto al colloquio, dal libro alla biancheria. Il primo comunicato diffuso il 27 settembre annuncia che la difesa degli anarchici arrestati  stata affidata agli avvocati socialisti Nino Levi e Cesare Seassaro, "due professionisti di indubbio valore e di fede sovversiva", e che la sottoscrizione in loro favore ha raggiunto la cifra di settecentocinquanta lire(507).
Se a Milano gli anarchici hanno altro da fare che occuparsi dell'impresa del "divino Gabriele", a Roma l'atmosfera  sufficientemente tranquilla per poter diramare un manifesto. Firmato dall'Unione socialista romana e dalla Federazione comunista anarchica, esso dice:

Il conflitto d'oggi, fra potere civile e militare, pu domani risolversi in una dittatura militaristica e reazionaria, e pu cagionare una nuova guerra. (...)
Della guerra fummo anche noi responsabili, perch ci facemmo sorprendere, sopraffare da una minoranza, audace perch protetta dal Governo, attiva perch pagata.
Anche oggi dobbiamo farci sorprendere e sopraffare dalle conventicole e dal canagliume degli interessati e degli speculatori sui conflitti tra popolo e popolo?
Compagni!
A noi dunque: ognuno di noi diventi il propagandista di una sola idea: pu giungere anche subito il momento in cui i lavoratori dovranno far sacrificio della loro libert e della loro vita.
Prepariamoci! Prepariamoci alla difesa, prepariamoci all'offesa, se la debolezza in cui il conflitto tra potere civile e militare immerger la borghesia italiana ci dar l'occasione di compiere ci che  insieme una nostra aspirazione e nostro dovere.(508)

Che cosa pensano gli anarchici dell'impresa di Fiume? Lo spiega chiaramente Volont dopo aver osservato come la classe operaia non sembri consapevole del fatto che "siamo a due passi dal colpo di stato e dalla dittatura militare":

La commedia dannunziana di Fiume  molto pi seria di quel che sembra, pur essendo una cosa tutta diversa da ci che vorrebbe apparire.  la cosidetta "quindicesima battaglia" tante volte annunciata, una prosecuzione della guerra, di cui l'italianit di Fiume  un pretesto, con scopi di politica interna e non estera, volta contro il popolo italiano e non contro gli stranieri.
(...) Gli assassini e i disonesti che han voluto la guerra (...) non vogliono rinunciare alle posizioni di privilegio fattesi in questi ultimi quattro anni. La grossa borghesia, nel cui interesse s' fatta la guerra, non la vuol pagare, e tenta di rovesciarne tutto il peso sulla classe lavoratrice, la quale dovrebbe ricostruire a sue spese, con sudore e fame, ci che gli altri hanno distrutto. (...) I militari di professione, aumentati a migliaia, non vogliono tornarsene a casa, (...) poich per essi, tutti alti graduati, la caserma non , come [per] il povero soldato, un tormento, ma un mezzo per vivere bene senza lavorare.
Tutta questa gente ha capito che non  possibile andare avanti con una relativa pace se tutti non restituiscono una parte del mal tolto (...) A ci vorrebbe persuaderli il governo, che teme la rivoluzione; ma essi preferiscono prendere l'offensiva e giuocare sopra la carta del colpo di mano la propria situazione. Ci, con una certa probabilit di successo, mentre la temperatura rivoluzionaria nel popolo, dopo la gelata del luglio scorso, si mantiene ancora relativamente bassa.

La "beffa" di Fiume, conclude Volont,

 una minaccia pel popolo, non per le istituzioni. Il poeta della malavita danarosa e aristocratica muove contro la nazione, di cui si vanta paladino, (...) mentre l'altra parte di esercito regolare finge di sorvegliarlo da lontano, (...) incerta se buttarsi o no dalla sua parte, ma senza volont di combatterlo. Le fucilate sono tenute in serbo per le folle operaie, che guardano tutto questo sconcio armestio, ancora senza nulla capire(509).

Secondo Giuseppe Mariani, il mondo dei lavoratori milanesi era stato galvanizzato dalla sfortunata impresa di Filippi.

Se la bomba al tribunale aveva lasciato indifferente l'ambiente operaio, non cos quest'altra, che aveva suscitato ondate di vera ammirazione per il luogo dov'era diretta e per il sacrificio del giovane terrorista, stimato da chiunque lo conosceva. Una prova di questo entusiasmo la ebbi io stesso dagli operai dell'officina Franco Tosi di via Borgognone, il giorno che mi presentai per riprendere il lavoro. La direzione non voleva assolutamente riprendermi, perch non l'avevo avvisata, sulla causa dell'assenza, entro il tempo stabilito dagli accordi sindacali: gli operai minacciarono di mettersi in agitazione. Era venerd, e il luned potei rientrare per riprendere il mio lavoro.(510)

Se ammirazione vi fu, e tra gli anarchici vi fu certamente, non si tradusse in azione, in quell'azione rivoluzionaria che lo sfortunato terrorista aveva sperato di suscitare col suo gesto. "Gli anarchici, dopo gli arresti dei correi del Filippi Bruno, sono rimasti sconcertati e disorientati" scrive il 1 novembre il prefetto di Milano in un lunghissimo rapporto. All'interno del movimento, sottoposto alla pi stretta vigilanza, non si notano altre attivit all'infuori di quella, gi ripetutamente segnalata, a favore del giornale che s'intende pubblicare. "Ed  per fare un'affermazione di vitalit" spiega il prefetto "che il gruppo anarchico milanese insiste e si affanna per la creazione dell'organo quotidiano."(511)
S, qualcuno diffonde ancora clandestinamente volantini nelle fabbriche. Se n' trovato uno il 10 ottobre proprio all'interno della fabbrica di Mariani(512). Un altro appare la settimana dopo sui muri della citt(513). Ma in quest'ultimo scorcio del 1919, mentre il governo segue con apprensione le mosse di D'Annunzio a Fiume e i partiti si preparano alle prime elezioni politiche del dopoguerra, gli anarchici milanesi raccolgono le forze dopo i duri colpi di settembre e le concentrano su due soli obiettivi: il ritorno di Errico Malatesta e la fondazione del nuovo quotidiano.


LA "FIERA" ELETTORALE

Al congresso nazionale del partito socialista che si tenne a Bologna dal 5 all'8 ottobre 1919(514) Armando Borghi assist come giornalista, raccogliendo le maldicenze di Anna Kuliscioff "sui suoi compagni estremisti" e ammirando, da buon romagnolo, la superstite avvenenza del suo viso, la finezza dei suoi modi e la grazia del suo portamento(515). Con lui, nel banco della stampa del teatro comunale, c'era Luigi Fabbri, che pubblic poi su Volont le sue impressioni su quel "congresso di candidati", come lo aveva chiamato sarcasticamente Turati, tutti favorevoli al massimalismo elezionista per mero opportunismo elettorale:

 una disgrazia per il P.S.I. che il suo primo congresso dopo la guerra si tenga a fiera elettorale aperta. Il soffio avvelenato che viene dal grande mercato soffoca, se pure non spegne, quel po' di spirito rivoluzionario che ancora c' e [che] fino a tre mesi fa era cos vivace.

La deliberazione presa dal congresso - il ripudio della linea legalitaria e il consenso alla conquista violenta del potere - aveva per la sua importanza:

1 nel riconoscere superato dagli avvenimenti il programma del congresso di Genova del 1892; 2 nell'affermare la necessit dell'uso della violenza per la rivoluzione; 3 nell'affermare che gli organismi di oppressione e di sfruttamento del regime borghese (stato, comuni, amministrazioni pubbliche) non possono in alcun modo trasformarsi in strumenti di liberazione del proletariato; 4 nel voler spingere, mediante accordi con esse, le organizzazioni sindacali che sono per la lotta di classe sul medesimo terreno rivoluzionario.

"Noi anarchici" osservava Luigi Fabbri "da cui i socialisti si separarono nel 1892 appunto perch sostenevamo ci che anche loro oggi affermano, (...) vediamo che su ci ci si d ragione (...)." Purtroppo, tuttavia, le buone intenzioni socialiste si trovavano a essere neutralizzate dalla tattica elettorale. Ed era proprio questo a fare, del successo del massimalismo elezionista serratiano, "il trionfo dell'equivoco". Ma il congresso socialista di Bologna, pur nell'atmosfera di scarso entusiasmo in cui si era svolto, una novit l'aveva fatta registrare:

Di nuovo (...), dopo circa quarant'anni, si  affermata una minoranza astensionista e antiparlamentare, attraverso l'eloquenza vivace di Bordiga e il ragionamento serrato di Verdaro(516). Non sappiamo quanto e se resisteranno i tremila e cinquecento socialisti circa che sono di questa tendenza; ma non crediamo di errare profetizzando che non riusciranno a trascinare il loro partito e, prima o poi, o (...) torneranno alle urne, o la logica inesorabile dell'unit d'azione ne li far espellere. I discorsi dei loro oratori per tre quarti potrebbero essere accettati da noi anarchici. La loro critica al parlamentarismo  la medesima, all'incirca, che abbiamo sempre fatta noi (...) Turati ricord benissimo che, nel 1892, la scissione dei socialisti dagli anarchici avvenne appunto, principalmente, per la questione delle elezioni e del parlamentarismo, e perch gli anarchici sostenevano ci che al congresso odierno hanno sostenuto Bordiga, Verdaro, Boero e i loro amici (...).

Gli oratori riformisti, d'altronde, avevano dimostrato con i fatti che, una volta entrati in parlamento, gli eletti "non possono in alcun modo esimersi dal compier un'azione prettamente e prevalentemente riformista. La tesi anarchica, cacciata dalla porta, rientrava dalla finestra...".

Ma questo del partito socialista d'aver sempre qualcosa di anarchico entro di s, (...) di sentire, come le teste dell'idra lernea, risorgere l'anarchismo, pi o meno cosciente, nelle proprie azioni e nelle proprie idee,  un suo destino:  il suo perenne tormento, ma anche la sua ragione di vita. Il giorno in cui le frazioni opportuniste riuscissero sul serio e del tutto a spegnere nel suo seno l'ultimo soffio di rivolta libertaria, l'ultima tendenza anarchica, esse avranno ucciso il socialismo(517).

Amadeo Bordiga, che dalle colonne del Soviet aveva gi aspramente polemizzato con Volont, non poteva che respingere con orrore la parziale identificazione tra anarchici e comunisti astensionisti prospettata da Luigi Fabbri. A lui, che si rallegrava per il fatto che i componenti della sua frazione non volessero immischiarsi con gli anarchici nemmeno in vista della rivoluzione, il quindicinale anconetano rispose:

Gli anarchici dispongono d'una forza niente indifferente, come influenza e irradiazione, che in periodo rivoluzionario non pu non moltiplicarsi (...). Si tratta d'una forza "rivoluzionaria", e non di tessere o schede elettorali, di cui chi vuol fare sul serio la rivoluzione deve tener conto, non solo come d'un peso morto che si sfrutter materialmente a suo tempo, ma come d'una forza cosciente che ha un indirizzo e una volont d'azione determinata, il disaccordo con la quale potrebbe essere pregiudizievole alla rivoluzione.

Non si deve poi dimenticare, osservava Volont, che molti comunisti. astensionisti "sono assai pi vicini, specialmente fra gli ignoti al pubblico e pi oscuri e modesti, a noi anarchici [di quanto] il Bordiga non immagini.  questo che ci fa piacere e ci fa sperare qualche cosa dalla frazione massimalista, malgrado le obiurgazioni dei suoi capi". Lo stesso Bordiga, d'altronde, quando polemizza con i compagni del suo partito, "senza accorgersene si avvicina (...) enormemente a noi, ripetendo per tre quarti delle sue critiche e della sua propaganda antiparlamentare ci che noi anarchici abbiamo detto per quarant'anni"(518).
Con argomenti non molto diversi, astensionismo elettorale a parte, il periodico anconetano polemizza con la frazione socialista raggruppata, a Torino, intorno all''Ordine Nuovo. La stima degli anarchici per il settimanale  fuori discussione. Si tratta di un giornale, riconosce Nonio de Bartolomeis, "notevole per la sua serenit, e che rappresenta, secondo noi, il pi onesto e concreto tentativo in Italia di rinnovamento delle idee e della pratica del movimento socialista legalitario (...)". Quando L'Ordine Nuovo attacca, rispondere  doveroso. "Non  un libello, L'Ordine Nuovo, al quale migliore risposta sarebbe il silenzio,  un giornale con il quale abbiamo discusso volentieri per il passato e con il quale speriamo discutere ancora per l'avvenire, (...) in una vera battaglia di idee."(519)
Nelle critiche all'anarchismo espresse da Antonio Gramsci(520), al cui pensiero non erano estranei certi contenuti libertari (e che, a differenza di Bordiga, metteva l'unit d'azione con gli anarchici nel numero delle auspicate possibilit)(521), de Bartolomeis notava per con rammarico

lo sforzo di trattare male gli anarchici, di ignorare che esista l'anarchia, non accennandovi che per negare, con una affermazione molto spiccia, che vi sia una dottrina anarchica, quasi per mettere gli anarchici in cattiva luce; negando subito un contenuto ideale alle loro azioni, un organico collegamento dei loro sforzi nella lotta sociale, nel momento appunto in cui essa si combatte pi aspra.(522)

Esiste una dottrina anarchica? Gramsci

lo nega energicamente, la cosa  tanto enorme che noi non abbiamo che a rilevare questa sua affermazione perch si smentisca da s. Da Godwin a Proudhon, a Bakunin, a Reclus, a Kropotkin, a Malatesta, (...) l'anarchia si  affermata dottrina di negazione dell'attuale ordinamento politico ed economico, (...) e assurge a dottrina di ricostruzione del nuovo ordine, tanto quanto il socialismo.(523)

A che cosa  dovuto questo primo, brusco raffreddamento della frazione comunista torinese verso gli anarchici? Come mai L'Ordine Nuovo - "una rivista socialista molto avanzata, piuttosto bolscevica; massimalista, e anche un pochino antiparlamentare" che fin dal primo numero gli anarchici seguivano "con una certa simpatia" - ha abbandonato "quel benevolo senso di tolleranza" tenuto fino ad allora verso gli anarchici, quel senso di tolleranza che "sarebbe ognora augurabile fra gente che, quando scende in piazza, si trova sempre gomito a gomito"? Non dipender per caso dall'avvicinarsi delle elezioni politiche?(524)
Ma sulle elezioni politiche la posizione degli anarchici non pu presentare grosse novit. Il governo ha convocato in fretta e furia i comizi elettorali per parare il "colpo di testa" del "megalomane D'Annunzio".  stata una mossa intelligente. Affrettando le elezioni si  gettata "una secchia d'acqua gelata sui bollenti spiriti di tutti i politicanti d'Italia" e si  ottenuto il risultato di richiamarli a una "diversa visione dei propri interessi (...)". Risuscitando il loro "amore per la medaglietta" il governo ha distolto l'attenzione della maggior parte di coloro che si occupano di politica "da Fiume al proprio collegio". Facile profezia degli anarchici  che "nulla, all'indomani, vi sar di mutato, e il popolo non avr fatto che cambiar posizione sul suo letto di dolore"(525).
Le elezioni, ribadisce il manifesto diffuso dagli anarchici la vigilia del ricorso alle urne(526), sono un'"ancora di salvezza" sulla quale hanno messo le mani la borghesia italiana e lo stato monarchico per difendere la "loro posizione di dominatori" dalle conseguenze della loro guerra e della loro pace, allargando le basi sulle quali poggiano le fondamenta del loro dominio e legittimando con la parvenza del consenso dei lavoratori il proprio privilegio di classe e di casta.
Le elezioni sono "una fiera":

fiera di ambizioni e di coscienze, in cui soprattutto si vendono parole, orpelli, promesse, visioni, che vivranno lo spazio di questi quindici o venti giorni, e saranno poi inesorabilmente raschiati via, quando gli spazzini comunali raschieranno dai muri i brandelli sudici dei manifesti elettorali diventati inutili. Allora avverr nell'animo dei buoni, degli operai coscienti, la reazione alla febbre odierna; la disillusione e il disgusto prevarranno, o per lo meno potranno prevalere, facendo cadere le braccia pi volonterose e robuste. E questo sarebbe gran danno.

 per limitare questo danno che gli anarchici dicono ai lavoratori: "Non credete nulla di quel che vi promettono i candidati o i loro "grandi elettori"; se sono in mala fede vi ingannano, se sono in buona fede ingannano se stessi e vol. Nessun'altra promessa vi sar mantenuta, all'infuori di quella che voi farete a voi stessi (...)".
L'astensionismo anarchico non deve per essere confuso con altri astensionismi di comodo. "La nostra propaganda" scrive Volont "(...)  facilmente riconoscibile dalla sua indipendenza di linguaggio e dal fatto ch'essa si rivolge contro tutti i politicanti, senza distinzione, e attacca non le persone ma le istituzioni in blocco: parlamentari, monarchiche, borghesi, militariste, ecc." Si approfitti dunque del diritto di tenere comizi e conferenze sulle elezioni per spiegare alla gente "perch sia pi utile alla causa operaia l'astensione"; si diffondano manifesti e volantini "per spiegare alla classe operaia che non vogliamo l'astensione per l'astensione, che il fatto d'astenersi semplicemente dal votare non conta nulla se alla pratica elettorale non s sostituisce la pratica rivoluzionaria, se alla fede nell'opera parlamentare non si sostituisce la fede in se stessi e nell'opera propria, la fede nell'azione diretta popolare e nella libert". Anzich partecipare, in contraddittorio, ai comizi elettorali altrui ("l'esperienza del passato ci insegna che ci si fa con pochissimo frutto"), gli anarchici organizzino i propri, "contro le elezioni e contro il parlamentarismo"(527).


IL VOTO E I PROIETTILI

Non risulta che a Milano questo sia avvenuto. Il movimento, gi scompaginato dagli arresti di settembre, era troppo preso dal problema del quotidiano, e dal rilancio della campagna per il ritorno di Malatesta, per dedicare anche una minima parte delle proprie scarse energie a una questione - le elezioni - che a conti fatti non lo riguardava. Vi fu, s, una certa partecipazione ai comizi elettorali socialisti, contraddistinta da una ripresa dell'unit d'azione. Al primo di questi, il comizio inaugurale del 26 ottobre, svoltosi all'Arena in una splendida domenica di sole, parl Vella, dicendo che, "se gli anarchici sono divisi dai sovietisti per le elezioni, sono con essi uniti per la rivoluzione sociale"(528). Un tentativo di raggiungere in corteo il centro della citt falli per l'intervento della forza pubblica.
Vi fu poi il boicottaggio dei comizi avversari, come quando Cipriano Facchinetti e gli altri oratori del "blocco di sinistra" trovarono la palestra delle scuole dove avrebbero dovuto parlare piena di gente che cantava "Bandiera rossa"(529). Nessuno pot pronunciare il suo discorso e la colpa, come scrisse il Corriere, fu tutta dei "giovani socialisti, accozzaglia di anarchici e di impulsivi"(530).
Vi fu la bizzarra parentesi del 2 novembre, quando anarchici e giovani socialisti, ancora una volta insieme, sfidando il maltempo e gli ordini delle organizzazioni operaie decisero di tenere lo stesso la commemorazione dei defunti e sfilarono in corteo dall'Arco della Pace al cimitero di Musocco(531).
Vi fu, infine, l'adesione degli anarchici milanesi(532) al comizio socialista svoltosi la sera del 7 novembre per commemorare il secondo anniversario della repubblica sovietica. Dell'occasione approfittarono i mercenari del capitano Vecchi per tentare una ripetizione dell'eccidio di via Mercanti, e solo per un caso l'episodio si concluse senza vittime.
Reduci dal comizio, mentre la massa tranquillamente sfollava, due gruppi di anarchici e giovani socialisti erano entrati in piazza del Duomo verso le undici e un quarto al canto di "Bandiera rossa". I due gruppi, fermatisi davanti alla scalinata della cattedrale, comprendevano un numero imprecisato di persone sulle quali a un segnale convenuto si gettarono "una trentina di fascisti" sbucati dalla Galleria, sparando a pi non posso(533).
Secondo la stampa borghese, i primi colpi di pistola erano partiti dalla "sessantina di malintenzionati" venuti in centro "col deliberato proposito di suscitare degli incidenti"(534). Ma un testimone oculare forn dei fatti una versione diversa:

Dalla Galleria partirono voci provocanti e allora il gruppo [dei "sovversivi"] come una nidiata di passeri si lanci verso l'imbocco della Galleria. Ma non vi giunse perch da questa sbucarono i banditi. Avevano tutti un uguale bastone a vernice chiara (nella notte pareva bianco), grosso, liscio, a impugnatura ricurva, e lo picchiarono su tutti coloro che incontravano nella corsa.
Ma questo dur un attimo, perch echeggi sinistro, chiaro, distinto, un comando, questo: "Rivoltelle alla mano!".
Scoppiarono colpi in parecchie direzioni, perch chi spar si sparpagli, con un ordine prestabilito, ai lati e in avanti.(535)

Da una di queste pallottole sparate lateralmente doveva essere rimasto colpito il ferito pi grave della tumultuosa serata, un ardito orbo dell'occhio sinistro al quale il proiettile mand in frantumi proprio l'occhio di vetro, uscendogli senza troppi danni dalla fronte.
La testimonianza dello spettatore avvalorava l'ipotesi dell'Avanti! che aveva parlato, sia pure in forma dubitativa, di "un'azione combinata tra questura e fascismo"(536). Mentre alla stampa borghese si rimproverava di non aver avuto nemmeno "il pi elementare senso di onest e di rispetto" per la verit, la polizia, "cos abile nel colpire colle piattonate i proletari, e nel conoscere il numero e la misura dei bastoni socialisti", veniva accusata, per quanto riguardava i "banditi borghesi", di vivere "nel mondo della luna". "L'aggressione" concludeva il testimone oculare "ha svelato l'organizzazione della mafia milanese. Vi  un drappello con manovre stabilite, con [un] comandante che d ordini, con [una] missione assegnata: quella di massacrare i proletari."(537)
Lo stesso giorno il questore di Milano(538), che aveva rimesso subito in libert gli arditi e i fascisti arrestati quella sera (tra i quali Marinett e lo stesso Vecchi), vietava l'affissione del manifesto astensionista redatto dagli anarchici milanesi la vigilia delle elezioni politiche: un manifesto che "nulla ha a che fare con le elezioni" scrisse Gasti al prefetto "ma  un inno alla rivoluzione e una specie di propaganda per il nuovo giornale anarchico Umanit Nova"(539). Non era la prima volta, dopo l'abolizione della censura sulla stampa, che Gasti prendeva un simile provvedimento. Aveva fatto lo stesso in settembre, il giorno dopo la sua nomina a questore, vietando l'affissione di un manifesto sul caroviveri della Camera del lavoro(540).
L'ingiustificata misura del questore spinse un gruppo di anarchici milanesi a scrivere all' Avanti! una lettera di protesta:

Tutti in questi giorni possono esprimere le opinioni ed i propositi pi audaci, pi paradossali, pi stravaganti, ma si vuol soffocare a tutti i costi la voce degli anarchici.

In ogni caso la questura si ingannava se, "con questi sistemi peggio che austriaci", credeva di poter difendere la borghesia, perch "l'esperienza ha ormai dimostrato ai governanti pi reazionari e pi feroci che quando si vuol impedire agli anarchici di esprimere liberamente il loro pensiero, alla luce del sole, si hanno delle proteste che qualche volta sono... clamorose". Le provocazioni e le prepotenze della questura erano "la giustificazione di quelle proteste, che sono sempre e null'altro che l'espressione di esasperazioni irrefrenabili. Infatti, quando si tira troppo la corda..."(541).
Fino a quel momento, ricorda Armando Borghi, a farsi una "fama diabolica" erano state le citt. Ora, per, toccava alle campagne.

Questi uomini, che vivevano curvi sulla terra, e quasi si compravano insieme con la terra, e valevano meno dei buoi che lavoravano la terra, (...) ora si muovevano, e portavano il disordine in quel benedetto passato, quando la sola radunanza dei contadini era nella chiesa della parrocchia la domenica, per ascoltare i sermoni del prete. Erano i giovani, che avevano fatto la guerra (...) La guerra (...) li aveva persuasi che erano uomini anch'essi. Si iscrivevano alle leghe, volevano discutere il patto colonico e le condizioni degli sfratti, e facevano, lapis alla mano, i conti dei debiti e crediti col padrone del podere (...) Si trovavano sempre la domenica, alla messa, nella chiesa, col padrone. Ma all'uscita della messa, ognuno se ne andava per la sua strada (...).(542)

Molte di queste forze, che se il partito popolare non fosse esistito avrebbero trovato uno sbocco naturale nel partito socialista, confluirono nella formazione politica fondata quello stesso anno da don Sturzo, che fece il suo brillante esordio alle elezioni di novembre conquistando oltre cento seggi in parlamento. Furono quei centodieci deputati popolari, eletti con i voti sfuggiti al partito socialista, a togliere ogni concretezza al "trionfo" elettorale dei massimalisti. "Non si poteva pi fare la rivoluzione sovietica (...)" nota Borghi "con poco pi che un quarto di deputati: o fare la rivoluzione fuori della Camera(543) o rinviarla ad altre elezioni, ultime e definitive."(544)
In un loro commento post-elettorale gli anarchici mettevano in risalto "uno dei fatti pi salienti" che avevano caratterizzato le elezioni, un fatto che nessuno si era curato di sottolineare:

l'enorme astensione dalle urne di [una] grandissima parte di elettori, che da un quaranta per cento nelle localit di maggiore partecipazione va fino a un massimo del sessanta e in alcune localit del settantacinque per cento. Se si pensa che il suffragio non  poi completamente universale, che le donne non votano e [che] non han votato qualche milione di elettori ancora soldati, sar logico concludere che la nuova Camera dei deputati non  pi delle passate lo specchio della cosiddetta volont della nazione.

Gli anarchici italiani non si attribuivano il merito di tante astensioni dal voto. Ma anche la loro propaganda doveva aver avuto il suo peso se il maggior numero di astensioni, specie nell'Italia centrale, si erano avute l "dove gli anarchici non son pochi e contano per qualche cosa nel movimento operaio".
L'enorme maggioranza delle astensioni, per, doveva essere considerata del tutto indipendente dall'influenza anarchica ed era, secondo Volont, "l'indice del poco o nessun attaccamento che i cittadini hanno per le istituzioni, la poca o nessuna fiducia che essi hanno nell'"ordine stabilito"". Questo "astensionismo incosciente" non riscuoteva le simpatie degli anarchici. Stimolava per un'osservazione. Gli astensionisti per ripicca o per semplice delusione erano di sicuro dei malcontenti: "gente che non crede pi all'onnipotenza divina dello stato, ai miracoli del suffragio universale, al parlamentarismo". Gli anarchici italiani, "espressione cosciente di una parte di tale malcontento", vedevano in tutto ci "del materiale accumulato cui basti prima o poi accostare un fiammifero acceso perch s'incendi e tutto il resto vada in aria".
Quanto al partito socialista, l'apparente vincitore di queste prime elezioni veramente libere(545), "il pericolo del suo addomesticamento definitivo" comincia ora, ora che "il governo non potrebbe funzionare" se i socialisti, in parlamento, volessero impedirglielo. Due strade il socialismo aveva davanti a s: o trovare il coraggio di diventare veramente antiparlamentare(546), e in tal caso lo spazio che lo divideva dagli anarchici si sarebbe ridotto, rendendo il "pi possibile l'azione concorde sul terreno popolare: la vera azione diretta del proletariato". O diventare, grazie alla "logica suadente e corruttrice del loro medesimo successo", solo "un nuovo e pi valido ingranaggio" delle istituzioni esistenti. In questo secondo caso, scriveva Volont, "si scaver tra il socialismo e la rivoluzione un abisso assai pi largo e profondo: e le elezioni ultime ne saranno state l'inizio"(547).
"Senza dubbio" ha scritto Salvemini "nei mesi di settembre, ottobre e novembre del 1919 il suffragio universale contribu notevolmente a evitare pi gravi disordini." Se  vero che il diritto di voto  solo un mezzo offerto ai cittadini perch dicano, ogni tanto, se sono o non sono contenti degli uomini che li governano, non  men vero che in questo senso "il voto sostituisce i proiettili" e il suffragio universale  "il miglior preventivo contro le crisi rivoluzionarie": una elezione in un momento di crisi  una rivoluzione abortita(548).
Cos, secondo lo storico di Molfetta, andarono le cose nel primo dopoguerra:

Anche la crisi del 1919 sarebbe stata assai pi grave, se lo scontento generale non fosse stato mitigato dalla prospettiva di fare una rivoluzione a buon mercato nel giorno delle elezioni; molto probabilmente, se non ci fosse stata la valvola di sicurezza del suffragio universale, le masse di operai e contadini avrebbero fatto ricorso all'azione diretta. Nel 1919 aspettarono le elezioni generali, e dopo le elezioni aspettarono per tutto il 1920 di vedere che cosa avrebbero fatto i nuovi deputati. In questo modo furono superati i due anni pi pericolosi della crisi del dopoguerra. Gli anarchici non avevano torto quando sostenevano che le elezioni acquietavano lo spirito rivoluzionario, e che quindi i rivoluzionari autentici dovevano astenersi dal parteciparvi.(549)


LA "CACCIA ALL'UFFICIALE"

La mattina del 1 dicembre 1919, a Roma, duemila ufficiali in divisa, tra cui otto generali, violando i doveri loro imposti dalla disciplina militare, improvvisarono una dimostrazione filomonarchica e plaudirono al sovrano che, lasciato il Quirinale col suo seguito, andava a Montecitorio per assistere, secondo la tradizione, alla seduta inaugurale della Camera dei Deputati uscita dalle ultime elezioni.
Gaetano Salvemini, che era presente, ha descritto cos la cerimonia:

Il re entr nell'aula zoppicando, circondato dai principi del sangue, (...) che erano tutti molto pi alti di lui e che perci lo facevano sembrare pi piccino che mai. I socialisti (...) coprivano tre settori dell'estrema sinistra. I socialisti di destra, legati alla disciplina di partito, erano insieme ai massimalisti; i pochi repubblicani occupavano i seggi vicino ai socialisti. Il re aveva appena raggiunto il trono che socialisti e repubblicani si alzarono tutti insieme uscendo da una porta laterale (...). Poco a poco, via via che uscivano, deputati e senatori degli altri partiti occuparono i loro posti. Il re, in piedi su uno sgabello preparato davanti al suo seggio perch sembrasse meno piccolo, le mani incrociate sull'impugnatura della spada, cercava, senza riuscirci, di assumere un'aria maestosa; i suoi occhi incerti e sbigottiti sembravan quelli di un cane uscito allora dall'acqua dopo aver corso il rischio di annegare. Cessati i clamori dei deputati uscenti e gli applausi dei deputati e senatori rimasti, la cerimonia pot cominciare e si concluse senza altri incidenti(550).

Tornato che fu il sovrano al Quirinale, militari e socialisti vennero alle mani. I secondi ebbero la peggio: un deputato fu ferito gravemente, altri quattro in modo leggero.
"Il governo, per bocca del re, ha esposto (...) al parlamento un programma chiaro e netto di reazione" scrisse Volont commentando le parole del sovrano. Nel discorso della corona "non v' di preciso che una promessa sola, quella di restaurare con ogni rigore la disciplina e l'obbedienza alle leggi, di mantenere l'ordine e la saldezza delle forme politiche. (...) Come risponder alla sfida il proletariato (...)?"(551)
A Milano il proletariato rispondeva, ancora una volta, pi prontamente dei suoi organi direttivi. La mattina del 2 dicembre, prima ancora che dalla capitale giungesse l'ordine di proclamare lo sciopero generale di solidariet e di protesta per le aggressioni subite dai deputati socialisti, le maestranze di alcune fabbriche o. non si erano presentate o avevano gi spontaneamente abbandonato il lavoro(552). La sospensione del servizio tramviario, avvenuta verso l'una, fu per tutti il segnale pi chiaro che lo sciopero era cominciato.
Nell'intervallo per il pranzo la notizia dell'agitazione raggiunse anche gli operai che quel mattino erano andati regolarmente al lavoro, e nelle prime ore del pomeriggio lo sciopero poteva dirsi perfettamente riuscito: tutti i metallurgici, i tramvieri, i dipendenti comunali delle varie categorie, i chimici, i tessili, i facchini, i carrettieri avevano incrociato le braccia paralizzando la vita della citt. L'eccezione fu rappresentata dai ferrovieri che prestarono servizio, regolarmente, in tutto il territorio nazionale.
Mentre, secondo la stampa borghese, "la maggioranza degli operai" se ne tornava a casa(553), una massa "indignatissima ed eccitata"(554) invadeva le vie del centro. Qui ebbe inizio quella "caccia all'ufficiale" - diretta conseguenza, peraltro, della "caccia al socialista" svoltasi il giorno prima a Roma - sulla quale, nei mesi e negli anni successivi, avrebbero versato fiumi d'inchiostro i giornali "indipendenti", nazionalisti, cattolici, e gli organi della propaganda fascista(555).
Un tenente, appena uscito dal salone di un barbiere, fu aggredito e duramente bastonato. Un sottotenente, circondato e percosso, lasci il berretto tra le mani degli assalitori (che in segno di disprezzo glielo buttarono nel Naviglio) e cerc scampo in una casa vicina. Tre ufficiali, presi a randellate, si difesero spianando le rivoltelle ed esplodendo diversi colpi. In Galleria, un tenente dei carabinieri spintosi imprudentemente verso una colonna di manifestanti fu aggredito e malmenato a sua volta.
"Gli scioperanti" scrive Il Secolo colorendo come sempre la sua cronaca "sembravano presi da una frenesia di odio, e quelli che con maggior esaltazione gridavano le pi leninistiche minacce erano le donne e i giovanotti." Molti di questi giovanotti dovevano appartenere al movimento anarchico, essendo i loro cortei preceduti da drappi rossi e neri. Ed  probabile che gli anarchici fossero presenti in buon numero anche nel "gruppetto dei pi scalmanati" che invano tent di svaligiare un'armeria.
Davanti ai caff e ai ristoranti della Galleria (seguiamo sempre la cronaca del Secolo) i dimostranti lanciavano imprecazioni. "Lazzaroni!" si gridava. "Avete finito di sganasciare! Luridi borghesi, sta per terminare la vostra cuccagna!"
Tutto sarebbe finito bene (a parte gli ufficiali con la testa rotta) se un giovanissimo tenente degli alpini, in via Berchet, forse spaventato dalla folla che gli si era fatta incontro, non avesse cercato di disperderla estraendo la rivoltella. Mentre la Galleria diventava una bolgia ribollente di urla e d'invettive, vari colpi di arma da fuoco echeggiavano sotto le vetrate. Alle scariche, "che davano quasi l'idea di una mitragliatrice in azione", la gente si sband, gettandosi verso gli sbocchi laterali. Altri colpi rimbombarono poco dopo. Quando la Galleria rimase vuota (e gli scontri proseguirono in piazza del Duomo, dove la cavalleria caric i dimostranti tra gli applausi di molti cittadini), pot iniziare il conto dei morti e dei feriti(556).
Chi aveva sparato? Impossibile stabilirlo con certezza. Di sicuro la forza pubblica (la cosa  ammessa da tutti i giornali). Probabilmente anche qualche provocatore, qualcuno dei "teppisti in guanti gialli"(557) che durante le dimostrazioni proletarie si rifugiavano ai piani superiori dei caff per scaricare le loro armi dalle finestre sulla folla sottostante. Se  vero che nello scontro cadde un carabiniere (il che potrebbe far pensare all'uso di armi da parte di qualche dimostrante)  anche vero che gli altri tre morti furono un meccanico, un ebanista e un giovanissimo operaio socialista (aveva appena quattordici anni) che si spense la notte di Natale. Una dozzina furono i feriti da colpi di arma da fuoco, tra i quali almeno tre carabinieri.
La sera, mentre il prefetto vietava gli assembramenti e le pubbliche riunioni di pi di cinque persone, oltre seimila lavoratori(558) partecipavano, alla Camera del lavoro, al comizio durante il quale veniva deciso di prolungare lo sciopero al giorno seguente. Tra gli altri parl anche l'anarchico Coletti, incitando "a un'azione energica in difesa dei principi rivoluzionari"(559).
Il 3 dicembre Milano operaia "vibra di gioia" nell'apprendere che "le classi lavoratrici di tutta la penisola sono colle armi al piede in attesa di ordini"(560). Sar forse per ingannare la noia di questa attesa che nel primo pomeriggio, affluendo alla spicciolata per non infrangere il divieto prefettizio, donne e uomini vestiti a festa si raccolgono all'Arena.
"Alle 14 nell'immenso anfiteatro era gi una moltitudine enorme" scrive Il Secolo. "Il pulvinare era nero di folla e una nera bandiera sventolava in cima a tutti sugli ultimi scalini." I discorsi si susseguono. Il segretario della Camera del lavoro cerca di giustificare le rappresaglie del giorno prima. Vella si limita ad affermare che gli anarchici "sono pronti a scendere in piazza"(561). Gli altri invitano come sempre alla calma: lo sciopero mantenga un carattere di protesta serena e dignitosa; le masse operaie attendano disciplinatamente gli ordini dei capi delle loro organizzazioni.
Sciolto il comizio all'Arena, gruppetti di anarchici con bandiere rosse e nere tentano di convincere gli scioperanti a formare un corteo con cui raggiungere il centro. Gli sforzi sono vani e intorno ai vessilli improvvisati "si raggruppano pochissimi ragazzi che si sgolano a cantare inni anarchici intercalati da grida di abbasso"(562).
Sempre aspettando gli ordini, i dimostranti si avviano verso casa. Piccoli nuclei si scontrano con la forza pubblica in vari punti della citt. Sono incidenti sporadici e senza seguito. Mentre la questura milanese opera gli ultimi dei circa cinquecento arresti di quei due giorni febbrili e tumultuosi, da Roma giunge finalmente l'ordine che, come aveva scritto l'Avanti!. quel mattino, le masse attendevano con le armi al piede: viene dalla direzione del partito socialista e della Confederazione generale del lavoro ed  di sospendere l'agitazione a mezzanotte.
Se con lo "scatto spontaneo" dello sciopero generale in tutta Italia il proletariato si  dimostrato "spiritualmente pronto" - come scrive Volont a commento di questi fatti - i rivoluzionari hanno per dato prova di essere ancora ben lontani dall'aver costruito "in seno ad esso la spina dorsale di azione che traduca in atto ci che oggi  soltanto una magnifica predisposizione morale"(563). Che si andasse alle urne per sabotare il parlamento i socialisti lo avevano detto e ripetuto durante la campagna elettorale. "Quando sar giunto il momento opportuno" si era sbilanciato Agostini "noi del gruppo parlamentare abbandoneremo l'aula di Montecitorio per venire a sventolare in mezzo a voi la bandiera della libert."(564)
Per gli anarchici il momento  venuto: esso " questo, o mai pi". E

se i rivoluzionari del partito intendono mantenere (...) le promesse... sbarazzine fatte prima, non hanno che due strade davanti a loro: o con un ostruzionismo sistematico impedire al parlamento borghese di funzionare, fino al punto di farsene cacciare, mostrando al popolo l'inanit del parlamento ed eccitandone l'indignazione; oppure disertare Montecitorio e scendere tra le masse, a capeggiarle per le piazze d'Italia.

L'inizio non  stato incoraggiante. Molti avevano promesso, nei comizi e sulla stampa, di non giurare fedelt alle istituzioni: "e pure l'hanno giurata tutti, facendo appena qualche smorfia come i bimbi che ingoiano un purgante...". Chi non ha deluso  stato il popolo.

Il popolo, con la sua azione diretta, ha rialzato subito il morale, ch'era stato nel primo momento depresso dalla mediocre impressione fatta dalla ritirata dinanzi al sovrano. (...) Le giornate di sciopero hanno impedito che la temperatura rivoluzionaria diminuisse di calore e hanno detto eloquentemente alla borghesia che, se in parlamento si manifesta platonicamente, in piazza si sa per sfidare la morte.

Nei primi tre giorni di dicembre a Roma, Torino, Milano, Bologna, Firenze, Mantova(565), con un crescendo interrotto in malo modo dal solito contrordine confederale, il popolo

ha detto, col suo slancio unanime, non solo una viva protesta contro la borghesia, il militarismo e la monarchia, ma ha parlato anche un suo linguaggio rude e schietto al socialismo parlamentare, rimasto a Roma quando non se n' mosso per andare a consigliare la calma. Gli ha detto qual' la via che esso vuol battere, e che non  per difendere le platoniche libert parlamentari che esso vuol combattere, ma soprattutto per distruggere qualche cosa, per sgombrare le vie dell'avvenire dalle odiate sopravvivenze politiche ed economiche che gliene sbarrano il percorso.(566)


"NON PER DORMIRE SONNI TRANQUILLI"

Avevamo un vecchio conto da regolare: il ritorno di Malatesta. Questa idea mi si era gi affacciata alla mente verso il 1917, dopo le prime fiammate della rivoluzione russa.
In un primo tempo sperammo in una soluzione regolare: ma fu speranza vana. Allora lanciammo l'agitazione. L'idea era mia e l'iniziativa fu assunta dall'Unione sindacale italiana.(567)

Cos Borghi nelle sue memorie. Nell'autunno del 1919 Errico Malatesta aveva quasi sessantasette anni di et e mezzo secolo di attivit rivoluzionaria alle spalle. Nella tarda primavera del '14 era stato, con l'allora repubblicano Pietro Nenni, uno dei protagonisti di quei moti insurrezionali che sarebbero passati alla storia come la Settimana Rossa(568). Per sfuggire all'arresto(569) aveva passato clandestinamente il confine(570) e, prendendo ancora una volta la via dell'esilio, si era rifugiato in Inghilterra(571). Stabilitosi a Londra, dove viveva del suo lavoro di idraulico(572), non aveva atteso la fine della guerra per chiedere il passaporto al console italiano, dichiarandosi pronto, pur di tornare in(573) Italia, a subire il processo ancora pendente per i fatti del '14. Fatica inutile, perch il console italiano a Londra (obbedendo a precise disposizioni del governo) aveva sempre eluso la richiesta, e continu a menare il can per l'aia anche dopo la fine della guerra e la concessione della prima amnistia(574) Malatesta aveva allora cercato di farsi espellere(575), poi di imbarcarsi clandestinamente(576). Ma le autorit britanniche - pur considerandolo, a detta del console italiano, "come il pi innocuo e innocente dei mortali"(577) - avevano diffidato tutti i comandanti di navi passeggeri e mercantili dal prenderlo a bordo(578), e fino all'autunno del 1919 Malatesta non aveva potuto far altro che seguire l'esplosiva situazione italiana da lontano, mordendosi le dita e sfogando il proprio rammarico nelle lettere agli amici

Caduta nel vuoto un'interrogazione parlamentare del socialista Modigliani(579) passata senza esito anche la data della seconda amnistia(580), gli anarchici entrarono in azione. Ricorda Borghi:

Seguimmo il metodo che aveva dato ottimi risultati nel caso Masetti(581): circolari, manifesti, ordini del giorno, campagne di stampa e comizi a tutto andare. Era il periodo preelettorale (...). Il seme cadeva su terreno fertile, e anche i candidati sentivano di rendersi popolari associandosi all'opera nostra.(582)

Ai primi di ottobre l'Usi diffuse un appello in cui chiedeva il rimpatrio di Malatesta, invitava i lavoratori a partecipare a una grande manifestazione di protesta e rilanciava l'antico progetto, caro a Borghi, del "fronte unico proletario"(583). La manifestazione nazionale si svolse a Bologna il 19 ottobre. In un teatro comunale pieno di delegazioni giunte da ogni parte d'Italia (tra chi era riuscito a entrare e chi non ce l'aveva fatta Il Libertario calcol che i presenti fossero pi di diecimila) frenetici applausi e ovazioni accolsero i discorsi di Borghi (Malatesta deve tornare "non per un atto di clemenza o di perdono del governo", ma per un semplice atto di giustizia, "non con il passaporto del governo ma con il passaporto del proletariato"), di Bombacci per i socialisti ("Lo avete offeso con un'amnistia regale e ora lo beffate con un provvedimento poliziesco. Credete di avere eternamente buon gioco? Ah no! Malatesta torner. Se non volete voi, lo vuole il proletariato") e di Virgilia d'Andrea ("Ogni nostra casa sar la sua casa, le nostre braccia intrecciate sulla sua canizie saranno la sua corona e la sua difesa").
Il comizio si chiuse con l'approvazione di un ordine del giorno in cui si protestava contro l'atteggiamento del governo, si ribadiva il diritto di Malatesta a rientrare nel suo paese, si sosteneva che "l'impedimento al [suo] ritorno (...)  stato fin dalle origini, e resta, una violazione di ogni principio legale", si sottolineava "l'ipocrisia politica del governo (...) che, mentre fa dire che Malatesta  amnistiato, continua di fatto a costringerlo nella condizione di esiliato forzato" e infine si deliberava di "persistere nell'agitazione di piazza per raggiungere risolutamente il proprio scopo"(584).
Dopo il grande comizio di Bologna la campagna per il rimpatrio di Malatesta prese "un incremento speciale in tutta Italia."(585) A Milano, durante una manifestazione di ferrovieri, si fanno voti "perch sia presto un fatto compiuto il ritorno dell'esule" e si approva una mozione in cui i ferrovieri milanesi "rivolgono il loro pensiero a Errico Malatesta, che impersonifica lo spirito della rivoluzione proletaria"(586). Altri comizi si svolgono a Carrara, La Spezia, Bergamo, Sestri Ponente(587).
Il pomeriggio del 9 novembre una nuova manifestazione si tiene nella Casa del popolo di Milano.  un comizio "imponente", riferisce l'Avanti! (che titola il pezzo, su due colonne in prima pagina: "Per Errico Malatesta - Il popolo di Milano ne reclama il rimpatrio ed esige la libert per tutte le vittime della reazione"), con una "notevole" partecipazione, tra l'altro, del-l'"elemento femminile".
L'agitazione per il ritorno dell'esule, "da tutti fortemente sentita" perch ha "un significato che supera tutte le tendenze, tutte le frazioni, e che riunisce tutte le correnti sovversive in un solo intento: quello di imporre alla reazione della borghesia internazionale la volont dell'internazionale proletaria", deve tendere (disse Serrati per i socialisti) "a smascherare le vere ragioni per le quali l'apostolo dell'anarchismo  ancora costretto all'esilio e per le quali vi sono ancora migliaia e migliaia di giovani esistenze chiuse nelle galere militari (...)".
Il segretario della Camera del lavoro assicur i presenti che "tutte le organizzazioni camerali" si sarebbero mantenute compatte nel reclamare il ritorno dell'esule. "Le borghesie interessate" concluse "non vogliono il rimpatrio di Malatesta perch egli  (...) una bandiera delle idealit nuove che infiammano l'anima della folla. E invece noi vogliamo che torni proprio per questo."
Prese poi la parola il segretario dell'Usi:

Malatesta non vuole venire in Italia per riposare e per dormire sonni tranquilli. Egli vuol tornare perch sente che la sua presenza  richiesta da quanti hanno con lui in comune le aspirazioni verso una societ di giustizia per l'avvento della quale l'irriducibile ribelle ha speso tutta la sua vita.

Alla fine del comizio la parola torn a Serrati. Dopo essersi compiaciuto che "il nome intemerato di Errico Malatesta" avesse potuto richiamare una folla cos numerosa, il direttore dell'Avanti! accenn alla necessit di trovare un mezzo, adeguato per far tornare l'esule in Italia ed ebbe - riferiva il suo giornale l'indomani - "una vivace punta polemica nei riguardi del capitano Giulietti, che anche con una... carboniera avrebbe potuto offrire a Malatesta il mezzo di passare la Manica. Ma il fiero condottiero della gente di mare" insinu ironicamente Serrati " in ben altre faccende oggi affaccendato, e non pu occuparsi di Malatesta quando pensa a D'Annunzio".
Secondo il direttore dell'Avanti!, occorreva intensificare ed estendere l'agitazione:

Malatesta a Londra  un isolato, circondato da pochi e fedeli idealisti. Egli perci restando dov' non costituisce un pericolo e non pu venire ad infiammare colla sua parola quelle folle che hanno l'anima tesa verso il benefico temporale che dall'Oriente si avanza e minaccia di abbattersi anche sulle turbate borghesie d'Occidente.

L'agitazione doveva dunque avere caratteri tali da premere anche sugli altri paesi del mondo capitalista.

Sarebbe fare offesa a Malatesta ove l'agitazione si arrestasse a lui e non dovesse comprendere tutte le vittime della reazione e del militarismo. Malatesta  Bla Kun, prigioniero in Austria;  Platten, incarcerato in Rumenia;  Eugenio Debs, condannato per propaganda internazionalista dalla repubblica dei dollari;  Giacomo Sadoul, il condannato a morte dall'oligarchia nazionalista francese.

Mentre il pubblico scoppiava in un applauso entusiastico e prolungato, rotto da grida di "Abbasso Clemenceau!", il direttore dell'Avanti! appose l'ultimo svolazzo al suo discorso: "Malatesta  la schiera infinita dei torturati nelle carni e nell'animo, vittime di tutte le borghesie, di tutti i paesi"(588).
Tutto bene, fin qui. Ma come far tornare l'esule in Italia? Tra i vari progetti, pi o meno campati in aria, che gli anarchici andavano rimuginando, uno, nato dalla fertile fantasia di Armando Borghi, prevedeva addirittura l'uso di un aereo che, raggiunta Londra da una localit del Piemonte, avrebbe dovuto caricare Malatesta e riportarlo trionfalmente in Italia. Tutto era pronto per la non facile impresa quando un boccaccesco imprevisto svent il piano: la moglie del pilota, donna di bellezza eccezionale, se l'era appena svignata con l'amante, e il marito sembrava fuori di s. "Ci bast avvicinarlo un momento" ricorda Borghi "per capire che non era pi lui, e ce ne tornammo a Bologna con le pive nel sacco."(589)
Il gran parlare che si fece di Malatesta in questo periodo spiacque, paradossalmente, proprio agli anarchici pi seri, acerrimi nemici di ogni "culto della personalit".
" gi la seconda o la terza volta che leggiamo della costituzione di un "gruppo o circolo Errico Malatesta"" scriveva, gi in settembre, Volont. "Via!...  cosa poco seria, e indizio di poca maturit politica. (...) il parere nostro  che il prendere per bandiera, per nome di una associazione, il nome di un uomo ancora vivente, per quanto amato da noi e benemerito della causa, sia un errore pericoloso."
In primo luogo, faceva notare il quindicinale anarchico, se oggi un circolo sceglie un nome "puro e solido", c' sempre il rischio che altrove se ne prenda "un altro assai pi vacillante". Secondariamente, "tale errore pu ingenerare negli avversari la credenza che noi si sia al seguito di uomini invece che di idee, e questo nuocerebbe alla nostra propaganda". La cosa, infine,  "poco simpatica" per l'interessato, al quale "si ha l'aria di augurare di diventare presto un simbolo, cio qualche cosa di non vivo"(590).
Quanto all'agitazione vera e propria, rincarava Volont tre mesi dopo,

abbiamo notato gli stessi fenomeni di poca educazione delle folle, di poca coscienza e coerenza, anche da parte di qualche carissimo amico. Finire un comizio al grido di viva questo o viva quello  in realt assai poco anarchico. Peggio ancora quando chi conclude cos  un oratore, che dovrebbe sentire di pi la sua missione educativa, e spiegare alle masse come l'attenzione propria debba essere rivolta pi alle idee e ai fatti che ai singoli individui. Fare il contrario significa abituare il popolo all'idolatria personale; fargli correre il rischio di essere prima o poi ingannato da qualche moneta falsa che si metta in circolazione; impedirgli di acquistare una coscienza propria e libera, una propria personalit collettiva.

Mettendo, infine, di continuo sotto gli occhi delle masse nomi e ritratti di uomini (e questa era una frecciata all'imperversante culto di Lenin), le si "abitua ad aver fiducia nei "capi" invece che in se stesse. Ed  questa una educazione autoritaria, che bisogna evitare se si vuol fare della vera e propria propaganda anarchica"(591).
Parole sante, anche se un po' arcigne. Vent'anni di mussolinismo ne avrebbero ampiamente dimostrato la profonda verit.


L'INTERVENTO DI NETTUNO

Verso la fine di novembre, sotto la pressione della campagna per il ritorno di Malatesta, Nitti fu costretto a concedergli il passaporto(592)[*]. Non per questo erano finite le difficolt. Espulso dalla Francia quarant'anni prima per avere, a Parigi, denunciato come agente provocatore una spia del consolato italiano che cercava di istigare alcuni giovani a compiere attentati terroristici, Malatesta non poteva metter piede in questo paese senza rischiare l'arresto(593). E dopo le goffe ma efficaci manovre del governo inglese per impedirgli di prendere il largo, ogni possibilit di raggiungere l'Italia via mare sembrava definitivamente tramontata. Fornito di documenti in piena regola e trasformato in un galantuomo dall'amnistia, Malatesta era come un naufrago su un'isola deserta.(594)
Ai primi di dicembre, in un locale adorno di bandiere e nastri rossi, ritratti di Trotzkij e Lenin, scritte e motti internazionalisti, anche gli italiani della sezione socialista londinese celebrarono il trionfo elettorale. "Ma quello che rese la festa un vero successo" doveva poi scrivere il corrispondente dell'Avanti! dalla capitale britannica "fu la presenza del nostro amico Errico Malatesta, che pronunci un interessantissimo discorso."
Sotto lo stemma della repubblica russa, una falce e un martello di enormi proporzioni dipinti da un promettente quattordicenne che si chiamava Ateo Casadio, Malatesta esord precisando che solo due o tre anni prima, se lo avessero invitato a festeggiare una vittoria elettorale, si sarebbe visto costretto a rifiutare. Ma oggi, aggiunse subito, "i punti che ci uniscono sono pi numerosi e pi importanti di quelli che ci dividono". E disse di sperare che, nel momento in cui la reazione tentava di sopprimere la rivoluzione, tutte le forze rivoluzionarie fossero "unite e compatte" contro il comune nemico.
Ai socialisti presenti stimava dunque pi opportuno non rivolgere parole infiammatrici ma indicare le difficolt davanti alle quali ci si sarebbe trovati il giorno dopo la rivoluzione:

Il rivoltarsi contro il sistema attuale, e anche il rovesciarlo,  cosa molto pi facile che non sia la preparazione, per l'alimentazione e per la produzione, per quell'indomani. La madre (...) che all'indomani della rivoluzione non trovasse pi il latte necessario per tenere in vita il suo bambino si metterebbe immediatamente contro di noi, e altrettanto farebbe quel contadino che si vedesse privare del suo campo (...); la cosa che non ammette compromesso, e che i comunisti devono abolire a tutti i costi,  lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo; ma il resto dovrebbe essere fatto pi con l'esempio che con la violenza.

"Gli anarchici" scrisse l'Avanti! riassumendo il resto del suo discorso "domandano solo che si lasci piena libert al popolo di scegliere il sistema che (...) vuole." Nell'attesa, tutti i sinceri rivoluzionari avrebbero fatto bene a "studiare il dopo-rivoluzione dal lato pratico, diffondere lo studio nelle masse, prender parte attiva nelle organizzazioni di mestiere" e propagandare i loro ideali per rendere pi vicino il giorno del trionfo. "Cos parl l'uomo terribile, indegno di mettere piede sul sacro suolo francese per ritornare in Italia, e che in conseguenza deve viaggiare per mare, impiegando 15 giorni invece che due..."(595)
Malatesta era dunque riuscito a imbarcarsi? Che si trovasse in viaggio per l'Italia lo aveva confermato il sottosegretario all'interno Grassi il 16 dicembre(596) rispondendo a un'interrogazione di Bombacci(597). Grassi aveva per taciuto che era stato proprio Giulietti, il discusso segretario della Federazione marinara, a organizzare il rimpatrio dell'anarchico(598).
Giuseppe Giulietti, che tutti continuarono a chiamare "il comandante" anche dopo la sua elezione a deputato(599), era un romagnolo sulla quarantina, figlio di un pescatore di Rimini, che esattamente dieci anni prima aveva fondato la Federazione italiana lavoratori del mare. Secondo Borghi possedeva qualit non comuni ed era, nel suo genere, un uomo forte e bizzarro(600). A Cesare Rossi, in un incontro di molti anni dopo, parve una via di mezzo "tra il Nettuno del Gianbologna e il corrusco nostromo di un piroscafo in tempesta": alto e vigoroso, con due "occhi di fuoco che talvolta si temperavano di una dolcezza ironica e impertinente", era "sempre uso al fiorito e maschio linguaggio marinaresco"(601). Insomma, bestemmiava volentieri.
Amico di Mussolini, che aveva irruentemente difeso al tempo della sua espulsione dal partito socialista, Giulietti era stato un fervente "guerraiolo". Strenuo difensore dell'autonomia sindacale, in politica era considerato soprattutto un buon "navigatore". Se dal punto di vista dottrinario le sue idee apparivano confuse, sul piano pratico aveva fatto un miracolo: era riuscito a stivare nella sua federazione tutto il personale della marina mercantile, dal mozzo al capitano. E per tenere insieme una massa cos eterogenea - come ha notato spiritosamente Borghi - "doveva adorare Dio e il diavolo"(602).
Un mese dopo l'occupazione dannunziana di Fiume, contro il parere della direzione dell'Avanti! e nel tombale silenzio della Cgl, Giulietti aveva dirottato verso quel porto un piroscafo italiano carico di viveri, armi e munizioni. L'operazione era stata compiuta, avrebbe dichiarato il "comandante", "non per questo o per quell'uomo di governo ma per un'idea di giustizia umana che ci fa amare il nostro prossimo come noi stessi, senza distinzione di nazione e di classe"(603). E gli guadagn la riconoscenza dell'altro pi chiacchierato "comandante", Gabriele D'Annunzio, che dopo aver ringraziato il "caro compagno" per le armi si affrett a chiedere il sostegno della sua federazione contro "gli intrighi e la malafede di un governo antinazionale"(604).
Anche di fronte a Errico Malatesta, costretto all'esilio da un governo pavido e ipocrita, fu il senso della giustizia offesa a mettere in azione il "comandante". Avrebbe spiegato poi:

La coscienza mi dice: "Cosa aspetti per intervenire? Elimina le artificiose resistenze. Il vecchio comunardo(605) dopo tanti anni di esilio ha diritto di rivedere la Patria. Come sei intervenuto per i Lavoratori, per il tuo Paese, per Fiume, per d'Annunzio, devi ora intervenire anche per Malatesta, che ha sofferto lunghi anni di carcere e di esilio per un'idealit politica. Non preoccuparti delle critiche. I cosiddetti bempensanti ti taccerano di anarchismo, cos come ti hanno tacciato di nazionalismo per essere andato a Fiume"(606).

Cosa spinge Giulietti a questa nuova, donchisciottesca impresa? Non certo un'inclinazione verso l'ideologia anarchica, che anzi egli condanna, ma una generica e confusa volont di "fare del bene a tutti, difendersi contro il male, oprare per la redenzione e l'affratellamento di tutti i popoli, tenendo presente il trinomio: Dio, Patria, Famiglia"(607).
Ricorda il "comandante":

Ascolto questa voce; ubbidisco. Mando mio fratello Riccardo a Londra col mandato di condurre Malatesta in Italia, via mare. In breve l'operazione  compiuta; dopo pochi giorni Malatesta e mio fratello arrivano a Taranto con un piroscafo italiano. Col rapido arrivano a Genova, Malatesta si ferma a casa mia per qualche giorno. Ho ancora presente il suo sguardo vivido, buono e mesto(608).


"GRAZIE, MA BASTA"

Sbarcato a Taranto la vigilia di Natale, Errico Malatesta aveva informato telegraficamente Nella Giacomelli del suo ritorno, era salito sul treno delle 18,30 e aveva raggiunto Genova nelle prime ore del mattino dopo.(609) Nessuno dei suoi compagni lo aspettava alla stazione perch nessuno sapeva del suo arrivo(610), il Corriere della Sera diede la notizia in sette righe e mezzo, senza titolo e con un solo errore (scrisse infatti, come molti altri giornali, che l'esule era sbarcato da un piroscafo greco).(611) 
Mentre a Genova il cortesissimo Giulietti approfittava della visita di Malatesta per spiegargli che l'anarchia era "la teoria della forza, la negazione di ogni patto sociale, la sopraffazione del pi forte sul pi debole", cercando cos di convincerlo che la sua prassi non era quella di un anarchico ma di un idealista comunista, con molti punti di contatto con il comunismo cristiano(612), il governo, convinto che questi conciliaboli vertessero su tutt'altro argomento, lanciava il primo allarme inviando ai prefetti di dodici citt costiere il seguente dispaccio telegrafico:

Risulta che Errico Malatesta siasi recato Genova ospitato presso fratello on. Giulietti. Si ha motivo dubitare che col Giulietti abbia preso accordi per tentare qualche colpo probabilmente sfruttando questione fiumana e che il Giulietti possa ordinare che convergano a Fiume tutte navi partenti da porti italiani. Rendesi pertanto necessaria massima sorveglianza occasione tali partenze (...). Si prega S.V. disporre (...) che nessun piroscafo sia lasciato partire prima che autorit P.S. ne abbia verificato qualit quantit passeggeri per accertarsi se siano diretti effettivamente destinazione verso cui nave deve far rotta non dovendo consentirsi presenza bordo di persone che non giustifichino motivo imbarco. Pregasi pure fare indagini circa ordini e istruzioni segrete che personale bordo possa ricevere da federazione (...).(613)

La sera del 26 un altro telegramma informava del ritorno di Malatesta gli anarchici riuniti a Carrara per il veglione annuale. "Fu" ricorda Borghi "un delirio di entusiasmo."(614)
A mezzogiorno del 27 dicembre, avendo saputo che Malatesta si trova nella loro citt, gli operai genovesi sospendono il lavoro. Numerose leghe operaie, molti circoli socialisti e gruppi anarchici affluiscono da Sampierdarena, Sestri, Rivarolo e Cornigliano. Alle 14 parte il corteo. Sfilano un migliaio di bandiere e qualche decina di migliaia di persone, per le principali vie della citt. "Quando la testa del corteo giunse nella vasta piazza di Carignano" scriver l'Avanti! "questa era gi gremita da migliaia e migliaia di operai." (L'anarchica Cronaca Sovversiva parler di una folla di settanta-ottantamila persone.)(615) L Malatesta tiene un breve discorso. " umanamente impossibile" riferisce l'Avanti! "descrivere il delirio degli applausi e l'entusiasmo suscitato dal grande agitatore. A viva forza e non senza pericolo i membri del comitato [organizzatore] riuscirono, finito il comizio, a sottrarre su di un'automobile Malatesta all'entusiasmo del popolo."(616)
Arrivati da Carrara in ritardo per il comizio pomeridiano, Armando Borghi e Virgilia d'Andrea incontrarono Malatesta quella sera, durante la "cena familiare" offerta al vecchio anarchico dal comitato per i festeggiamenti. "Errico non appariva cambiato dai giorni della Settimana Rossa" ricorder il segretario dell'Usi. "Con la Virgilia si vedevano per la prima volta, e furono subito vecchi amici. L'incontro avvenne fuori di Genova, in una trattoria sita in un luogo appartato, che avevamo scelto per starcene un poco in pace chez nous. Ma ci trovammo in molti nella calca di una piccola sala, e per giunta con i ficcanaso della stampa."(617)
Tra i "ficcanaso della stampa" presenti quella sera nella trattoria di Sestri Ponente non poteva mancare chi, insospettito da un'intervista concessa tempo addietro da Malatesta al corrispondente londinese del Giornale d'Italia (dalla quale si evinceva che il vecchio agitatore era nettamente contrario al bolscevismo), voleva conoscere dalla viva voce dell'esule il suo autentico pensiero al riguardo.
"Lei  bolscevico?" chiede a bruciapelo il socialista Pannunzio(618) a un Malatesta "che non dimostra 60 anni,  piccolo, ha la barba alla Mazzini, leggermente brizzolata, occhi vivi, intelligenti, parola facile, con l'accento proprio di chi ha vissuto.lungamente all'estero".
Vinta la propria antipatia per le interviste(619), il "mite, affabile, cortese, sorridente vecchietto" risponde "con la pi garbata contrariet":

Chi ha una denominazione non ha bisogno di prenderne un'altra. Io sono anarchico (...); ma se per bolscevismo si vuole intendere l'iniziativa popolare di costituire i nuclei di produttori, i quali si associno fra di loro per i rispettivi interessi; se si intende, insomma, per bolscevismo il soviettismo, io sono bolscevico. Noi anarchici, per, escludiamo ogni sovrapposizione di potere politico (...) sui soviet. I bolscevichi sono un partito: anch'io appartengo a un partito, e naturalmente nella rivoluzione lavorerei a far trionfare le mie idee (...).

Per Malatesta, spiega l'involutissimo Pannunzio, "il bolscevismo rappresenta uno stadio transitorio, che dev'essere superato: ond' che egli, nella sua concezione anarchica, oltrepassa il bolscevismo, e in questo senso pu criticarlo: per difetto, cio, e non per eccesso di contenuto rivoluzionario".
"E lei" chiede infine il giornalista dopo averlo interrogato sul problema della violenza, sulla costituente e sulle prospettive rivoluzionarie del paese, "sar d'accordo col socialismo ufficiale italiano, sentinella avanzata del bolscevismo in Occidente?"
"Pienamente. Lavorer al suo fianco per percorrere quella strada che potremo percorrere insieme..."
Nella risposta di Malatesta all'intervistatore socialista era implicita una risposta a Mussolini, che lo aveva conosciuto a Milano sei anni prima(620) e che ora, dopo la batosta elettorale di novembre, sentendo improvvisamente risorgere la propria vocazione "rivoluzionaria" e "antiparlamentare", cos andava compiacendosi per il ritorno dell'esule:

Noi non sappiamo se il fatto di esser stati interventisti e di avere il coraggio di vantarsene sia tale da provocare le scomuniche del vecchio agitatore anarchico. Forse egli  molto meno intransigente dei tesserati idioti e nefandi del pus. Noi siamo lontani dalle sue idee (...); ma tutto ci non impedisce a noi, sempre pronti ad ammirare gli uomini che professano con disinteresse una fede e per quella sono pronti a morire, di mandare a Malatesta il nostro saluto cordiale. Lo facciamo con la speranza che la sua vasta esperienza di vita vissuta giovi a smascherare i mercanti della rivoluzione, i venditori di fumo bolscevico, i preparatori di una nuova tirannia che, dopo un breve periodo, lascerebbe il posto a una spaventevole reazione(621).

Il fatto che un giornale borghese, "borghese anche se si dice socialista", coprisse di fiori ("per iscopi suoi") il vecchio rimpatriato indispett pi i socialisti che Malatesta. Questi, confortato dalla "coscienza di non meritare quegli elogi", era ben lieto di aver rimesso piede in Italia, sia pure con l'aiuto di una figura politicamente ambigua come quella di Giulietti (senza l'opera del quale, doveva precisare il vecchio anarchico in una lettera all'Avanti!} "io sarei ancora a Londra, e chi sa per quanto tempo")(622).

Chi avesse misurato le forze reali del nostro movimento dalla fiumana di popolo che accolse Malatesta al suo ritorno in alcuni grandi centri industriali si sarebbe ingannato, e molti si ingannarono.

Cos Armando Borghi avrebbe scritto parecchi anni dopo. A Torino, per esempio, il movimento anarchico "valeva ben poco". Bravi compagni militavano nel mondo del lavoro, ma la loro azione si svolgeva dentro la Cgl. Pure, secondo il segretario dell'Usi, poche manifestazioni popolari raggiunsero nella storia la vastit e l'impeto di quella con cui la massa operaia torinese accolse Malatesta il 29 dicembre 1919.(623)

Tutto l'atrio della stazione di Porta Nuova  gremito. Sulle migliaia di teste spiccano i vessilli rossi e neri del proletariato rivoluzionario torinese. Attorno a essi, nell'attesa, gruppi di giovani intonano strofe di inni sovversivi, che echeggiano fin dentro alla stazione, sui cui piazzali molti sono pure gli amici e simpatizzanti del Malatesta che l'attendono.

Finalmente arrivato da Genova, il vecchio anarchico scende dal treno e si avvia verso l'uscita.

Quando si  al cancello (...) della stazione la cosa diventa assai difficile per la ressa di gente che prende d'assalto il gruppo che circonda l'agitatore. Sono spintoni, o gomitate che non si possono dire. La folla vuole arrivare a Malatesta. Tutti lottano per fare largo e tutti si accalcano intorno all'agitatore. Questi non cammina, ma  trascinato dalla massa, che grida, s'entusiasma, pare febbricitante(624).

"Si sarebbe creduto" aggiunge Borghi

a un assalto forsennato di nemici furiosamente decisi a rapirlo. Il nostro gruppo di accompagnatori venne disperso e travolto. Errico pot mettersi in salvo,  la parola, entrando di soppiatto in una vettura di piazza(625), che lo port alla Casa del popolo (...). Dei poveri diavoli con la barbetta, scambiati per lui, vennero presi di peso e portati sulle spalle in trionfo al grido di: viva Malatesta, viva Lenin!(626)

Dal balcone della Casa del popolo, tornata la calma dopo "il turbine di applausi"(627), Malatesta ringrazi il proletariato torinese, che "gremiva a perdita d'occhio la piazza e i dintorni"(628), per la manifestazione di simpatia, che disse di accettare "non come omaggio alla sua persona, ma come segno della volont che il proletariato ha di fare la rivoluzione". "I tempi" aggiunse "sono finalmente maturi. Oggi la rivoluzione non dev'essere pi cambiamento di uomini o di governo, ma dev'essere rivoluzione sociale, per la completa emancipazione proletaria. I lavoratori nulla possono attendersi dai governi e dai parlamenti. Essi devono sperare nelle loro forze, se vogliono giungere all'abolizione del capitalismo." Un applauso interminabile coronava il discorso di Malatesta, al quale un giovanissimo Umberto Terracini porse il saluto della sezione socialista torinese(629).

Il giorno seguente Malatesta  a Milano(630). Presentato da Borghi, accolto da una "prolungata ovazione", il vecchio agitatore, cui gli strapazzi e i discorsi dei giorni precedenti hanno tolto quasi completamente la voce(631), parla brevemente nel salone della Camera del lavoro, "pieno di operai" tra i quali si notano "numerose donne". Gli anarchici, dice Malatesta, "debbono fare la rivoluzione come tali". Non la possono fare da soli perch sono troppo pochi. Ma nemmeno i socialisti, bench assai pi numerosi e saldamente organizzati, la faranno da soli, perch alcuni dei loro dirigenti "non la vogliono fare".
Accennando ai fatti di Mantova, il vecchio anarchico ricorda ai presenti che "quando la citt si rivoltava contro l'Austria i borghesi d'allora dicevano che erano i teppisti a ribellarsi". Non diversamente da quel tempo, "anche ora si dice che coloro che si ribellano sono della canaglia". Malatesta  "orgoglioso di dichiararsi solidale con questa teppa", perch "anche nel 1874, al tempo delle bande di Benevento(632), si diceva che erano i teppisti che si sollevavano". E "se nei movimenti di piazza c' qualcuno ch' un teppista davvero" aggiunge "non si deve respingerlo perch altrimenti domani dovremo riabilitare i poliziotti e i giudici". Esortata la folla a "non temere i reprobi", conclude gridando: "Viva Mantova!".
Mentre Borghi ripete il discorsetto di Malatesta, che la raucedine del vecchio anarchico ha impedito alla maggioranza di sentire, nella sala entra Serrati, accolto da una grande ovazione. L'applauso si ripete, insistente, quando i due uomini, Serrati e Malatesta, si abbracciano e si baciano(633).
Con un invito alla serenit nelle discussioni tra anarchici e socialisti da parte di Serrati e una raccomandazione all'unit degli sforzi da parte di Randolfo Vella, presidente dell'assemblea, il comizio si sciolse. Una quarantina di anarchici, al colmo dell'euforia, si raccolsero al Verziere e andarono in piazza del Duomo a cantare inni sovversivi. All'imbocco della Galleria la manifestazione improvvisata provoc la reazione di alcuni cittadini che, offesi da quei canti, si misero a gridare: "Viva l'Italia!". Tra vivaci battibecchi, l'assembramento fu sciolto dalla forza pubblica(634). Ma gli anarchici avevano ragione di cantare. Col ritorno di Malatesta l'anno finiva, per loro, in bellezza.
Armando Borghi ha spiegato l'entusiasmo della folla per l'esule rimpatriato, tanto maggiore l dove gli anarchici erano meno numerosi e influenti, con l'ottusa politica di Nitti nei suoi riguardi, con l'atmosfera apocalittica di quei mesi convulsi, con la fronda di una parte degli estremisti socialisti contro i riformisti, e infine con gli armeggi di Serrati, deciso a farsi scudo di Malatesta per difendersi dagli attacchi di Mussolini(635). Scrive Max Nettlau: "(...) molti avevano creduto e sperato che nella persona di Malatesta fosse ritornato tra loro un capo, un salvatore, un liberatore. Fors'anco la coscienza popolare, satura della vecchia leggenda garibaldina e del recente culto leniniano, aveva intraveduto in Malatesta il Garibaldi socialista od il Lenin italiano"(636).
Ma queste sagre e questa idolatria non erano troppo gradite n ai veri anarchici n allo stesso Malatesta. L'identificare in un solo individuo un'agitazione di carattere generale, anche se questo individuo era un amico, un compagno universalmente amato e rispettato, rappresentava "un errore tattico e di principio".
E ai compagni pisani dell'Avvenire Anarchico, che insistevano a parlare di lui come dello Spartaco o del Lenin d'Italia, gli anarchici del gruppo anconetano rispondevano severamente:

Lasciamo andare che chiamare "Lenin" un uomo che ha idee completamente diverse da questi  un'inesattezza. Malatesta, come noi e come i compagni dell'Avvenire, siamo tutti contrari alla dittatura e in genere a ogni sistema autoritario. Niun anarchico, e tanto meno Malatesta, potrebbe dunque farla da Lenin, n in Italia n altrove. Se anche in Italia ci sar un Lenin, noi, e Malatesta, e l'Avvenire, potremmo collaborare con lui nell'opera distruttrice rivoluzionaria, ma dal di fuori d'ogni potere, e all'opposizione contro il suo governo. Il linguaggio iperbolico e apologetico di qualche nostro compagno  dunque assolutamente fuori posto(637).

Malatesta, dal canto suo, dopo aver partecipato a un'altra mezza dozzina di trionfali manifestazioni in suo onore, si affrettava a pubblicare, sulle stesse colonne, il suo celebre "Grazie, ma basta":

Mi si permetta (...) di fare un'osservazione, una critica, all'azione svolta dai compagni a mio riguardo.
Durante l'agitazione per il mio ritorno e durante questi primi giorni della mia presenza in Italia sono state dette e fatte delle cose che offendono la mia modestia e il mio senso della misura.
Si ricordino i compagni che l'iperbole  una figura retorica di cui non bisogna abusare. Si ricordino soprattutto che esaltare un uomo  cosa politicamente pericolosa ed  moralmente malsana per l'esaltato e per gli esaltatori.(638)

Affibbiare al vecchio agitatore anarchico l'etichetta di "Lenin italiano" era dunque un malinteso, "frutto del culto di autorit che  proprio di tutti i partiti avanzati, eccetto l'anarchico (...)." Tutto si sarebbe potuto chiedergli, tranne che di prendere il potere. Come ha scritto Max Nettlau, Malatesta non si sarebbe chinato a raccogliere la dittatura nemmeno se l'avessero deposta ai suoi piedi(639).
In quegli ultimi giorni di dicembre, pieni del clamore di folle che invocavano il suo nome, tutto ci che chiedeva Malatesta era di essere lasciato in pace. Non per dormire sonni tranquilli, come aveva detto Borghi durante la campagna per il suo rimpatrio, ma per studiare la situazione italiana e scoprire quale fosse il modo pi efficace di influirvi.

Perch parlare del nostro compagno in modo da autorizzare la gente ad aspettarsi chiss quali cose da lui, mentre non sappiamo che cosa egli vorr fare, all'infuori della promessa direzione del quotidiano anarchico? (...) Lasciamo ch'egli venga e faccia, a suo modo, senza impegnarlo neppure con quella specie di dolce violenza morale che sono le apologie preventive della sua sperata attivit futura.(640)

Nel delirio e nell'entusiasmo di quei giorni febbrili Volont, la voce pi limpida dell'anarchismo italiano, indicava ancora una volta a seguaci e simpatizzanti la linea pi coerente con i principi teorici del movimento. Ma se nessuno sapeva ancora quali fossero i progetti di Malatesta, di una cosa si poteva essere certi: che non sarebbe rimasto con le mani in mano.


"ROMPERE I COCCI"

Nei quattro giorni che Malatesta pass in Liguria, ospite del munifico Giulietti, l'impetuoso "comandante" non cerc solo di convertire il vecchio anarchico ai principi di un fumoso socialismo cristiano, mistico e corporativo, ma senza perdersi in preamboli, com'era suo costume, gli parl di un certo piano che gli stava molto a cuore.
Quale fosse questo piano, il cui ambizioso obiettivo era rappresentato dalla soluzione di quella "questione adriatica" che l'occupazione dannunziana di Fiume aveva reso ancora pi scottante,  spiegato nella lettera che lo stesso Giulietti, latore il fratello Riccardo, fece pervenire a Gabriele D'Annunzio il 5 gennaio 1920:

Il problema pu essere (...) risolto solo da un colpo di mano rivoluzionario compiuto di comune accordo fra i legionari da te comandati e i lavoratori organizzati e guidati da libertari come MALATESTA e altri capi dello stesso stampo. Perch un simile accordo sia possibile  necessario stabilire che la rivoluzione cos compiuta deve condurre alla liberazione di FIUME non solo ma alla redenzione economica di tutti i lavoratori nel senso di sostituire alle attuali istituzioni una societ in cui ogni lavoratore goda integralmente il frutto del proprio lavoro: in altri termini deve condurre alla repubblica sociale. Tu e MALATESTA siete due libertari pronti a dare la vita per l'ideale da cui siete infiammati. Avete battuto strade diverse, apparentemente opposte, ma in realt conducenti allo stesso fine, perch entrambi - tu e lui - capaci, disposti, vivamente disposti, di gettare la vita nella voragine della sorte o del destino, per una Fede di Giustizia e d'Amore. Gli uomini che agiscono per denaro o per altre vane ambizioni vi odiano e vi temono. Io vi ammiro e vi riconosco entrambi miei fratelli di fede e di azione. Bisogna demolire ogni forma di societ capace di provocare altre guerre. FIUME sia la scintilla che provocher l'incendio capace di bruciare sull'Europa e sul mondo il brutale regime del dio dell'oro(641).

Si trattava, come pi bonariamente Malatesta aveva detto a Borghi la settimana prima,(642) di cominciare a "rompere i cocci"(643): un programma sul quale gli anarchici italiani, costretti a mordere il freno fin dalla primavera scorsa, non potevano che essere tutti d'accordo. Quello di Giulietti era un progetto vago ma ardito:

1) Balzo su Roma, partendo da Fiume. 2) Risoluzione del problema adriatico compresa l'annessione di Fiume all'Italia. 3) Instaurazione di un nuovo ordine, risolutore della questione sociale, assicurante ad ognuno il frutto della propria opera, e il necessario per vivere a chi  invalido o non atto al lavoro, o ammalato, o disoccupato(644).

Gli anarchici, nella persona di Malatesta, vi avevano aderito senza preoccuparsi troppo della sua formulazione, non perch non sapessero quello che volevano (n perch volessero quello che voleva Giulietti), ma perch, da autentici rivoluzionari, ritenevano pi importante, in quel momento, avviare un processo irreversibile di distruzione dell'ordine esistente che passare le giornate a tavolino discutendone i possibili sviluppi.
Fallite le trattative con Badoglio e con il governo Nitti per il cosiddetto modus vivendi, alla fine del 1919 sia tra i legionari fiumani che nella cerchia pi ristretta di D'Annunzio erano prevalse tendenze estremiste volte a caratterizzare l'impresa in senso rivoluzionario: in parole pi semplici, dopo essere stati tenuti a bada per pi di tre mesi, gli "scalmanati" avevano avuto la meglio sui "ragionevoli"(645).
La notte del 6 gennaio, mentre Riccardo Giulietti aspettava in anticamera, D'Annunzio rispose con entusiasmo al messaggio del suo "caro compagno". "Oggi" scrisse "qualunque sforzo di liberazione non pu partire se non da Fiume." Vivendo con i soldati semplici, dividendo il rancio con loro, camminando al loro fianco, cantando le loro canzoni, D'Annunzio sentiva di essere "rientrato" nel popolo che lo aveva generato, "mescolato alla sua sostanza". Era stato cos che aveva compreso come "la vera "novit" di vita" non fosse "l dove la dottrina di Lenin si smarrisce nel sangue". Perch a Fiume il "cardo bolcvico" si mutava in rosa italiana: in rosa d'amore.
"Tuo fratello" continuava la lunga missiva "mi assicura che Errico Malatesta non pronunzi l'ingiuria contro i Legionarii di Fiume. Ne sono lieto. Se egli mi conoscesse da vicino, subito sentirebbe che il mio spirito supera ogni altro nell'ansia di raggiungere le estreme vette della libert, quelle dove la massima parte degli uomini non sa respirare.
"C'intenderemo."(646)
Quando Riccardo Giulietti ricevette il messaggio dalle mani di D'Annunzio erano le tre e mezzo del mattino. Suo fratello poteva essere contento. Fino a quel momento il suo piano aveva funzionato. Ora, per, veniva la parte pi difficile. Ottenuta l'adesione di Malatesta e D'Annunzio, restava da ottenere quella del partito socialista, senza il consenso del quale capitan Giulietti considerava il progetto irrealizzabile. Se il partito socialista si fosse dichiarato favorevole all'iniziativa, mobilitando le masse, la Federazione marinara avrebbe messo a disposizione dei "congiurati" tutte le sue forze sociali e finanziarie, allora particolarmente cospicue, e ogni ostacolo (pensava il suo segretario) sarebbe caduto(647).
Ricevuta la risposta di D'Annunzio, Giuseppe Giulietti la legge a Malatesta(648). Il vecchio rivoluzionario "capisce, il progetto lo attira, accetta"(649). Sa che tra gli anarchici si diffida di Giulietti, nonostante l'attaccamento mostrato dal "comandante" alla sua persona e il sostanzioso contributo finanziario da lui offerto per il nuovo quotidiano, perch si crede che, d'accordo col ministero dell'interno, il segretario della Federazione marinara voglia ficcare il naso nel movimento per accertarne la consistenza e controllarne l'attivit(650). Sa anche, per, di godere la piena fiducia dei compagni, che in pratica gli hanno dato carta bianca.
Il 13 gennaio, lo stesso giorno in cui Malatesta era a Genova per conferire con Giulietti, ebbe inizio in tutta Italia lo sciopero dei postelegrafonici, mentre andava profilandosi all'orizzonte quello dei ferrovieri. Dalla fine della guerra n gli uni n gli altri si erano mai astenuti dal lavoro(651). Uno sciopero contemporaneo e su scala nazionale dei postelegrafonici e dei ferrovieri avrebbe voluto dire il blocco delle comunicazioni postali, telegrafiche e telefoniche e la paralisi dei trasporti ferroviari in tutto il paese(652).
Il 18 gennaio, continuando il suo giro di propaganda per l'Italia, Malatesta parl a Firenze davanti a molte migliaia di persone. Alla fine del comizio un corteo di anarchici e giovani socialisti si scontr con i carabinieri che volevano, come al solito, impedire ai dimostranti di raggiungere il centro. Gli incidenti provocarono una decina di feriti(653).
Lo stesso giorno Giulietti raggiunge il capoluogo toscano, dove dovrebbe svolgersi una riunione destinata a ottenere l'adesione dei socialisti al suo progetto. Ma l'orizzonte gi comincia a rabbuiarsi. "Qualcuno fa sapere che non pu intervenire" ricorda il "comandante", "ma che interverr il giorno dopo a Roma."(654).
Via a Roma, dunque, dove il giorno dopo si svolge finalmente la riunione. Malatesta, arrivato da Firenze la mattina, vi si reca alle sedici, dopo aver pranzato in una trattoria di via S. Giovanni in Laterano con un gruppo di compagni e di ferrovieri del sindacato (che secondo Turati era "dominato" dagli anarchici)(655). Si badi alla data.  il 19 gennaio. Lo sciopero dei postelegrafonici  ancora in atto, quello dei ferrovieri sta per cominciare. La riunione ha luogo presso la direzione del partito socialista, in via del Seminario, e dura fino alle sette di sera. "Ricordo fra i presenti" scriver Giulietti tempo dopo "Malatesta, Bombacci, Serrati."(656) Oggi sappiamo, grazie alla solerzia del questore di Roma, Cesare Mori, che c'erano anche Vella, Bacci, D'Aragona e il segretario amministrativo del partito Luigi Voghera(657).
La lettera di D'Annunzio vien fatta circolare tra i presenti. Quindi Giulietti illustra il suo progetto:

muovere per mare e per terra da Fiume, scendere a Roma col concorso delle masse lavoratrici e delle forze armate di cui dispone D'Annunzio, impossessarsi del potere per la realizzazione di un programma che segner un passo gigantesco sul terreno delle rivendicazioni sociali e proletarie, approfittare dell'occasione estremamente favorevole per un colpo di mano rivoluzionario, disponendo di considerevoli forze di armi e di armati.

Bombacci e Malatesta ci stanno, Serrati no. "Dice che una rivoluzione insieme a D'Annunzio non si sente di farla" annoter Giulietti. "Inutile commentare, insistere."(658)
Il 20 gennaio la maggioranza dei postelegrafonici decideva, pur tra vivi contrasti, di sospendere l'agitazione e di tornare al lavoro(659).
Quattro mesi dopo, chiamato in causa da un giornale socialista cremonese che aveva accennato a certi strani connubi tra Malatesta, Giulietti, D'Annunzio e la massoneria, l'anarchico rispondeva:

Sissignori, alcuni mesi or sono in previsione di certi possibili avvenimenti io servii da intermediario per una riunione tra alcuni membri del partito socialista e altri elementi sovversivi per discutere e deliberare su certe proposte. La riunione ebbe luogo, ma gi le circostanze erano cambiate e unanimemente si decise che non era pi il caso di vagliare le fatte proposte(660).

Le circostanze erano cambiate? Borghi ha creduto di spiegare questa frase con il componimento della vertenza dei postelegrafonici, realizzato dalla Cgl proprio alla vigilia dello sciopero ferroviario. "In concreto" scrive "la Confederazione del lavoro sabot le condizioni di fatto su cui forse era possibile innestare un movimento rivoluzionario."(661)
Il 20 gennaio a incrociare le braccia erano i ferrovieri. I treni si fermarono, le comunicazioni tra una citt e l'altra rimasero interrotte. A Milano il prefetto torn a vietare gli assembramenti di pi di cinque persone e la circolazione di automobili, camion, motociclette e persino biciclette. Era un provvedimento che da solo bastava a misurare la paura delle autorit. Della bicicletta, a quei tempi, si servivano moltissimi operai per andare a lavorare: avendo infranto il decreto prefettizio, furono arrestati a dozzine. La situazione s'ingarbugli talmente che verso la fine del mese il questore si vide costretto a concedere permessi di circolazione per le bici, anche se solo per motivi di lavoro. "E cos" fu il commento dell'Avanti! " "virtualmente" stabilito lo stato d'assedio.(662)"
Ma l'occasione era perduta. Allo sconsolato "comandante" della Federazione marinara non rest che dare all'altro "comandante", quello di Fiume, la notizia del gran rifiuto del direttore dell'Avanti!.

Se Serrati avesse accettato, e con lui il partito socialista, si sarebbe effettuata la pace, il fronte unico, come si diceva allora, fra tutti gli elementi di estrema e i fascisti; si sarebbe evitata la guerra civile tra quelli e questi, e tutti insieme avremmo fatto una rivoluzione (...). Gli avvenimenti, da allora in poi, avrebbero preso un altro corso, e molte lacrime e molto sangue sarebbero stati risparmiati.(663)

Con buona pace di capitan Giulietti,  da credersi che non sarebbe accaduto niente di tutto questo. Forse i socialisti non avevano avuto tutti i torti a non fidarsi di un progetto dove, come ha scritto Umberto Foscanelli, si mettevano in un sol fascio la questione adriatica con la Russia sovietica, Mussolini con Malatesta, la vittoria mutilata con l'ordine nuovo(664).  difficile, infatti, immaginare una rivoluzione fatta da un "fronte unico" comprendente socialisti, anarchici e fascisti.
Vero  che alla fine del 1919 Mussolini si trovava in piena crisi: la sconfitta elettorale di novembre lo aveva scosso a tal punto da indurlo a domandarsi se non fosse venuto il momento di piantare baracca e burattini(665). Da Milano, pur appoggiandoli con fierissimi articoli di fondo (e aprendo le colonne del suo giornale a una pubblica sottoscrizione dalla quale sarebbero uscite le paghe delle prime squadracce fasciste), aveva fatto e faceva di tutto per frenare le impazienze degli "scalmanati" fiumani: l'esito delle elezioni politiche lo aveva definitivamente convinto che l'interventismo di sinistra non era in grado di gestire un eventuale moto rivoluzionario, destinato perci a cadere nelle mani dei socialisti(666).
Alla fine di novembre aveva scritto a D'Annunzio: "Credo che ogni marcia all'interno in questo momento getterebbe il paese in convulsioni gravissime"(667). Era esattamente quello che credevano e speravano gli anarchici. Ed era ci che aveva temuto il maggiore Carlo Reina, dopo la "congiura di palazzo"(668) che gli era costata prima il posto di capo di stato maggiore e poi (in gennaio) l'espulsione da Fiume, quando pens di scrivere a D'Annunzio: "Ma soprattutto io fui sempre contrario a qualsiasi idea di rivoluzione militarista, prima di tutto perch odiosa al mio sentimento, e poi perch ero convinto che se noi cominciavamo un'azione anticostituzionale, non noi ma i Malatesta l'avrebbero finita"(669).


"SIAMO TUTTI IN LIBERT PROVVISORIA"

La mattina del 2 febbraio 1920, alla stazione di Livorno, Errico Malatesta prese il treno delle 5 per Bologna. Lo sciopero ferroviario era finito il 29 gennaio e il giorno seguente, rimessosi in giro per l'Italia dopo la lunga sosta forzata di Roma, il vecchio agitatore aveva tenuto due comizi, a Livorno e all'Ardenza(670).
Verso le sei, mentre il treno era fermo nella stazioncina di Tombolo, la porta della sua carrozza si apr per far entrare alcuni carabinieri. Dichiarato in arresto dal sottufficiale che li comandava, il vecchio anarchico fu fatto scendere dal treno e salire su una macchina che, sotto buona scorta, lo tradusse a Firenze(671).
Raggiunto il capoluogo toscano, alle porte del quale gli fu coperto il viso perch i passanti non potessero riconoscerlo, Malatesta venne condotto al carcere delle Murate e chiuso in una cella per detenuti comuni(672).
Pi volte, nell'ultima decade di gennaio, la stampa aveva accennato all'esistenza di un misterioso mandato di cattura spiccato contro di lui(673), prima spiegando che esso era rimasto ineseguito per l'irreperibilit del catturando poi scrivendo che l'anarchico, pur di non essere privato della libert, si era spontaneamente adattato a una sorta di arresto domiciliare. Grazie a questo bizzarro espediente, previsto dal codice di procedura penale ma solo nel caso di grave malattia del perseguito, il mandato di cattura sarebbe rimasto sospeso(674).
Malatesta, per, non era n irreperibile n, per sua fortuna, gravemente malato, e l'ultima decade di gennaio l'aveva passata a Roma, sotto il naso delle massime autorit dello stato e la minuziosa sorveglianza del questore. Mori, che lo aveva preso in consegna fin dalla sua prima visita alla capitale, si era subito preoccupato di inviare ai suoi diretti superiori almeno un paio di lunghe relazioni nelle quali, oltre a operare plateali falsificazioni della strategia malatestiana ("...  deciso a fare da solo, con il solo suo ascendente personale. Ha avuto anche contatti con i repubblicani, e di essi verranno a Roma alcuni esponenti della direzione per mettersi possibilmente d'accordo con lui. Ma egli ostenta una grande sicurezza di s e quindi pone nelle trattative per una eventuale azione rivoluzionaria una forte dose di intransigenza e di alterigia. Desidera, in fondo, essere lui solo il dirigente della rivolta e il futuro dittatore"), mostrava anche qualche barlume di lucidit politica ("Sua tattica [...]  quella, sar quella, anzi, di mettersi, pi che gli sar possibile, in diretto contatto con le organizzazioni operaie, alle quali mira pi che ai partiti politici, l'aiuto dei quali [...] accetterebbe [...] come un'antipatica necessit. [...] Malatesta non  troppo proclive alle segrete organizzazioni; ne accetta solo quel tanto che pu occorrergli e che pu sembrargli necessario. [...] si mostra ora certo che "qualcosa di buono le improvvise attuali condizioni di Roma diano a sperare per la rivoluzione", alla quale assolutamente crede, ritenendola imminente e non lontana che di ore. Ed  decisissimo ad agire.")(675)
Pure, gi durante una riunione svoltasi a Bologna verso la fine del mese il comitato esecutivo dell'Usi, espressa la propria soddisfazione per la "resa" del governo ai ferrovieri, aveva deliberato di "mettere in guardia il proletariato contro il tentativo del governo, gi annunciato dai giornali(676), di procedere all'arresto di Errico Malatesta. (...)"(677).

Dove c' fumo c' anche, quasi sempre, almeno una fiammella. Un'agenzia di stampa ufficiosa aveva appena smentito l'esistenza di un mandato di cattura contro Malatesta, spiegando che una denuncia del deputato Dino Philipson alla regia procura di Firenze aveva dato luogo all'apertura di un'istruttoria, che l'istruttoria stava seguendo il suo corso e che di conseguenza le autorit erano tenute al massimo riserbo, quando la forza pubblica entrava nel vagone di Malatesta e lo dichiarava in arresto(678).

Quale il retroscena di questa lambiccata operazione? Informato della denuncia presentata dall'on. Philipson ("un piccolo smidollato rampollo di pi smidollati banchieri")(679) per gli incidenti del 18 gennaio, il governo aveva emanato precise direttive:

Pregasi far conoscere massima urgenza se Malatesta fu denunciato autorit giudiziaria per parole pronunciate comizio ieri costituenti reato. Se non ancora denunciato dovr esserlo subito sollecitando autorit giudiziaria emettere immediatamente mandato cattura che vorr comunicarmi.(680)

Ricevuto dal governo l'ordine di arrestare Malatesta (ancora una volta si badi alla data: il 19 gennaio, in tutta Italia, sta per cominciare lo sciopero dei ferrovieri; il 19 gennaio si svolge a Roma la famosa riunione tra Giulietti, Malatesta, Bombacci, Serrati e gli altri socialisti), il prefetto di Firenze incaricava il questore di conferire con il procuratore del re e con il procuratore generale per una sollecita emissione del mandato di cattura. I due alti magistrati, per, nonostante l'esibizione del fascicolo penale di Malatesta attestante i suoi precedenti, respingevano la richiesta e dichiaravano di poter agire solo in base ad "autentico certificato penale dimostrante recidiva"(681).
Il 20 gennaio il casellario giudiziale centrale del ministero di grazia e giustizia e dei culti trasmetteva al ministero dell'interno copia delle annotazioni relative alle condanne subite da Malatesta nella sua lunga carriera di agitatore. Sorprendentemente erano solo otto: la prima risaliva al lontano 1884 (due anni di reclusione per associazione a delinquere), l'ultima al 13 giugno 1917 (quattro mesi di detenzione per vilipendio delle istituzioni)(682).
Il mandato di cattura firmato dal giudice istruttore di Firenze reca la data del 19 gennaio(683), ma  probabile che in realt fosse stato emesso o firmato il 21 (come scrisse l'Avanti! il 3 febbraio), dopo l'arrivo nel capoluogo toscano del certificato penale di Malatesta. A questo punto, per, lo sciopero ferroviario era gi cominciato, obbligando i prefetti a prendere misure da stato d'assedio, e il governo, temendo "di eccitare di pi la massa degli scioperanti"(684), prefer tenersi il documento nel cassetto fin quasi alla fine del mese(685).
Il 29 gennaio, ultimo giorno dello sciopero ferroviario, la mosca cocchiera Dino Philipson ricominci a ronzare, annunciando che alla ripresa dei lavori parlamentari avrebbe chiesto alla Camera "perch non si procede contro Errico Malatesta che in pubblico comizio in Firenze eccitava all'odio di classe e alla rivolta armata causando i luttuosi incidenti del 18 gennaio"(686).
Il giorno dopo, secondo l'Avanti!, il mandato di cattura esce finalmente dal cassetto del giudice istruttore e viene trasmesso al questore di Firenze(687). Passata la paura, le autorit si sono rinfrancate. Il 1 febbraio, quasi a dimostrare che quella del poliziotto  un'autentica vocazione, a Roma  un fioccare di messaggi provenienti dal Lazio, dalla Toscana, dalla Liguria. Sono prefetti e sottoprefetti che fanno a gara nell'offrirsi di arrestare Malatesta. "Avendo rilevato giornali che predetto catturando ha tenuto ieri pubblico comizio Pisa ho chiesto telegraficamente questura Firenze se mandato cattura  stato revocato e prego favorirmi istruzioni nel caso molto probabile che il Malatesta venga qui o a Carrara" telegrafa il prefetto di Massa(688). "Poich dai giornali rilevasi che ieri arrivato Pisa prese parte corteo anarchico e parl in pubblico comizio senza [che] fosse arrestato pregherei istruzioni in proposito" telegrafa il prefetto di Genova(689). "Illustre commendatore" scrive insinuante il sottoprefetto di Civitavecchia,

da parecchi giorni pende mandato di cattura (...) contro Errico Malatesta; ma vedo che gira liberamente per l'Italia senza essere arrestato (...) Poich, a quanto si dice, dovrebbe quanto prima venire a Civitavecchia per tenervi una conferenza, mi permetto domandarle in via confidenziale se ha istruzioni da darmi al riguardo. Il questore di Firenze, al quale ho telegrafato, mi risponde ora che il mandato non  revocato. Ma io desidererei sapere se  eseguibile(690).

Il governo interrompe il coro dei lacch con due secchi telegrammi spediti la stessa sera. Il primo  indirizzato al prefetto di Livorno:

Deve trovarsi cost Malatesta. Appena egli partir da cost, pregola far procedere suo arresto piccola stazione intermedia lungo tragitto e condurlo con automobile immediatamente Firenze presentandolo quell'autorit giudiziaria. Assicuri esatto adempimento. Se sia gi partito da cost telegrafi prefetto luogo ove diretto e gli comunichi presenti istruzioni.(691)

Il secondo  per il prefetto di Firenze:

Disposto arresto Malatesta lungo viaggio e presentazione immediata cotesta autorit giudiziaria stop. Raccomandasi vivamente sia in giornata interrogato ed escarcerato secondo affidamenti gi dati cotesto questore(692).

La notizia dell'arresto di Malatesta, diffusasi fulmineamente a Livorno e nelle citt vicine, fece grande impressione. Gi il pomeriggio del 2 febbraio, in segno di protesta, gli scaricatori del porto di Livorno non si presentarono al lavoro(693). La sera stessa, a Firenze, Malatesta veniva scarcerato(694), ma il Consiglio delle leghe riunitosi a Livorno proclamava egualmente lo sciopero generale(695). L'astensione dal lavoro era completa, tram e vetture pubbliche non uscivano dalle rimesse(696). La fine dello sciopero veniva dichiarata solo il giorno dopo, nel tardo pomeriggio, al termine di un comizio al quale avevano preso parte anarchici, socialisti e repubblicani intransigenti(697). Lo sciopero era generale a Perugia(698), generale e spontaneo a Massa e Carrara(699), parziale a Pisa(700), parziale alla Spezia(701).
Proprio a Livorno, il 4 febbraio, dopo essersi rifocillato al caff della Posta, Malatesta ringrazi i cittadini radunatisi sotto i portici del teatro Goldoni per la solidariet che gli avevano dimostrato al momento dell'arresto, augurandosi che quella piccola vittoria del proletariato potesse precedere la grande vittoria della rivoluzione(702).
Era stata veramente una "vittoria del proletariato"? Cos la definirono, oltre a Malatesta, i giornali "sovversivi" del tempo, vedendo un preciso rapporto di causa ed effetto tra l'agitazione umbro-toscana e la liberazione del vecchio anarchico. Ma dal telegramma inviato il 1 febbraio dal ministero dell'interno al prefetto di Firenze risulta chiaramente che il governo aveva gi deciso di scarcerare Malatesta almeno diciotto ore prima dell'inizio dell'agitazione. Dire che essa sfond una porta aperta non significa sminuirne l'importanza ma sottolineare il fatto che gi allora quello del governo con gli anarchici era il gioco del gatto col topo. Se l'arresto di Malatesta era la risposta, ritardata, allo sciopero ferroviario di gennaio, bisogna riconoscere che la manovra mtimidatrice del governo riusc in pieno, e che l'attribuzione del merito della liberazione dell'anarchico all'agitazione di quei giorni contribu a illudere il proletariato sulle proprie reali capacit e a fargli credere di essere pi forte di quello che era.
Il 7 febbraio il direttore generale della P.S. forniva al ministro dell'interno gli elementi necessari per rispondere sia all'interrogazione di Philipson (il quale voleva sapere perch Malatesta non era stato arrestato) che a quella di Bombacci (il quale, al contrario, voleva sapere perch Malatesta era stato arrestato)(703).
Dopo aver ripetuto ci che gli era stato detto dal prefetto di Firenze subito dopo gli incidenti del 18 gennaio (e cio che Malatesta aveva usato "un linguaggio violentissimo, eccitando alla rivoluzione"), Quaranta spiegava che il mandato di cattura non aveva potuto essere eseguito "per le continue peregrinazioni del Malatesta"(704): di quello stesso Malatesta che dal 19 al 30 gennaio non si era mai mosso da Roma.
Era una bugia stupida e grossolana. Ma il potere, diversamente dai suoi nemici, pu permettersi di essere stupido. Il discorso tenuto da Malatesta a Firenze era gi stato pronunciato in molte altre citt italiane senza che mai una volta la magistratura fosse intervenuta. E gli scontri con la forza pubblica erano avvenuti quando il vecchio anarchico aveva gi lasciato il luogo del comizio. Secondo l'Avanti! il mandato era illegale perch, essendo trascorsa la flagranza, "si doveva procedere a piede libero". Finito lo sciopero ferroviario, il governo non aveva avuto nemmeno il coraggio di procedere all'arresto in una grande citt, aspettando di colpire il suo nemico in una sperduta stazioncina di provincia. "Un regime che si riduce a simili atti" concludeva il giornale socialista "si giudica da s."(705) Il che  certamente vero ma non toglie che il regime avesse fatto, indisturbato, punto per punto ci che gli pareva.
Il primo arresto di Errico Malatesta, operato meno di cinque settimane dopo il suo rimpatrio, non  ricollegabile, a quanto ci risulta, a quella che Alatri ha voluto impropriamente chiamare la "congiura anarchico-socialista"(706). Di questa "congiura" il governo non ebbe, infatti, notizia(707). Fu Mussolini, il 17 febbraio, ad assumersi il ruolo di delatore svelando sul suo giornale i particolari dell'iniziativa e i nomi di alcuni dei partecipanti (708). Solo dopo quella data i nomi di Giulietti, D'Annunzio e Malatesta cominciarono a essere collegati tra loro nei dispacci degli informatori del governo. E questo non avvenne, come si  creduto finora, per la prima volta il 13 aprile nel "sensazionale" telegramma con cui il commissario generale civile di Trieste, Mosconi, informava Nitti dell'intenzione di D'Annunzio di "proclamare repubblica comunista soviettista a Fiume ed estenderla anche Venezia Giulia, chiedendo per tale azione appoggio e unione con partito socialista locale avvertendo che, qualora questo non accettasse, si associerebbe ad altri elementi quali anarchico Malatesta e Giulietti"(709), ma pi di un mese prima, il 4 marzo, quando il prefetto di Milano telegrafava al ministero dell'interno:

(...) sembra che i noti Malatesta e Borghi sarebbero emissari di D'Annunzio e Giulietti, dai quali avrebbero ricevuto incarico di suscitare un moto che dovrebbe instaurare la repubblica.  notorio che il Giulietti si adoper molto pel ritorno di Malatesta e si assicura che questi, appena ritornato in Italia, avrebbe offerto la sua opera alla direzione del partito socialista, la quale l'avrebbe rifiutata, essendo a cognizione dell'intesa che legava il Malatesta al Giulietti e al D'Annunzio. Personalit socialiste, si aggiunge, sarebbero in possesso di documenti comprovanti la cosa che per evitare scandali si terrebbe celata.(710)

L'arresto di Malatesta  la prima ripresa di un incontro che durer fino a ottobre. " vero che lei  in libert provvisoria?" gli chiede un tizio subito dopo la scarcerazione. "S" risponde sorridendo l'anarchico. "Ma io sono sempre stato in libert provvisoria."
La doccia scozzese del 2 febbraio (arresto di Malatesta e sua liberazione in meno di quattordici ore, su precise istruzioni del governo) era indubbiamente una prova della paura che il fronte sovversivo incuteva allo stato italiano, ma anche la dimostrazione pi evidente del ritardo e della scarsa incisivit della sua azione. La breve avventura del vecchio anarchico dimostrava che la libert del cittadino, perennemente insidiata dalle leggi approntate dalla borghesia per difendere i propri privilegi, poteva essergli tolta in ogni momento e col minimo pretesto.
A essere in libert provvisoria non era dunque solo Malatesta. Come un giornale anarchico scrisse ironicamente in quei giorni, "in realt, finch dura il regime borghese, siamo tutti in libert provvisoria"(711)


I SOCIALISTI? AMICI E FRATELLI

"Il ritorno di Malatesta in Italia" ricorda Giuseppe Mariani,

aveva suscitato anche in me, come in tutti i sinceri rivoluzionari, entusiasmo e fiducia che il movimento rivoluzionario avrebbe preso una svolta pi chiara e decisamente risolutiva per l'avvenire del popolo. Per quanto mi fu possibile cercai di seguire, fra i compagni di lavoro, il nuovo metodo di propaganda rivoluzionaria di cui Malatesta era maestro insuperabile. Ovunque Malatesta andasse a parlare suscitava un vero entusiasmo, dando a noi l'illusione che tutti lo comprendessero. E forse gli operai veramente lo comprendevano, ma a confondere loro le idee e a fuorviarli ci pensavano i capi dei partiti, sedicenti rivoluzionari, che avevano tutto l'interesse di non perdere il controllo su di essi.(712)

"L'illusione che tutti lo comprendessero":  la stessa espressione che pi tardi user Gino Cerrito:

Malatesta veniva acclamato ovunque da folle immense di lavoratori: il che dava l'illusione che tutti lo comprendessero e moltiplicava la speranza che il paese fosse a una svolta decisiva.(713)

Era questa attesa quasi messianica, questa fiducia in un "capo redentore" dalle mani del quale il popolo avrebbe dovuto ricevere libert e benessere, quest'acclamazione collettiva dell'ennesimo "uomo della provvidenza" a indispettire e preoccupare Malatesta(714), il quale aveva potuto personalmente constatare, nel primo giro di propaganda fatto dopo il suo ritorno, il basso livello organizzativo e la scarsa consistenza numerica del movimento anarchico italiano.
Non  possibile, in questa sede, analizzarne la forza regione per regione. Ma da un'inchiesta ordinata dal governo nel dicembre 1919(715), alla vigilia del ritorno di Malatesta, in trentatr province italiane, si direbbe che il movimento anarchico, in quel momento, non costituisse una preoccupazione per quasi nessuno dei rispettivi prefetti. Tolti quelli di Genova, Massa e Carrara, Brescia, Livorno, Ancona e Pisa (roccheforti anarchiche o dell'Usi)(716), alle domande del governo (quale l'entit del movimento anarchico nella sua provincia? quale il numero approssimativo degli aderenti? quali i mezzi di cui dispongono? quali i capi pi influenti? quali i propositi? esistono intese con i compagni di altre province per l'esecuzione di piani comuni?) tutti gli altri prefetti rispondevano pressappoco: il movimento ha scarsa importanza o non esiste addirittura; il numero degli aderenti va da qualche decina a qualche centinaio; i mezzi non ci sono o sono estremamente esigui; i capi influenti si possono contare sulle dita di una mano; i propositi li conosciamo, vogliono fare la rivoluzione, ma per ora si limitano a predicarla; piani o intese interprovinciali non esistono o comunque non risultano alle autorit. A conti fatti, sommando le cifre fornite dai prefetti, si arriva a un totale di circa diecimila, tra militanti e simpatizzanti, per le 33 province citate. Ma, se i criteri con cui le questure raccoglievano questi dati erano gli stessi di oggi, crediamo si possa tranquillamente affermare che gli anarchici, nelle province accennate, non dovevano essere complessivamente pi di qualche migliaio.
A Milano, citt dove non erano mai stati una forza, Pesce definiva il movimento "piuttosto importante": non tanto per il numero degli aderenti, davvero trascurabile, quanto per l'attivit spiegata da alcuni di essi.

I veri partecipanti non superano il numero di 150. I mezzi di cui dispongono i capi pi influenti (Carlo Molaschi, Vella Randolfo, Senigalliesi Vittorio [recte: Mario]) si limitano a circa 80 mila lire raccolte a Milano e fuori pel quotidiano anarchico "Umanit Nuova" che ancora non ha visto la luce e a poche migliaia di lire (a quest'ultima raccolta provvede pi specialmente il Molaschi) pro vittime politiche, che sarebbero gli arrestati pel complotto anarchico [del settembre 1919]. Non risulta che all'infuori del proposito concernente la pubblicazione del quotidiano abbiano gli anarchici attualmente altra mira che non sia quella della propaganda, quest'ultima estesa anche fra le truppe. (...) Non consta di propositi con anarchici di altre province per l'esecuzione di piani comuni.(717)

Ci non toglie che anche il prefetto di Milano si abbandonasse periodicamente, sulla scorta di notizie confidenziali prive in genere di ogni fondamento, ad allarmismi ingiustificati. Il 18 dicembre, per esempio, aveva scritto a Roma che anarchici e sindacalisti intendevano approfittare del rincaro dei generi alimentari per suscitare disordini in varie citt d'Italia(718). Tre settimane dopo, non essendo successo niente, si affrettava a spiegare che "col ritorno nel regno di Errico Malatesta la cosa sarebbe rimasta sospesa"(719). Il 16 gennaio nuovo allarme. Anche se con aperto scetticismo, Pesce si vede costretto a segnalare che "Malatesta e compagni vorrebbero impadronirsi persona presidente consiglio di ritorno dalla Francia e prima dell'arrivo a Torino, ci che dovrebbe costituire primo atto rivoluzionario"(720). Con malcelata apprensione si seguiva la "notevole attivit" esplicata d Quattrini e Scottu (due degli anarchici che la questura aveva cercato di coinvolgere, senza prove, nel "complotto" di settembre)(721), e non si perdeva di vista Mariani, anch'egli arrestato in quella circostanza e successivamente scarcerato per mancanza d'indizi:

(...) si rec nei giorni scorsi a Mantova per prendere contatto col gruppo anarchico di quella citt. Ritornato da Mantova, egli avrebbe riferito ai compagni qui residenti, Vella Randolfo, Vella Diego, Quattrini Giuseppe e Cavazzi Giovanni, da Pistoia, (...) che, malgrado la violenta reazione [seguita alle giornate di Mantova], gli anarchici mantovani, rinforzati da nuovi elementi, sconosciuti alla polizia, si preparano ad un'azione di sconvolgimento, rivolgendo l'attivit demolitrice verso gli enti militari.(722)

Il governo, dal canto suo, contribuiva ad accrescere questo allarmismo con segnalazioni che, se venissero da altra fonte, non sarebbe ingiustificato definire provocatorie:

 stato riferito che qualche gruppo anarchico, malcontento dell'esito dello sciopero ferroviario, e disapprovando i socialisti per la loro trattativa col governo, disegnino [sic] di dimostrare contro questi ultimi il loro malanimo con un attentato diretto contro la sede di qualche ufficio del P.S.I. o contro quella dello stesso Avanti!.(723)

Quale lo scopo di queste insinuazioni? Si trattava, evidentemente, di una manovra per staccare gli anarchici dai socialisti, attuata dal governo con l'appoggio della stampa. E il successo non doveva esserle mancato se lo stesso Malatesta sent il bisogno, ai primi di febbraio, di denunciarla pubblicamente:

(...) Il Giornale d'Italia e altri giornali dello stesso calibro, dando conto dei discorsi ch'io sono andato facendo in molte citt, hanno detto che io ho eccitato all'odio contro i socialisti, che li ho accusati di vilt, ecc. ecc.
La cosa si capisce facilmente, poich nelle condizioni attuali d'Italia non vi  per la borghesia e per le istituzioni che stanno a sua difesa altra speranza di salvezza che la discordia tra lavoratori, ed  naturale che i giornali borghesi per servire gli interessi di chi li paga cerchino di creare ragioni di discordia.
Ma la cosa  falsa, e io prego i miei amici e il pubblico di non prestar fede a resoconti e interviste, che sono artatamente falsate e spesso completamente inventate, e di credere solamente a quanto odono dalla mia voce o vedono scritto dalla mia penna.
Ben lungi dall'avere sentimenti di ostilit verso i socialisti, io li considero come amici e fratelli perch sono, al pari degli anarchici, lavoratori che lottano per l'emancipazione umana, che, come gli anarchici, si espongono, o son disposti a esporsi, a pericoli e sacrifici per raggiungere un ideale radioso di libert, di giustizia, di benessere per tutti.
Le vie che percorrono anarchici e socialisti sono qualche volta concorrenti e allora non abbiamo che da lavorare insieme; qualche volta sono diverse e opposte e allora  giusto che ciascuno cerchi di far prevalere i proprii metodi e i proprii fini.(724)


UMANIT NOVA: UN'ARMA INDISPENSABILE

Mario Perelli, nato a Ferrara ma trapiantato a Milano fin da ragazzo, all'inizio del 1920 aveva appena compiuto vent'anni. Persino il casellario politico centrale, in genere tutt'altro che tenero con i suoi schedati,  costretto a riconoscere le sue doti. Pur attribuendogli un'"espressione fisionomica truce", un "carattere irascibile" e un'"educazione comune", non pu passare sotto silenzio la sua "intelligenza sveglia e scaltra", la "cultura discreta", l'assiduit nel lavoro e la buona condotta da lui tenuta verso la famiglia(725).
Perelli  piccolo, miope, mingherlino. Ha gli occhi color nocciola, i capelli radi e lisci, un pizzetto grigio. Tutti i suoi ascendenti sono stati salumieri. A leggere e scrivere gli ha insegnato il padre di Italo Balbo, Camillo, maestro elementare. Poi, nelle sale del Palazzo dei Diamanti, Giulio Medini avrebbe dovuto fare di lui un pittore. Era il sogno di suo padre, infranto dalla guerra con la piccola azienda familiare.
A Milano, nel 1916, Perelli trova lavoro in una smalteria di Musocco che fabbrica munizioni ed elmetti militari. Sotto una delle sue trance, subito dopo l'assunzione, lascia l'indice e il medio della destra, perdendo due dita ma acquistando una coscienza sindacale.  lui, l'anno seguente, a organizzare i seicento operai della smalteria Moneta in una piccola Camera del lavoro di ispirazione sindacalista e a ottenere, dopo una dura lotta, l'adeguamento dei loro salari a quelli dei metallurgici milanesi. E di quella piccola vittoria operaia sar sempre lui a pagare il conto: con un paio di arresti - la sua "cresima" - e infine col posto di lavoro.

Entrai nel movimento frequentando l'Unione sindacale, che era in via Foscolo al secondo piano. L, tutte le settimane, veniva un gruppetto di anarchici, non pi di una ventina, in difficolt perch non volevano fare la guerra. Parecchi erano gi scappati, altri aspettavano di essere richiamati. Io li frequentavo, sentivo qualche discorsetto, ma non ero dei loro. Dalla mia coscienza sindacale in via di formazione all'anarchismo il passo era ancora troppo lungo... Allora, poi, gli anarchici avevano una reputazione terribile(726).

Rimasto disoccupato, Perelli cominci a lavorare per l'Usi.

Era contro la guerra, la tenevano d'occhio, e di tanto in tanto qualcuno veniva privato dell'esonero e spedito al fronte. Avendo bisogno di aiuto, mi chiesero di collaborare. Mi promisero un rimborso spese. Cos, in breve tempo, ne diventai il factotum. Organizzavo le riunioni, intervenivo, spazzavo il pavimento, davo gi la polvere, tutto(727).

Arrestato per aver aiutato alcuni disertori a espatriare, Perelli rest in carcere dall'inizio del 1918 alla primavera del 1919, quando venne processato e condannato a poco meno della pena gi scontata. Alla fine di quell'anno anche lui poteva dirsi un anarchico.

Nel '19, in questo campo individualista dove ognuno seguiva il suo estro, circolava qualche foglietto... Da Pistoia arrivava l'Iconoclasta!. Poi c'erano L'Avvenire Anarchico, fatto da Siglich a Pisa, e Il Libertario, fatto alla Spezia da Binazzi. Erano questi i giornali pi letti, che tenevano desto l'interesse per i problemi del momento. Ma a Milano, con tutto che erano individualisti, c'era anche un po' di senso pratico. Qualcuno aveva capito che bisognava adeguarsi alle necessit dell'ora. E fu concepita l'idea, in casa del professor Ettore Molinari, con Mario Senigalliesi, che era venuto da Ancona, e qualcun altro, di fare un quotidiano. I tempi erano maturi, forse non politicamente ma almeno sul piano sociale. C'era una grande agitazione, molta effervescenza, sembrava possibile spingere la gente verso certi indirizzi che nemmeno lei riteneva praticabili...(728)

Lanciata al congresso di Firenze, l'idea del quotidiano suscit un acceso dibattito. Non tutti erano d'accordo sul progetto(729), che comunque fu messo in cantiere e realizzato in meno di un anno.

Per "Umanit Nova in Iconoclasta!, 27 luglio 1919.)] si fece un gran lavoro. Fu promossa in tutta Italia una sottoscrizione che diede buoni risultati. Anche a Milano tirammo su bene. Poi si presero degli accordi con Michele Fracchia, un tipografo di via Goldoni. Il proto, Micelli, era un nostro compagno, e fu lui a sistemare le cose(730)

Leccese, di famiglia benestante, appassionato di teatro e autore teatrale egli stesso, Augusto Micelli si era avvicinato giovanissimo all'anarchia e all'arte tipografica. A Milano dal 1914, nel primo dopoguerra assunse la direzione della tipografia La Stampa d'Avanguardia, di cui era proprietario Michele Fracchia.

Un giorno Randolfo Vella venne a trovarmi e disse: "Forse facciamo un giornale quotidiano. Vedrai che ti chiameranno per sapere da te dove si potrebbe stampare". Noi l non eravamo organizzati per fare un quotidiano. In via Goldoni 3 c'erano due cortili, l'uno di seguito all'altro. Nel primo c'era la tipografia dei lavori diversi. Nel secondo Fracchia avrebbe dovuto fare un bollettino settimanale per il comune di Milano, e per questo compr una vecchia rotativa usata dai tedeschi durante la guerra per fare un giornale di trincea. Poi il progetto del bollettino and a monte e la macchina rimase inutilizzata. Quando Ettore Molinari mi chiese se potevo stampare il giornale, gli spiegai che avremmo potuto usare quella macchina. Fracchia non era proprio un anarchico ma un simpatizzante. Gli parlai e lo convinsi. E si fece il giornale l.(731)

Ricorda ancora Perelli:

Io avevo partecipato all'organizzazione del giornale. Mi ero anche occupato della raccolta dei fondi. Con un compagno, Fioravante Meniconi, mi assunsi l'incarico di ordinare tutti i documenti relativi alla sottoscrizione per fare un rendiconto da pubblicare poi sul giornale. E cos, quasi senza accorgermene, sono gi nel gruppo di Umanit Nova: un gruppo non molto numeroso, saranno state dieci o quindici persone, che non conoscevo tutte. Poi c'era da preparare la spedizione del giornale, e di questo mi occupai io, con Meniconi, approfittando di certi amici che avevo all'Avanti! Gli rubammo il fascettario di un numero, al completo. Cos entrammo in possesso di tutti gli indirizzi dell'Avanti!(732)

Fin dal primo momento la scelta del futuro direttore si era orientata verso due nomi: quello di Luigi Galleani, tornato in Italia nell'estate del 1919 dopo la sua espulsione dagli Stati Uniti, e quello di Errico Malatesta, sempre bloccato a Londra; i due massimi esponenti, rispettivamente, della tendenza antiorganizzatrice e di quella organizzatrice(733).
Galleani, interpellato, rinunciava alla candidatura, vedendo in Malatesta "il pi adatto alla bisogna". Malatesta, pur senza pronunciarsi in modo esplicito, faceva capire che una volta tornato in Italia non si sarebbe tirato indietro(734).
Mentre le autorit costituite cercavano di impedire l'uscita del giornale - prima intercettando illegalmente tutta la corrispondenza diretta al comitato organizzatore(735), poi rifiutandosi di concedere la carta necessaria - si arrivava cos all'inizio del 1920. Ricorda Perelli:

E Malatesta in quei giorni venne in via Goldoni(736) per vedere a che punto eravamo. Nell'androne che separava il primo cortile dal secondo c'erano due porte. A sinistra si apriva quella dell'ammininistrazione, che era poi una stanzetta, e a destra quella dei tre locali che ospitavano la redazione. Lui and in redazione, e l c'erano Damiani, Frigerio e Quaglino, mentre dall'altra parte c'eravamo Meniconi e io, a fare gli amministratori. E poi venne anche da noi. Ti dir: io rimasi sconcertato nel vedere un omarello, simpatico, cordiale, un poco pi alto, forse un dito pi di me, leggermente curvo, con un fortissimo accento napoletano. Aveva un'arguzia naturale, nel viso, negli occhi, nel modo di guardarti. E io lo salutai dandogli del "lei": un uomo della sua et, aveva pi di sessant'anni... E lui mi guard, sorrise, fu molto simpatico, disse: "No, guarda, tra di noi ci si d del tu. L'et non conta niente". Io diventai rosso. Vent'anni, avevo. Mi mise in un imbarazzo fortissimo. Uno degli uomini della Prima Internazionale, pensa un po'(737).


"UN BEL TRATTO DI STRADA INSIEME"

Corrado Quaglino, torinese, fu il primo cronista di Umanit Nova.

Io nel '15 avevo quindici anni ed ero iscritto al partito socialista. Poi conobbi degli anarchici e lessi Il Libertario della Spezia. Quel giornale mi piacque. In quattordici o quindici uscimmo dai gruppi giovanili socialisti e passammo all'anarchismo. Io ero studente di ragioneria, gli altri tutti operai. A scuola i compagni mi odiavano perch erano tutti figli di pap. Nel '16 ho subito il primo arresto. Avevamo fatto dei manifestini contro la guerra, ne parla anche Spriano(738), e sono stato condannato a due anni dal tribunale militare. Li ho scontati qui a Torino, alle Nuove, e sono stati bellissimi, perch i padroni del carcere eravamo noi. Poi arrivarono Serrati, Montagnana, Barberis, Rabezzana, Costantino Lazzari. Li avevano arrestati per i fatti del '17, quando ci furono i tumulti per il pane e a Porta Palazzo gli alpini spararono sulla folla. Io ero gi dentro da un po' e facevo lo scrivano. Una guardia mi aveva in simpatia, e potevo girare tutto il carcere. Prendevo gli articoli di Serrati per l'Avanti! e li davo a un'altra guardia.
Scontata la pena, avevo diciotto anni. Ho abbandonato gli studi, perch a scuola non potevo pi tornarci, e nel '19 sono andato a Milano da solo. L il primo che incontro  Paolo Valera, un uomo simpaticissimo..Poi mi sono rivolto a Molinari. Lui, Ettore, era professore di chimica al politecnico. La Giacomelli era la governante, l'istitutrice dei suoi figli. Mi sono presentato, mi hanno accolto bene, sapevano che ero uscito dal carcere e cercavo lavoro. "Non andare via," mi dissero "fermati a Milano, perch stiamo pensando di fare un quotidiano, e potresti servirci anche tu." E intanto mi trovarono lavoro nella Rivista di chimica industriale, una modesta pubblicazione che faceva Molinari. Io curavo la pubblicit, scrivevo, insomma me la passavo bene. La vita costava poco, ho preso una camera ammobiliata, sono rimasto l.
 andata avanti cos finch Molinari non ha fatto un comitato per la raccolta dei fondi, che arrivavano, a palate, dall'Italia, ma soprattutto dall'America. Quando aveva proposto di fare un quotidiano, gli anarchici si erano mossi perch avevano molta presa, il movimento "tirava". Del comitato per la raccolta dei fondi faceva parte anche Molaschi, che allora era un individualista. A Milano c'erano degli operai autodidatti, giovani e meno giovani, di grande valore: come Fedeli, Bruzzi, Ghezzi. Tutte persone molto intelligenti. E in quel comitato lavoravo anch'io, a registrare i vaglia, mi pare, finch non fu possibile pubblicare il quotidiano.
Il primo quotidiano anarchico, in Italia, era stato La Protesta Umana, ma per quindici o venti giorni, non ricordo pi quando: era un settimanale che si era trasformato in quotidiano ma non ce l'aveva fatta(739).
Quando si tratt di scegliere il direttore Molinari, che era antiorganizzatore, pi che individualista, voleva metterci Galleani. Questi cedette il posto a Malatesta perch si rese conto che dietro un quotidiano ci vuole un'organizzazione.
Raccolti i fondi, il giornale usc. Malatesta direttore, Gigi Damiani redattore capo, Frigerio redattore, poi c'ero io come cronista, qualche volta veniva Binazzi, e la libreria, tenuta da Masciotti, e nell'altra stanza, sempre sotto il portone, l'amministrazione, con Perelli, Monteverdi, Norsa; e, in un secondo tempo, Meniconi. Il gerente era Dante Pagliai(740), un toscano che poi emigr in America.(741)

Il primo numero di Umanit Nova usc il 27 febbraio 1920. Il programma del quotidiano anarchico - una pubblicazione giornalisticamente e graficamente assai modesta, quattro pagine formato tabloid che si riducevano a due nei momenti di crisi e salivano a otto la domenica e in altre speciali occasioni - era fissato dall'editoriale scritto da Malatesta, intitolato "I nostri propositi" e firmato La redazione(742):

Noi siamo anarchici, anarchici nel senso proprio e generale della parola; vale a dire che vogliamo distruggere quell'ordinamento sociale in cui gli uomini, in lotta tra di loro, si sfruttano e si opprimono, o tendono a sfruttarsi e ad opprimersi, l'un l'altro, per arrivare alla costituzione di una nuova societ in cui ciascuno, nella solidariet e nell'amore con tutti gli altri uomini, trovi completa libert, massima soddisfazione possibile dei propri bisogni e dei propri desideri, massimo sviluppo possibile delle sue facolt intellettuali e affettive.
Quali siano le forme concrete in cui potr realizzarsi quest'auspicata vita di libert e di benessere per tutti nessuno potrebbe dirlo con esattezza; nessuno, soprattutto, potrebbe, essendo anarchico, pensare ad imporre agli altri la forma che gli appare migliore. Unico modo per arrivare alla scoperta del meglio  la libert, libert di aggruppamento, libert di esperimento, libert completa senz'altro limite sociale che quello dell'uguale libert degli altri.(743)

Il giornale non voleva essere il portavoce dei soli anarchici organizzati nell'Uai, ma una palestra di intervento e dibattito per tutte le correnti dell'anarchismo operanti nel quadro dei principi generali formulati nel programma: che erano poi i principi, come ha sottolineato Masini, dell'anarchismo socialista e rivoluzionario, con sfumature umanistiche, di Malatesta(744).

Con Umanit Nova gli anarchici italiani tentano, per la prima volta nella loro agitata storia di partito, la pubblicazione di un quotidiano. E l'esperimento viene fatto in una grande citt moderna, a Milano, dove l'anarchismo ha piuttosto una tradizione individualistica (che nel dopoguerra esplode anche in forme di terrorismo) ma dove trova ora una sua base nel movimento sindacalista rivoluzionario dell'Unione sindacale italiana e nelle frazioni estreme del socialismo. Considerata la modestia delle forze che gli anarchici hanno a disposizione, si pu dire che il loro ambizioso disegno ha pieno successo, come del resto stanno a dimostrare i lunghi elenchi delle sottoscrizioni che al giornale pervengono da ogni parte d'Italia. Questo sul piano politico. Sul piano tecnico invece si notano parecchie insufficienze come la scarsezza e l'occasionalit delle informazioni, il primitivismo e la genericit della propaganda (...). Alcuni di questi difetti vengono eliminati quando il giornale assume il formato intero e si rafforza l'quipe dei collaboratori(745).

L'uscita di Umanit Nova fu accolta dai socialisti con interesse e prudente simpatia. Scrisse l'Avanti!:

Diamo il nostro cordiale benvenuto a questo confratello che si propone di contribuire alla santa battaglia dell'emancipazione proletaria ed umana da ogni forma di schiavit. Se anche vi sono molti punti di sentito dissenso fra di noi - specie, per ora, circa i mezzi, i metodi, ecc. - noi auguriamo fervidamente - e ce ne  arra del resto l'intelligenza e la probit di Errico Malatesta - che le eventuali discussioni si vorranno sempre mantenere elevate, serene, eque.

Il breve corsivo era corredato da una vignetta di Scalarini che raffigurava una lunga strada rettilinea la cui meta, all'orizzonte, era costituita da una falce e da un martello radiosi e coronati d'alloro. In quella direzione stavano per avviarsi due individui dall'aria cupa, con barbe, cappelli e vestiti neri, armati rispettivamente di un bandierone grigio (cio rosso) con la scritta "Avanti!" e di un bandierone nero con la scritta "Umanit Nova", il primo dei quali, voltandosi, diceva all'altro: "Andiamo, compagno; faremo un bel tratto di strada insieme"(746).


LA VITTORIA DEI "DISFATTISTI"

Se anche fecero insieme un bel tratto di strada, i due loschi figuri scalariniani non persero mai l'occasione di prendersi a bandierate sulla groppa. E la prima volta che ci accadde, a dispetto dei buoni propositi, fu meno di una settimana dopo l'uscita di Umanit Nova.
Il 1920 era un anno bisestile. Il pomeriggio del 29 febbraio, una bella domenica di sole, nel cortile delle scuole elementari del corso di Porta Romana si tenne un comizio di protesta contro l'inerzia del governo sul problema delle pensioni. Lo aveva indetto la Lega proletaria tra mutilati, invalidi, tubercolotici, reduci, vedove e orfani di guerra.
Fu una manifestazione pacifica e tranquilla. Per gli anarchici, invitato a gran voce dalla folla, parl Errico Malatesta ("Questa non  l'ora della violenza, non  l'ora di scendere in piazza, ove si scender quando il proletariato sar pronto")(747); per l'Unione sindacale Armando Borghi. Finito il comizio, molta gente doveva riattraversare il centro per tornare a casa. Nel corso di Porta Romana venne cos a formarsi una lunga fila di tram che, viaggiando a bassissima velocit, procedevano verso piazza Missori. L'accesso alla piazza, per, era sbarrato da cordoni di soldati e di carabinieri. Il tram di testa pass tra i soldati senza che questi avessero nulla da obiettare, ma i carabinieri gli intimarono l'alt. Forse il manovratore non cap; forse la sua vettura era incalzata da quelle che, scampanellando, la seguivano. Fatto sta che la lunga colonna di tram non si arrest e i carabinieri aprirono il fuoco.
"I monturati" scrisse l'Avanti! "sembrano aver perduto completamente il bene dell'intelletto." La folla era tranquilla e disciplinatissima. "Non un bastone, non un sasso, non un grido, non un canto. (...) Soltanto un tram- vai pieno di reduci e di mutilati, di donne e di bambini, di pacifici cittadini, che segue il suo binario... a passo d'uomo."(748) La scarica investe la vettura. Due uomini, il manovratore e un invalido, cadono fulminati. Ci hanno fatto, commenter Borghi, il "solito regalo domenicale"(749).
La responsabilit delle "forze dell'ordine" per quello che da allora fu chiamato "l'eccidio di piazza Missori" apparve subito evidente. "Il prefetto" scriveva la Kuliscioff a Turati "(...) giura e spergiura che i suoi ordini furono di massima prudenza, anzi tali che i carabinieri dovettero stare nelle vicinanze, non visibili dalla folla, e intervenire solo in caso di necessit. Come si accorda questa sua dichiarazione coi cordoni militari messi allo sbocco di via Unione, per impedire alla folla di riversarsi in piazza del Duomo, Dio solo lo sa."(750). Per togliersi dalla coscienza il peso dei due morti, il prefetto e il questore di Milano attribuirono l'incidente all'"eccesso di alcuni militi". Avevano aperto il fuoco "due soldati aggiunti carabinieri che non erano neppure di servizio in quel luogo" e che furono arrestati e deferiti all'autorit giudiziaria. Un maresciallo che, nella ressa, aveva sguainato la sciabola per menare una piattonata a Repossi fu sospeso dal servizio(751). La sera stessa, in segno di protesta, veniva proclamato lo sciopero generale.
Luned 1 marzo, fermi i tram(752), chiusi molti caff e ristoranti del centro, l'astensione dal lavoro fu completa. "Pare una citt morta" annotava la Kuliscioff: "tutta la vita sospesa, non circolano n carrozze n automobili, niente posta (...)"(753). Al comizio del pomeriggio il rappresentante di un gruppo di metallurgici present un ordine del giorno nel quale, sull'esempio dei cantieristi di Sestri Ponente e dei tessili di Torre Pellice e Pont Canavese(754), si chiedeva agli operai di prepararsi alla conquista delle fabbriche. Malatesta(755) e Borghi si associarono; Bensi(756) e Repossi, senza dar prova di eccessiva fantasia, si limitarono a mettere in guardia i presenti contro i rischi connessi a una simile iniziativa.
"La massa a questo punto si fa nervosa, agitata, e diverse correnti la dividono" leggiamo sull'Avanti!: "una parte sarebbe propensa per la continuazione dello sciopero; un'altra parte invece vorrebbe riprendere il lavoro a cominciare da oggi"(757). Ha ricordato Borghi: "L'enorme folla presente, in gran parte socialista, invocava lo sciopero generale: parecchi operai presero la parola per rilevare che per molto meno vi si era ricorso, nel recente passato"(758).
Alla richiesta dei metallurgici i dirigenti della Camera del lavoro risposero invitando gli operai a riprendere il lavoro. Ma questo "non ha accontentato la massa operaia" doveva ammettere l'Avanti! a denti stretti, e "i presenti hanno deliberato di proseguire nello sciopero, in attesa delle decisioni dei propri dirigenti"(759).
Che cosa era successo? Gli anarchici avevano parlato a favore dello sciopero. I socialisti si erano opposti ma la folla rumoreggiava, poco propensa ad ascoltarli. "In ultimo presi la parola io" ricorda Borghi "spiegando che lo sciopero generale doveva essere espressione di una volont unanime. A tal fine proposi che il comizio invitasse gli esponenti sindacali e politici a riunirsi la sera stessa nei locali della Camera del lavoro confederale e decidere sullo sviluppo del movimento. La proposta fu accettata per acclamazione: alla controprova si alzarono poche mani."(760)
Fiato sprecato. Quella sera i socialisti non si fecero vivi. Al loro posto giunse la notizia che la sezione socialista milanese, la Camera del lavoro e la Lega tramvieri, dopo "ponderata discussione", avevano deciso di sospendere lo sciopero. E il giorno dopo l'Avanti! invitava i lavoratori a "non seguire gli anarchici nello sciopero generale"(761).
L'invito non fu accolto. La mattina del 2 marzo "i tram circolavano regolarmente e il lavoro nelle officine si svolgeva normale quando avvennero improvvisi fatti che determinarono di nuovo la sospensione del lavoro in parecchi degli stabilimenti e il ritiro dalla circolazione delle carrozze tramviarie"(762).. Questi fatti, scrive l'Avanti!, erano dovuti "all'indisciplina di alcuni elementi operai i quali, tanto per mostrare che sono degli anti-autoritari, hanno voluto che la massa - la totalit della massa - seguisse la loro deliberazione di continuare nello sciopero".
In effetti, come sappiamo, la Camera del lavoro e la sezione socialista avevano ordinato la ripresa del lavoro. E di conseguenza la citt era tornata al suo aspetto normale. Ma la cosa, spiegava l'Avanti!, "non ha incontrato la simpatia (...) del gruppo anarchico sindacalista, che si  decisamente opposto alla continuazione del lavoro nelle fabbriche e alla circolazione dei tram". Cos, per "evitare conflitti fra operai" e "per ragioni di evidente opportunit", i lavoratori avevano abbandonato le officine, "pur non facendo proprio l'atteggiamento degli anarchici". In molti stabilimenti si erano avuti scontri e battibecchi tra fautori e oppositori dello sciopero, in altri si era lavorato. "Gli anarchici" continuava il giornale socialista "hanno anche commesso violenze ai danni della Camera del lavoro, provocando vivaci incidenti seguiti da pugilati e da qualche bastonata."(763)
Accusati di tradimento dagli anarchici, i dirigenti della Camera del lavoro venivano assolti con formula piena dal giornale del loro partito. Era davvero un "nuovo principio", ribadiva sarcasticamente l'organo socialista, quello che si stava tentando di introdurre nelle agitazioni operaie: un principio che portava dritto dritto al "trionfo dell'irresponsabilit" e alla "morte delle organizzazioni". A questo tentativo - "disfattismo d'ogni rivoluzione" - la massa doveva opporsi, cercando di assorbire "tutti gli elementi (...) irrequieti e tumultuanti che ancora non hanno acquistato un preciso senso del divenire della rivoluzione". Ove questi "elementi arretrati" si fossero mostrati "irriducibili a ogni principio di organizzazione", la classe lavoratrice avrebbe avuto "il dovere di isolarli"(764).
Comunque i socialisti la girassero, la frittata era fatta. Il proletariato milanese si era ribellato ai suoi capi per seguire gli incitamenti dei "disfattisti della rivoluzione"(765). Ci dimostrava che esso condivideva almeno in parte le "pericolose impazienze" dei "cugini"(766). I vertici del partito socialista e delle sue organizzazioni operaie erano stati sconfessati dalla base. Malatesta era "il padrone dei comizi (...), il pi festeggiato dalla folla e il pi ascoltato"(767). Gli anarchici avevano vinto. Ma il prezzo della vittoria era alto e si chiamava solidariet proletaria. Ricorda Armando Borghi:

Rimanemmo soli a fare i conti con la polizia. Io fui chiamato dal questore Gasti per sentirmi dire che non ci sarebbe stato concesso il permesso di usufruire dell'Arena per il comizio degli scioperanti, dato che socialisti e confederazione dissentivano. Mi ero recato dal questore in compagnia di Gigi Damiani, e in sua presenza risposi al celebre poliziotto che noi non avremmo revocato l'invito gi fatto alla folla per il comizio all'Arena a mezzo della nostra Umanit Nova (...): se non avessimo trovato aperta l'Arena avremmo visto sul luogo come regolarci. Il questore insistette, parlando di "responsabilit" che sarebbero ricadute su di noi per i disordini eventuali e invitandoci a riunirci in luogo chiuso, magari alla Camera del lavoro confederale; e dava assicurazione che quel salone non ci sarebbe stato negato: glielo aveva detto l'on. Repossi poco prima.(768)

Chiamato nell'ufficio del questore, il parlamentare conferm le sue parole: i socialisti erano disposti a concedere agli anarchici il salone della Camera del lavoro pur essendo contrari allo sciopero generale(769). L'offerta, interpretata dagli anarchici come "un'insidia per seppellire ogni effetto e risonanza dello sciopero generale", fu respinta(770).
Quel pomeriggio le porte dell'Arena erano aperte e la folla chiamata a comizio dagli anarchici e dai sindacalisti rivoluzionari vi si rivers senza incontrare ostacoli. Scrisse l'Avanti!:

Errico Malatesta esordisce affermando che egli ha sempre desiderato la concordia di tutti coloro che lavorano per la nuova umanit; ma intanto attacca vivacemente i dirigenti della Camera del lavoro - che non sono presenti - e ripete le sue note opinioni contro il parlamentarismo e contro i deputati socialisti. Conclude affermando che egli non far alcuna proposta, perch soltanto la massa dev'essere padrona della situazione e che per questo egli s'inchiner a quanto creder di fare la folla(771).

Il comizio si sciolse pacificamente dopo l'approvazione di tre ordini del giorno: uno di critica all'operato dei dirigenti sindacali socialisti; uno che invitava le masse a partecipare alle esequie delle vittime di piazza Missori(772); uno da cui risultava confermato "il proposito della presa di possesso delle fabbriche"(773).
Il 3 marzo, terzo giorno di sciopero, un altro comizio ebbe luogo all'Arena. Per primo parl Borghi, attribuendo tutta "la responsabilit dello "strozzamento" dello sciopero" ai "riformisti" della Camera del lavoro. Malatesta, intervenuto dopo di lui, si disse "contrario a qualsiasi scissione fra gli elementi estremi" e dichiar di opporsi a ogni divisione tra le masse perch "la rivoluzione dev'essere fatta da tutto il proletariato". Il comizio si sciolse tranquillamente dopo l'approvazione di un o.d.g. in cui si affermava che "la persistenza delle organizzazioni riformiste a volere lo stroncamento dello sciopero non ha impedito che la massa scioperasse in modo ampio la seconda giornata e in modo significativo anche nella terza", si chiedeva l'"immediata costituzione dei comitati di fabbrica per la preparazione necessaria alla gerenza proletaria" e si deliberava la ripresa del lavoro(774).
Nei fatti di Milano e di Torino(775), che produssero una nuova rottura tra anarchici e socialisti a brevissima distanza di tempo dall'enfatico impegno dei secondi a marciare insieme verso la rivoluzione, Filippo Turati trov "un altro motivo di allegria": a tenerlo allegro non erano certo i due morti di piazza Missori ma, come scrisse alla Kuliscioff, le "pedate che i nostri cari massimalisti-anguilla hanno prese dai "compagni" anarchici (...)". Di un possibile ingresso dei turatiani nel governo Nitti si vociferava ormai con insistenza, e le "smanie" rivoluzionarie degli anarchici potevano in fondo paradossalmente affrettare proprio l'attuazione di una simile prospettiva. "A patto che il governo" commentava per Turati, "non ci renda (...) il cattivo servizio, che invoca oggi quello stupidello di Malagodi(776), di arrestare il Malatesta o il Borghi!"(777)
Assai poco da stare allegri c'era, invece, per i comunisti dell'Ordine Nuovo, che avevano trovato "stomachevole" lo spettacolo dato dai capi delle organizzazioni sindacali (sia socialisti che sindacalisti rivoluzionari) e che, tenaci come mastini, coglievano ancora una volta l'occasione per attaccare (ben rimbeccati da Volont) gli anarchici e i loro metodi di lotta(778).
Ma il significato pi profondo della vittoria dei "disfattisti della rivoluzione" sfugg agli uni e agli altri. Ha scritto Armando Borghi:

La contesa tra socialisti e anarchici sollev grande emozione in tutta l'Italia. Io credo di poter affermare in coscienza che se in quella circostanza si fosse diffusa in tutta Italia la buona novella che anarchici e socialisti, con Malatesta a capo, si erano trovati affratellati nello sciopero generale di Milano contro gli assassini della polizia e i loro mandanti, sarebbe cominciata una nuova storia(779).


LE PAURE DEL GOVERNO

Purtroppo, com' noto, non soltanto non cominci una nuova storia ma quella vecchia si arricch dell'ennesimo capitolo sul tema del sopruso e della repressione poliziesca.
Secondo una delle interpretazioni storiche pi comuni, i primi nove mesi del 1920 furono, nel nostro paese, un'incalzante escalation rivoluzionaria, un incontrollabile moltiplicarsi di violenze e sopraffazioni proletarie culminato, nell'occupazione settembrina delle fabbriche. E solo nell'ultimo trimestre lo scaltro Giolitti, subentrato al tentennante Nitti e deciso a salvare con ogni mezzo la "democrazia" liberale, cominci abilmente a servirsi dell'opposta violenza fascista per bloccare l'avanzata del nascente "bolscevismo" italiano e costringere il proletariato prima alla difensiva e poi alla resa.
L'interpretazione  semplicistica e falsifica la realt. I primi nove mesi del 1920, accanto a conati rivoluzionari come lo "sciopero delle lancette" di Torino, la rivolta di Ancona e l'occupazione delle fabbriche, o spontanei o male organizzati, sempre privi di coordinamento tra loro e deliberatamente sabotati dai riformisti della Cgl, mostrano invece lo sviluppo di un piano repressivo organico e lungimirante, frutto di un evidente calcolo politico, all'attuazione del quale provvidero non i fascisti ma le cosiddette forze dell'ordine, con un crescendo di violenza reazionaria ben pi allarmante della tanto minacciata rivoluzione proletaria(780).
Ed  tanto pi facile seguire i contorni di questo ampio disegno repressivo quanto meno si distoglie l'attenzione dalle iniziative e dalle attivit del movimento anarchico italiano, allora identificabile con la punta pi avanzata dello schieramento rivoluzionario o, per usare un linguaggio corrente, con l'estrema sinistra del fronte delle opposizioni. Perch quello che lo stato fa agli anarchici nel '20 lo far l'anno dopo ai comunisti, pi tardi ai socialisti e persino (col fascismo ormai al potere) a certi popolari. Per questo l'atteggiamento dello stato verso gli anarchici, come l'atteggiamento di ogni stato verso ogni minoranza rivoluzionaria in ogni tempo, rappresenta un infallibile strumento di misura dell'abisso che si spalanca tra le vacue dichiarazioni di principio e le reali intenzioni del potere davanti al grande problema della libert e della democrazia.
Il 1920 non  soltanto l'anno degli eccidi proletari, freddamente perpetrati dai carabinieri e da quella specie di Celere del tempo, la guardia regia, che Nitti aveva creato in fretta e furia arruolandovi i peggiori delinquenti(781). Il 1920  anche l'anno del primo attacco a fondo contro il movimento anarchico e le sue figure pi rappresentative. E i prodromi di questo attacco, le prime punzecchiature, i colpi d'assaggio, risalgono gi alla fine del 1919, al "complotto" della bomba in Galleria (nel quale si era cercato di coinvolgere, insieme al terzetto dei veri terroristi, i membri pi attivi dell'anarchismo milanese) e ai goffi tentativi dell'autorit politica locale per impedire la pubblicazione del quotidiano.
Vi si prov anche Nitti, a ostacolarne l'uscita, prima ritardando il pi possibile la consegna della carta necessaria, poi tenendo il giornale a stecchetto(782). E ottenne due buoni risultati: quello di differire la pubblicazione del quotidiano, che pur potendo essere stampato gi in dicembre vide la luce solo nell'ultima settimana di febbraio; e quello di costringerlo molto spesso a uscire, nei primi tempi, a due sole pagine, con un notiziario ridotto e, ovviamente, un'altrettanto ridotta capacit propagandistica. Anche l'arresto di Malatesta e il suo immediato rilascio(783) rientravano in questo programma. Le denunce dei procuratori, per reati di stampa o di parola, le lunghe istruttorie difese dal segreto, non erano che trappole destinate a scattare nel momento pi opportuno, bombe a orologeria non molto diverse da quelle usate dai veri terroristi.
Ma all'inizio del 1920 l'equilibrio delle forze in gioco consiglia ancora una certa prudenza.  questa prudenza che fa scrivere al prefetto di Firenze, nell'informare il governo che l'istruttoria a carico di Malatesta per gli incidenti del 18 gennaio sta per chiudersi, che la gravit dei reati commessi dall'imputato e il "largo seguito" che egli ha dimostrato di avere nel capoluogo toscano raccomandano che il giudizio sia pronunciato "in localit ove la coscienza dei giudici popolari non abbia a subire deformazioni"(784).
Se a Firenze De Fabritiis si preoccupa della legittima suspicione prima ancora che Malatesta sia stato rinviato a giudizio, tanto  sicuro che il rinvio ci sar, a Bologna si sta gi preparando un secondo rinvio a giudizio per le parole da lui pronunciate durante il comizio dell'8 febbraio a Persiceto(785). E a Milano, dove il vecchio anarchico torna alla fine del mese per preparare il primo numero del quotidiano, il controllo dei suoi movimenti  cos rigido e fastidioso da indurlo a spedire al ministero dell'interno un telegramma scritto nel suo caratteristico stile: "Provocato da continuo pedinamento non rispondo possibili conseguenze causa irritazione miei amici"(786).
Abbiamo gi visto come dopo gli incidenti di piazza Missori il questore di Milano si fosse affrettato a comunicare ad Armando Borghi il divieto di far svolgere all'Arena il comizio degli scioperanti ribelli. Se questo avvenne, per, non fu solo, come ha scritto polemicamente Borghi, perch i socialisti e la Cgl dissentivano. Pochi giorni prima, infatti, tutti i prefetti del regno avevano ricevuto una circolare di Mortara, il ministro che reggeva la presidenza del consiglio durante le assenze di Nitti, contenente il chiaro invito a mettere un bavaglio alla propaganda sovversiva:

Anarchici e massimalisti moltiplicano conferenze e comizi nei quali si eccitano malcontento e passioni popolari e si predica pubblicamente la rivolta contro poteri stato. Pur ritenendo che in ogni caso non si ometta denunciare responsabili di reati alle autorit giudiziarie ministero prega SS.LL. considerare opportunit che in linea di massima simili adunanze promosse da elementi dei quali siano notori attivit e precedenti vengano consentite soltanto forma privatissima.(787)

Si tratta, in sostanza, di un vero e proprio divieto di tenere pubblici comizi che, rivolto ad anarchici e massimalisti, verr per qualche tempo fatto valere, a titolo di prova, solo nei riguardi dei primi. Cos il 13 marzo, recatisi a Vigevano per tenere un pubblico comizio sul "dovere dei rivoluzionari nell'ora presente", Binazzi e Malatesta sono costretti a riunirsi con i compagni del posto in una saletta trovata all'ultimo momento(788). Il prefetto di Lucca, vietando i comizi pubblici che il "pericoloso anarchico" Errico Malatesta avrebbe dovuto tenere nella sua provincia (e oltre ai comizi gli eventuali cortei), fa esplicito riferimento alla circolare di Mortara e chiede un rinforzo di cinquanta carabinieri(789). Analoghe richieste cominciano a piovere sul governo, contemporaneamente, da quasi tutte le prefetture del regno.
"Urge (...) che siano subito inviate a Milano almeno cinquecento guardie regie e carabinieri (...)" implora Pesce dopo gli incidenti causati dalla mancata esposizione del tricolore a Palazzo Marino nel centenario della nascita di Vittorio Emanuele II: l'episodio che gli sarebbe costato il posto e in cui era possibile intravedere, secondo l'acuta osservazione di Anna Kuliscioff, "i primi albori della reazione, che sta sorgendo per timore del bolscevismo in tutti i paesi occidentali"(790).
La forza pubblica chiesta dal prefetto avrebbe dovuto servire a evitare conflitti tra socialisti e nazionalisti, gli "opposti estremismi" di allora. Ma evidentemente si trattava di una scusa, e la vera ragione era il timore della grande manifestazione pro Ungheria indetta dai socialisti per il 21 marzo: una manifestazione alla quale avrebbero dovuto partecipare "tutte le leghe della provincia (...) con bandiere e bande musicali (...)". Dopo aver calcolato in "parecchie decine di migliaia" le persone che sarebbero intervenute, il prefetto cos concludeva:

Io cercher e all'uopo ricorrer a tutt'i mezzi perch il comizio e il corteo abbiano luogo alla periferia della citt. Ma in qualunque caso occorre la forza necessaria per prevenire le eventuali conseguenze della manifestazione di un'enorme massa di lavoratori, fra i quali sono elementi intemperanti e facinorosi, e data la presenza di anarchici e l'infiltrazione di teppisti.(791)

Ancora una volta, contrariamente alle previsioni, tutto si svolse nel massimo ordine. Gli anarchici parteciparono al corteo ("Le tre bandiere nere degli anarchici" scrisse il quotidiano socialista "sono seguite da foltissimi gruppi di giovani che sventolano in alto su i bastoni l'Avanti! e Umanit Nova") e furono tra i centomila che assistettero al comizio dell'Arena(792). Solo un piccolo incidente turb la manifestazione. Un agente in borghese, mescolatosi alla folla, togliendo il fazzoletto da una tasca fece cadere distrattamente le manette(793). I dimostranti pi vicini se ne accorsero e gli somministrarono quella che Umanit Nova avrebbe poi chiamato "una bastonatura rivoluzionaria"(794). Era, diciamolo pure, il minimo che potesse capitargli.
Ai divieti, alle discriminazioni e ai piccoli soprusi si aggiunge lo stillicidio delle denunce. La mattina del 26 marzo Malatesta parla nel teatro di Pontassieve "inneggiando rivoluzione e suggerendo mezzi violenti per attuare riforme da lui propugnate": due giorni dopo il prefetto di Firenze assicura che l'anarchico "sar dal funzionario di P.S. denunciato"(795). La sera dello stesso giorno, ad Arezzo, chi vuol assistere al suo comizio, vietato all'aperto e permesso nella sala di un teatro, deve farsi dare dagli amici le indicazioni necessarie (perch il prefetto ha proibito anche l'affissione dei manifesti che annunciano la riunione) e sottoporsi, all'ingresso, a rigidi controlli (perch l'accesso al Politeama  consentito "soli soci associazioni promotrici riunione stessa muniti tessera personale")(796). Anche la sottoprefettura di Gallarate vieta il comizio indetto per il 28 marzo dagli anarchici di Cardano al Campo e uno dei Vella, venuto apposta da Milano, spiega "chi siamo e che cosa vogliamo" alle cento persone radunatesi tra le quattro mura del circolo Cavallotti. Avrebbero anche potuto permettergli di parlare in pubblico, visto che l'oratore "spieg teorie anarchiche affermando che attualmente non  il momento di tentare una rivoluzione nel nostro paese perch la massa non  sufficientemente preparata a governarsi"(797).
Intanto confidenti e provocatori soffiano sul fuoco. Scrive da Trieste un certo M.R.:

Da anarchico viaggiante Bologna-Venezia apprendo che a Milano nel partito anarchico  stato costituito un ufficio investigativo il quale possiede nome, cognome, connotati degli agenti investigativi pi valorosi della polizia italiana. Fu in merito agli elenchi di questo ufficio investigativo anarchico che venne riconosciuto l'agente percosso all'Arena di Milano. Gli agenti investigativi anarchici viaggiano e raccolgono notizie preziose.(798)

Ci sarebbe da ridere, se queste informazioni non fossero prese sempre sul serio e spesso usate come pretesto per operare arresti e perquisizioni o addirittura per imbastire dei processi. Il questore di Milano svolger "diligenti indagini" fino al 16 aprile prima di informare i superiori che "nulla  risultato in merito alla pretesa esistenza di ufficio istituito dagli anarchici per identificare gli agenti investigativi"(799).
Il 28 marzo comincia a Torino lo " sciopero delle lancette". Una settimana dopo, mentre a Roma si decide il suo trasferimento(800), il prefetto di Milano rivela l'esistenza di accordi tra anarchici, socialisti e sindacalisti

allo scopo di iniziare (...) l'occupazione delle fabbriche. Tale movimento dovrebbe iniziarsi contemporaneamente in tutto il Regno, ma si ritiene che avrebbe pi sicuri risultati in Liguria, Lombardia, Piemonte, Emilia e Romagna. Il movimento stesso sarebbe seguito dalla occupazione immediata dei municipi per facilitarne la riuscita.

Avrebbero aderito all'iniziativa, secondo Pesce, anche i "repubblicani rinunciatari", mentre le proposte per l'azione comune sarebbero partite dai socialisti, prontamente appoggiati dai gruppi anarchici-sindacalisti di Cerignola, Minervino Murge, Bari, Ancona, Rimini, S. Giovanni Valdarno, della Liguria e di Torino. Quanto allo "sciopero delle lancette", Malatesta

avrebbe dato a intendere che da una settimana all'altra anche Milano deve insorgere per solidariet con i compagni di Torino. In una privata riunione egli avrebbe anche detto che, malgrado la sua avanzata et, dovr fare in Italia qualche cosa di pi della settimana rossa e che non ceder se dovesse anche andare incontro alla fucilazione.(801)

Non c' che dire, sono notizie allarmanti. Quel che non si capisce molto bene  dove il prefetto sia andato a pescarle, visto che fino a quel momento i metallurgici torinesi hanno lottato da soli e anzi si lagneranno, a sciopero fallito, di essere stati abbandonati da tutti(802). Certo  che il governo reagisce additando il solito bersaglio:

Nelle divergenze di scopi e di metodi che si manifestano fra partiti estremisti notasi evidente tendenza partito anarchico prendere sopravvento sebbene minoranza mettendosi a capo agitazioni qualsiasi natura per ispirare proposito immediata azione violenta contro poteri statali strappando direzione masse lavoratrici anche alle stesse organizzazioni economiche. Bisogna dunque prendere nota di tali elementi tanto locali quanto forestieri che sarebbero particolarmente pericolosi in occasione di moti popolari nei quali si dispongono assumere parte preponderante. Appena tali moti accennino a verificarsi con evidente carattere politico,  necessario che anarchici e massimalisti siano immediatamente arrestati per sottrarre le folle al loro ascendente e impedire tentativo di trascinarle alla esecuzione di piani predisposti ma noti soltanto ai capi pi influenti. A tale scopo conviene tener sempre aggiornato elenco persone da arrestare e avere sicura notizia loro abitazione o recapito ovvero luoghi dove possano celarsi sapendosi ricercati.(803)

 il 7 aprile. Lo stesso giorno, quasi a lenire le paure del governo, Malatesta, parlando in un teatro di Novara, espone i propri concetti sull'anarchia "in una forma (...) cos addomesticata (...) che tutto (...) l'uditorio ha avuto questa convinzione: che invece di trovarsi davanti a uno che sembrava portare la voce della rivoluzione, si fosse trovato di fronte a uno di quei socialisti che vanno colle pi vecchie diligenze"(804).
Al 10 aprile risale l'oscuro episodio di Piacenza. In questa citt, dopo un affollato comizio di Malatesta, i carabinieri avrebbero sparato sulla folla cercando di colpire l'oratore. L'anarchico esce incolume dalla brutta avventura, ma altri due morti vanno ad aggiungersi al gi lungo elenco delle vittime degli eccidi proletari(805). Tre giorni dopo Pesce, ormai fritto come prefetto di Milano, trasmette un'altra delle sue notizie bomba:

Da fonte fiduciaria viene riferito che un gruppo di anarchici si proporrebbe di formare un forte nucleo di rivoluzionari (un centinaio) i pi in divisa di soldati, con alcuni indossanti quella di ufficiale. Essi dovrebbero essere armati di fucili che loro fornirebbe un soldato del settimo fanteria, amico di uno degli anarchici di detto gruppo. In una determinata notte un gruppetto di anarchici dovrebbe recarsi con un veicolo sotto una finestra della caserma del settimo fanteria, dalla quale il predetto soldato dovrebbe, in momento opportuno, far discendere, a mezzo di una fune, buon numero di fucili con relative munizioni, che egli sarebbe in grado di procurarsi, rilevandoli da un magazzino di cui terrebbe chiave falsa. E in altra notte designata un gruppo di uomini in divisa di soldati, comandato da qualche ufficiale, si porterebbe alla sede del comando militare in via Brera per impossessarsene, mentre altro gruppo si recherebbe allo stesso scopo alla prefettura e un terzo al palazzo municipale. Altri poi, indossando la divisa di ufficiali superiori, darebbero l'allarme nelle varie caserme e, approfittando della mancanza di nottetempo degli ufficiali, comunicherebbero alle truppe che, avendo il governo italiano dichiarato la guerra alla Francia, l'esercito si era ribellato e aveva a Roma proclamata la repubblica. E aggiungerebbero di essere stati mandati espressamente a Milano per assumere il comando delle truppe, facendo per presente, nel contempo, che si sarebbe proceduto all'immediato congedo dei militari tutti, essendo stato abolito il militarismo.(806)

Davanti a rapporti di questo genere c' da chiedersi se i tredici mesi passati da Angelo Pesce in una citt "calda" come Milano non gli avessero definitivamente alterato quell'equilibrio mentale che gi in gennaio era apparso un po' precario. Ma i prefetti, si sa, sono in genere persone di buonsenso. E dei loro messaggi si trova sempre una spiegazione valida, solo che si abbia la pazienza di cercare.
Stavano davvero preparando, gli anarchici milanesi, questa rivoluzione da operetta, con tanto di travestimenti, chiavi false, simulate dichiarazioni di guerra e autentiche proclamazioni di repubbliche? Dai documenti si direbbe di no. Avevano costituito, questo s, un "fascio milanese di azione rivoluzionaria", "composto di tutte le forze sovversive e avente per iscopo la preparazione di una azione intensa e violenta, diretta all'abbattimento dell'attuale regime", dandone l'annuncio (e persino l'indirizzo) sul loro quotidiano. E sulle colonne del medesimo giornale, lo stesso giorno di questo annuncio, il cronista Corrado Quaglino aveva iniziato la "sana campagna per la conquista rivoluzionaria dell'esercito" promessa poco tempo prima ai suoi lettori mettendo una nuova rubrica, "La voce del soldato", a disposizione di tutti quei militari che si erano gi pronunciati favorevolmente sulla sua precedente proposta: "la costituzione dei consigli dei soldati per la disgregazione dell'esercito e il rapido passaggio dei soldati alla rivoluzione sociale"(807). Se a tutto questo si aggiunge che proprio in quei giorni lo stesso Quaglino aveva dato inizio a un ciclo di conferenze antimilitariste sulla "necessit della propaganda rivoluzionaria nell'esercito", e che la prima di esse si era svolta proprio la sera del 12 aprile(808), non  molto difficile vedere su quali fondamenta Pesce avesse costruito il suo fantastico castello rivoluzionario. Ma non basta. Il 15 aprile Umanit Nova pubblicava, nella rubrica curata da Quaglino, la lettera di un soldato che, guarda caso, era proprio del 7 fanteria(809). Scritta il 12, questa lettera poteva aver colpito l'attenzione di un intercettatore civile o militare in tempo per essere portata a conoscenza del prefetto prima della compilazione del suo rapporto.  solo un'ipotesi, naturalmente. Ma il caso ha sempre avuto un ruolo secondario nella lunga lotta tra gli anarchici e l'autorit.
Forse Pesce, da perfetto burocrate, disse al governo solo ci che il governo desiderava sentirsi dire; ci che si voleva credere e far credere per poter diramare, poco dopo, un'altra circolare indirizzata ai prefetti di quattordici province, ivi compresa quella di Milano:

Con riferimento istruzioni date circa immediato arresto capi e dirigenti anarchici sindacalisti massimalisti in caso inizio movimenti carattere rivoluzionario avvertesi risultare che Malatesta Errico e Borghi Armando si propongono in occasione scoppio tali movimenti tenersi celati per dirigerli senza pericolo personale. Analogamente potranno condursi altri pi pericolosi sovversivi. Occorre pertanto che del Malatesta, del Borghi e degli altri pi influenti siano seguite costantemente [le] mosse e si conosca preventivamente dove potrebbero essere tenuti nascosti affinch arresto non sia ritardato.(810)

Borghi e Malatesta non strisciano lungo i muri avvolti in neri mantelli, ma il governo ha paura lo stesso. Dei soldati di leva non si fida, sapendoli esposti al "contagio" rivoluzionario. Perci affretta il reclutamento dei carabinieri, che in giugno saranno sessantamila (erano ventottomila alla fine della guerra), e delle malfamate guardie regie (venticinquemila in giugno)(811). Ma intanto, alla fine di marzo, a Milano i carabinieri sono millequattrocento (su un totale di cinquantamila in tutto il paese) e le guardie regie appena seicento(812). Il 21 aprile, dopo che i ferrovieri livornesi e i marinai della Duilio si sono clamorosamente rifiutati di trasportare le truppe destinate alla piazza di Torino (guadagnandosi il plauso di. Malatesta)(813), un'altra circolare parte da Roma:

In occasione di moti rivoluzionari che siano per verificarsi, il ministero non dubita che azione delle autorit sar sorretta dalla parte sana della cittadinanza che ne comprenda conseguenze funeste e necessit cooperare affinch ordine turbato sia prontamente ristabilito. Le SS.LL. vorranno promuovere e secondare iniziative dirette tale scopo, tenendo presenti raccomandazioni (...) circa forme e limiti contributo che cittadini possono dare e necessit che essi accettino direzione autorit governative che soltanto possono coordinarlo e valersene opportunamente.(814)

Come sempre nei momenti di pericolo, lo stato si accinge tranquillamente a violare le leggi che ha posto a tutela della propria esistenza, armando una parte della popolazione contro l'altra. L'appello  rivolto alla parte "sana", quella che  per l'ordine e la legge. Ma qual  questa parte "sana"? Ce lo spiega Enrico Flores, il nuovo prefetto di Milano, poco dopo il proprio insediamento:

Sin da quando assunsi servizio sto cercando disciplinare parte sana cittadinanza per necessaria resistenza in caso di moti rivoluzionari. Ho gi avuto al riguardo conferenze con associazione liberale, con lega antibolscevica e altre associazioni patriottiche per coordinare loro azione, ma ho fatto loro ben comprendere che non accetterei alcuna collaborazione se non disciplinata sotto i miei ordini e se non si tolga ad essa qualsiasi carattere di provocazione ai partiti sovversivi. Spero di avere da questi accordi risultati efficaci(815).

Ricorda Nitti, nella prefazione alle memorie di Flores, che invi a Milano il suo capo di gabinetto perch quella era la citt che lo preoccupava di pi. La missione del nuovo prefetto, alla quale il presidente del consiglio annetteva notevole importanza, doveva consistere nello smascherare la ciarlataneria di Mussolini(816). Ma Nitti si confonde. Crede di aver nominato prefetto il suo pupillo prima delle elezioni politiche del 1919, quando a Milano c'era ancora Pesce, e ce lo presenta come un docile strumento antifascista nelle sue mani capaci. Il telegramma citato dimostra invece molto bene che le prime intese di Flores a Milano furono, com'era logico attendersi da lui, con tutte quelle forze - liberali, nazionaliste e patriottiche, cio antibolsceviche e antioperaie - che dal primo incendio dell'Avanti! alla marcia su Roma si erano e si sarebbero sempre schierate con i futuristi di Marinetti, gli arditi di Vecchi e gli squadristi di Mussolini(817). Se  vero che antifascisti si pu anche diventare, bisogna ammettere che molti, e tra questi lo sfortunato Nitti, lo divennero piuttosto tardi, riuscendo poi a convincersi, con l'aiuto di opportuni vuoti di memoria, di esserlo sempre stati.
Il 23 aprile 1920, a mezzanotte, lo sciopero generale di Torino, che negli ultimi giorni aveva finito per interessare mezzo milione di operai industriali e agricoli(818), cessava con la firma di un concordato che riduceva le libert operaie all'interno delle officine e ristabiliva l'autorit dei padroni(819). Gli anarchici, che oltre ad aderire pienamente all'agitazione avevano cercato di estenderla ad altre regioni(820), cos ne salutavano l'insuccesso:

Lo sciopero di Torino  finito, e con esso tutto il movimento e tutte le speranze che ne erano sorte.
La "disciplina", quella disciplina che sottomette ogni movimento ai calcoli, alle paure, agli sbagli, ai possibili tradimenti dei capi, ha ancora una volta frenato lo slancio del proletariato che lotta per la sua emancipazione.
Ma un'altra disciplina si  affermata. (...)
 la disciplina che han mostrato gli operai di Sestri Ponente, scesi in sciopero per solidariet coi compagni di Torino nonostante le manovre dispotiche che soffocarono lo sciopero di Genova;  la disciplina dei ferrovieri che, senza aspettare ordini, fermano i tram che conducono i soldati, che si rifiutano a trasportare gli agenti massacratori di proletari;  la disciplina degli anarchici e dei membri della Unione sindacale italiana che, senza badare a distinzioni di scuole e di partiti, si misero a disposizione dei torinesi per fare tutto quello che potevano e che i torinesi domandassero loro.
E questa disciplina che determiner la vittoria.(821)

Ma dal fallimento dello "sciopero delle lancette" gli anarchici traevano un'altra e pi istruttiva lezione: l'esperienza torinese era per loro la prova migliore che scioperare non bastava pi.

Bisogna assolutamente e presto creare una mentalit diversa nella generalit dei lavoratori; far loro capire che se una prima astensione dal lavoro  utile alla rivoluzione per gettare il disordine nei servizi statali, bisogna per subito trovar modo di continuare a lavorare nell'interesse della rivoluzione medesima: che si faccia il pane pei lavoratori, che i rivoluzionari possano pei loro scopi adoperare telegrafi, telefoni e ferrovie, ecc.

Sull'azione degli anarchici in questa circostanza Volont aveva la coscienza tranquilla:

Gli anarchici, che pure sbagliano per la loro parte non poco in molte occasioni, questa volta non hanno rimproveri da farsi; hanno cio fatto tutto il loro dovere a favore degli scioperanti di Torino, ed evitato pi ch'era loro possibile d'accentuare i dissensi durante la lotta.

Se lo sciopero, che pure non era stato "cosa da poco", non aveva fatto una fine peggiore, il merito era forse proprio degli anarchici che ormai rappresentavano, in Italia, "una forza non pi trascurabile", con la quale il governo e gli industriali avrebbero prima o poi dovuto fare i conti(822).


UNA TATTICA NUOVA E INSINUANTE

Non abbiamo alcuna voglia di spendere parole e spazio per ricordare il Primo Maggio. Festa o protesta che sia, questa manifestazione ormai riguarda un passato senza ritorno. Nel senso come noi lo volevamo, oggi tutti i giorni  Primo Maggio. Ma la data in s ha perduto ogni significato, e noi l'abbandoniamo ai politicanti, ai socialtraditori di Noske e di Vandervelde, alle confederazioni di Jouhaux e di D'Aragona, alle commemorazioni ibride degli stessi governi che minacciano di cambiare questa data in una festa ufficiale qualsiasi, in cui si dice messa, si chiudono gli uffici e non si pagano le cambiali. Tutt'al pi i compagni possono profittare dei raduni di gente che si formano in quel giorno, per dirvi qualche parola irriverente e iconoclasta, per diffondere i nostri giornali, opuscoli e manifesti. Nient'altro! Bisogna che noi rivoluzionari e anarchici, se vogliamo un nostro giorno in cui sentirci simbolicamente uniti in tutto il mondo per la libert e per la rivolta, ne fissiamo un altro che non ci costringa pi in cattiva compagnia. Ma questo nuovo giorno, di festa e d'esultanza internazionale, ce lo fisseranno - lo speriamo vivamente - i lavoratori insorgendo contro lo stato borghese. Quel giorno sar il nuovo Primo Maggio(823).

Cos gli anarchici di Volont, stanchi di allegri raduni e inutili celebrazioni, esprimevano il loro fastidio per una ricorrenza ormai degenerata in festa di regime. Molt'acqua era passata sotto i ponti dal fervido Primo Maggio 1919, quando la distanza che separava il paese dalla rivoluzione pareva essersi ridotta a un niente. E all'esaltazione di quei giorni cominciava a subentrare, almeno tra gli anarchici, uno stato d'animo pi riflessivo e non scevro di amarezza.
Con l'eccezione di Torino, dove l'inevitabile reazione allo "sciopero delle lancette" si concret in un nuovo eccidio proletario(824), il Primo Maggio 1920 trascorse in tutta Italia senza incidenti di particolare rilievo. A Milano si celebr in sordina, con minor imponenza che in passato. "Molti, specialmente gli anarchici, non hanno partecipato al corteo" scrisse Umanit Nova "stanchi e nauseati dalle coreografie degli sbandieramenti, e perch pensano e credono che l'ora che passa dev'essere di preparazione rivoluzionaria. (...)"(825)
L'attivit del movimento era stata, fino ad allora, assolutamente pacifica. Da quando la polizia, scoperto il "complotto" di settembre, aveva tratto in arresto i due complici di Bruno Filippi e messo al fresco per qualche mese quei militanti che durante l'anno si erano pi esposti, gli anarchici milanesi avevano concentrato tutte le loro energie sull'obiettivo che appariva prioritario: la pubblicazione del quotidiano. Cos, mentre la prima sottoscrizione viaggiava verso il totale di lire 172.078,74 che avrebbe raggiunto alla fine di gennaio(826), si era provveduto all'acquisto delle macchine necessarie e alla loro installazione in via Goldoni. E mentre veniva formata la redazione del giornale altri compagni si preoccupavano, attraverso il comitato pro vittime politiche costituito subito dopo l'ondata di arresti di settembre, di raccogliere altro denaro da destinare alle necessit degli anarchici rimasti impigliati nelle reti della questura milanese.
C'era poi l'attivit propagandistica nella quale si prodigava Malatesta, forte dell'immenso prestigio accumulato in un'intera vita spesa al servizio dei diseredati, da quando aveva rimesso piede in Italia. Unione delle forze proletarie contro la borghesia mediante la creazione di un fronte unico comprendente anarchici, socialisti e repubblicani; preparazione economica e militare della rivoluzione; lotta al parlamentarismo e fiducia nella coscienza rivoluzionaria delle masse e dei soldati di leva: questi i temi principali della predicazione malatestiana, quali risultano non soltanto dai suoi scritti, in parte noti, ma anche dai tendenziosi rapporti dei prefetti. Ecco un breve campionario di questi ultimi.
Il 3 gennaio, a Bologna, Malatesta proclamava la necessit di prepararsi militarmente alla rivoluzione ed economicamente a una pronta ripresa della vita del paese dopo il rovesciamento del vecchio ordine(827). Il 5, a Rimini, espresse l'impressione che la rivoluzione "fosse pi prossima di quanto a lui sembrasse stando in esilio", parl della "necessit di provvedere prima al fabbisogno economico della popolazione" e cerc di mettere pace tra repubblicani, socialisti e anarchici(828). " questa" commentava acutamente il prefetto di Forl "la nuova e insinuante tattica che va svolgendo il Malatesta ai suoi fini rivoluzionari; l'amalgama cio dei partiti sovversivi, raccolti sotto la bandiera della lotta alla classe dominante." Per sottolineare, verso la fine del suo rapporto, come fosse "sempre predominante nel Malatesta e nei suoi seguaci la tesi della necessit dell'unione proletaria, che dovrebbe facilitare la fase rivoluzionaria"(829).
Ad Ancona, l'8 gennaio, Malatesta afferma di avere constatato, entrando nel regno, che la coscienza rivoluzionaria del proletariato  gi formata, che la rivoluzione deve ritenersi prossima, ma che "occorre provvedere, prima che avvenga, agli approvvigionamenti necessari in seguito"(830). Il 18, a Firenze, assicura che soldati e proletari sono pronti alla rivoluzione, che al momento buono baster rivolgere le armi contro le guardie e i carabinieri perch i soldati si rifiuteranno di sostenere il governo, che lo scopo della rivoluzione  l'abolizione della propriet privata e che i rivoluzionari dovranno agire spontaneamente senz'aspettare gli ordini dei leader politici e sindacali(831).
Il 4 febbraio, tornato a Livorno dopo l'arresto di Tombolo, critica socialisti e repubblicani e dichiara "necessario che gli anarchici si decidano a un'azione diretta"(832). Il giorno seguente, a Bologna, afferma che bisogna prepararsi seriamente alla rivoluzione, "senza pi chiacchiere o sporadiche azioni tumultuose che non possono fare alcun bene alla causa generale"(833). Salito a Milano verso la fine del mese, non manca di deplorare come alla Camera "non siasi mossa interpellanza circa gli arresti di anarchici qui avvenuti per lo scoppio della bomba in Galleria"(834).
Rapporti meno allarmanti giungono da altre province. Il prefetto di Pavia sostiene che Malatesta, il 14 marzo, avrebbe detto che la rivoluzione "non  cos prossima come da molti si crede", che le masse operaie "non sono del tutto preparate al grande sconvolgimento" e che, in ogni caso, occorrono "compattezza e preparazione accurata"(835). Il prefetto di Vicenza informa che a Noventa, il 5 aprile, in un discorso "non eccessivamente violento", il vecchio anarchico avrebbe dichiarato che la rivoluzione "non  ancora matura e dovr essere preparata con disciplina e con metodo"(836).
Non mancano i rapporti prefettizi nei quali si attribuiscono a Malatesta e ai suoi compagni posizioni incoerenti e millantatorie (come l dove il prefetto di Ancona, Bladier, un funzionario particolarmente ottuso, scrive: "A persona amica che lo avvicina (...) ha detto che egli, pur essendo avanti negli anni, far la rivoluzione; che questa  gi matura; che Genova, Milano e Torino sono pronte e che egli  sicuro che i primi a prendere parte al movimento saranno i socialisti di tendenza moderata")(837) o inviti assurdamente provocatori (come l dove il prefetto di Milano, Pesce, dopo aver riferito sul comizio del 4 aprile, contro la reazione negli Stati Uniti, scrive che Malatesta approva il sabotaggio delle navi americane e incita i lavoratori a "portare nelle tasche la rivoltella per reagire")(838).
Ma dalla massa di queste relazioni, che abbiamo ampiamente citato proprio per mostrare non quello che dicevano Malatesta e i suoi compagni ma quello che, filtrato e distorto da confidenti, questurini e prefetti, risultava al governo che egli avesse detto, emergono i lineamenti di una normale campagna propagandistica, oratoria e giornalistica, la cui violenza non pu dirsi maggiore di quella che era riscontrabile nei discorsi e negli scritti degli esponenti di altre forze politiche.
Abbiamo assistito, fin qui, a una serie di panegirici, pi o meno infiammati, della rivoluzione; non per ad atti rivoluzionari veri e propri, n a esplicite istigazioni alla violenza. E abbiamo seguito le normali attivit di un movimento politico in via di riorganizzazione (quali le riunioni per il quotidiano, la fondazione della sezione milanese dell'Uai, la creazione di gruppi rionali)(839). Eppure, nonostante ci, l'azione del governo nei confronti di questo stesso movimento viene ben presto ad assumere, in un quadro generale sottoposto alle scosse di rivendicazioni sociali sempre pi incalzanti, una carica repressiva del tutto indipendente dalla sua reale pericolosit.
Quelle che si combattono, ancora una volta, non sono le bombe ma le idee. A Milano, dalla fine della guerra all'estate del 1920, l'esplosivo degli anarchici ha sfondato qualche muro, infranto vetrate e lampadari, distrutto una scala e fatto una sola vittima: un anarchico(840). Questo il bilancio dello spauracchio terroristico. Nello stesso periodo, in compenso,  uscito un quotidiano che va a ruba tra gli operai(841): tira cinquantamila copie perch il governo non gli passa un maggiore quantitativo di carta, ma forse potrebbe diffonderne di pi. Questo giornale scrive cose che danno fastidio, le scrive tutti i giorni in un linguaggio a volte un po' sgrammaticato ma sempre comprensibile anche per chi non ha molta dimestichezza con la carta stampata, e pur con i suoi tanti difetti potrebbe diventare un potente catalizzatore di forze prima disperse e senza sbocco.
Si  cercato di impedirgli di uscire e si  riusciti solo a ritardarne la pubblicazione di qualche mese. Sono per bastati una cinquantina di numeri per convincere il governo della necessit di agire in modo pi deciso verso il nuovo focolaio di sovversione. Se a bloccare l'uscita del giornale non  stato sufficiente intercettare la corrispondenza, sequestrare i versamenti dei sottoscrittori, lesinare la carta per la stampa(842), si tenter di rendergli la vita dura col boicottaggio, con le perquisizioni, con la pioggia di denunce a carico del gerente, del direttore, del cronista.


"SI COMINCIA..."

Il Primo Maggio 1920 fu il secondo Primo Maggio, dopo quello del 1914, che Malatesta pot festeggiare in vent'anni entro i confini del suo paese. Il vecchio anarchico lo pass a Savona, dove prese due volte la parola al comizio unitario indetto dalle sinistre(843). La sera prima aveva parlato, davanti a circa quattromila persone, in un teatro di Sestri Ponente. Era stata una conferenza assai brillante, che per gli aveva fruttato una denuncia per istigazione a delinquere(844). Pochi giorni dopo, a Milano, l'autorit giudiziaria sequestrava Vittime sociali, un opuscolo antimilitarista scritto da un anarchico, Giancarlo Giorgetti, che si celava sotto lo pseudonimo di Nostasiode. Al sequestro del volumetto, che era stato diffuso il 1 maggio tra i partecipanti al corteo socialista e nel quale si faceva una "dannosissima propaganda"(845), gli anarchici rispondevano con un volantino:

(...) VITTIME SOCIALI (...)  un documento vivo delle infamie perpetrate dai tribunali giberna e dallo stato di guerra.  l'unico libro sovversivo di guerra incriminato.  dovere di ogni operaio e di ogni soldato il leggerlo e farlo leggere.(846)

L'mcriminazione dell'opuscolo offriva alla questura il pretesto per una "diligente" perquisizione negli uffici di Umanit Nova, eseguita il 10 maggio "allo scopo di sequestrarvi qualunque documento (...) potesse fornire indizi per l'identificazione dell'autore (...)". Essendo per questa prima perquisizione rimasta infruttuosa(847), il 22 maggio ne veniva fatta un'altra (senza mandato) nello stabile di via Goldoni 3.(848). E qualche giorno dopo, in una "Lettera... perduta", il caustico Damiani poteva scrivere a Gasti:

Ma ragioniamo un po', dato che sia lecito ragionare con un regio questore che, stanco di stare a Milano, cerca tutti i pretesti per provocare un'agitazione che lo faccia trasferire altrove...
(...) io non metto in dubbio i suoi poteri (...) Ma lei deve convenire che nella perquisizione ordinata non si contenevano soltanto l'abuso di costume, e l'arbitrio di regola, ma anche la volont di provocarci, trattandoci da imbecilli.
Ecco; data la ristretezza dei locali di redazione e di amministrazione, noi abbiamo affittata una stanzetta al secondo piano nello stabile stesso in cui sono i nostri uffici.
Uno di quei bei tipi che truffano tutti i giorni il questore, con le loro confidenze, a prezzo fisso e alla carta, glielo  venuto a raccontare e lei, lei nella sua alta intelligenza s' detto: l  il deposito dell'artiglieria nemica!
Ora, detta tra noi, crede che se avessimo, e purtroppo non ne abbiamo, cannoni e mitragliatrici da mettere in esercizio nel giorno in cui si far il bilancio del dare e dell'avere, crede lei che noi si sarebbe cos imbecilli da tenerli in via Carlo Goldoni n. 3, piano 2, in una stanzetta che d su una terrazza di passaggio comune?...
Ma se si fosse cos imbecilli come lei ci giudica, crede lei che noi si starebbe qui a fare un giornale che molta gente non pu soffrire? Crede lei che Nitti non si sarebbe affrettato ad offrirci una prefettura del Regno?(849)

Per tutto il mese, dalla vigilia del Primo Maggio, una valanga di perquisizioni si era abbattuta sugli anarchici milanesi e sui loro simpatizzanti, tanto da indurre il quotidiano a pubblicare un appello:

Da diversi giorni i birri, comandati dai loro caporali di San Fedele, vanno operando minuziose e ripetute perquisizioni nelle abitazioni dei nostri compagni. La regione maggiormente presa di mira forse perch maggiormente popolare e sovversiva -  quella di Greco e Turro.
Dette perquisizioni vengono fatte per trovare "armi e munizioni".
I nostri compagni di tutte le regioni sono perci avvisati(850).

Le perquisizioni erano spesso accompagnate da arresti che, conditi con qualche percossa, duravano parecchi giorni prima di essere revocati.
Il 12 maggio, poi, Umanit Nova si macchiava di un nuovo, curioso reato ostinandosi a mantenere il prezzo di dieci centesimi. Una ventina di giorni prima il governo aveva infatti promulgato, allo scopo dichiarato di limitare il consumo della carta, un decreto-legge che raddoppiava il prezzo dei giornali. Quando Malatesta, come direttore di Umanit Nova, era stato invitato dal ministro del commercio a prender parte a una riunione destinata ad appianare i contrasti esistenti a tale proposito tra governo ed editori, gli aveva risposto con un secco telegramma in cui respingeva ogni ingerenza dello stato tra il suo giornale e il pubblico:

Non siamo impresa commerciale ma opera di propaganda, e non esistono antagonismi d'interessi tra noi. Non accettiamo inserzioni a pagamento. Intendiamo vendere il giornale al prezzo che desiderano i nostri compagni, passivit essendo coperta da sottoscrizioni volontarie. (".)(851).

Per qualche tempo Umanit Nova aveva creduto di poter contare, per opporsi a un provvedimento considerato liberticida, sull'adesione di tutta la stampa proletaria. Infatti, prima della promulgazione del decreto, quotidiani e periodici sovversivi avevano auspicato a loro volta la costituzione di un fronte unico di opposizione. Poi, a "violenza compiuta", il quotidiano anarchico si era accorto, senza stupirsene troppo, di essere rimasto solo(852). Non per questo aveva cambiato idea.

Umanit Nova mantiene il prezzo di 10 centesimi; lo manterr a ogni costo poich ci tiene a essere letta dalla massa operaia alla quale col caro-giornali si vuol precludere oggi la via alla lettura e allo studio di quei fatti economici e politici che si vorrebbero o ignorati dal popolo o discussi solo dagli organi importantissimi e moderati(853).

Umanit Nova, ribadiva Damiani poco dopo, " un quotidiano che niente ha di comune con gli altri giornali" e che "nulla di comune vuole avere con essi". Umanit Nova non era un'impresa commerciale ma

l'organo di un partito, o meglio di un forte insieme di individui i quali si sentono uniti da un programma che nelle linee generali essi tutti professano e del quale vogliono il trionfo. Si tratta dunque di un organo di propaganda che non pu accettare prezzi proibitivi di vendita e di abbonamenti che ne limiterebbero la circolazione tra le classi proletarie, alle quali specialmente la sua propaganda  rivolta.(854)

Quelli di Umanit Nova erano interessi ideali e morali, sostenuti e fatti valere a dispetto di ogni preoccupazione commerciale e finanziaria. E alle spese di propaganda dovevano concorrere esclusivamente gli interessati a quella propaganda, mediante lo strumento della sottoscrizione volontaria(855).

Cos, a partire dal 12 maggio, il quotidiano anarchico sovrappose alla propria testata una scritta ben visibile che diceva semplicemente: ""Umanit Nova" mantiene il prezzo di 10 cent.". Questa scritta sarebbe apparsa fino alla fine di agosto, quando il costo crescente della carta costrinse anche questo giornale a portare il suo prezzo a 15 centesimi.
Il 20 maggio, sotto l'ironico titolo "Si comincia...", il quotidiano anarchico informava i suoi lettori della prima denuncia sporta a carico del gerente, Dante Pagliai, per certi articoli pubblicati il 27 marzo. "Si tratta di reati" commentava il giornale "commessi in uno dei primi numeri apparsi dopo la cessazione della censura. Di maniera che di quei tali mandati  probabile che ne vengano ancora tanti..."(856)
Facile profezia. Pochi giorni dopo veniva formalmente incriminata la rubrica antimilitarista "La voce del soldato", che in un mese e mezzo aveva pubblicato decine e decine di lettere provenienti da ogni parte d'Italia nelle quali militari di tutte le armi denunciavano i soprusi, le violenze e l'odio antioperaio dei loro gallonati superiori. Il tono di Quaglino, nel dare la notizia della denuncia a suo carico, era addirittura baldanzoso. "Il nostro giornale ha bisogno di essere diffuso [in] ogni dove, ed ecco una buona occasione per triplicare la tiratura!" proclamava il giovane cronista pregustando un clamoroso processo nel quale gli accusati si sarebbero trasformati in accusatori per inchiodare il "mostro" del militarismo alle sue sanguinose responsabilit(857).
Contro il militarismo, e all'insegna della solidariet con la Russia dei soviet (contro la quale si batteva in quel momento la Polonia, finanziata e armata dalle potenze occidentali), fu il comizio che i socialisti tennero a Milano la sera del 24 maggio, anniversario della dichiarazione di guerra. Tra gli applausi ai metallurgici che si rifiutavano di fabbricare materiale bellico e ai ferrovieri che disobbedivano all'ordine di portarlo in Polonia, per gli anarchici parl il solito Vella. "Egli dice" scrisse l'Avanti! "che mentre le orde interventiste si dibattono nelle convulsioni della morte le forze vive e sane del proletariato italiano si uniscono in un patto di solidariet che confermi ai compagni russi che per la loro salvezza e per la rivoluzione comunista tutte le forze rivoluzionarie sono unite." Applaudito a sua volta, Vella concluse affermando che "gli anarchici, come furono coi socialisti contro la guerra, saranno coi socialisti per la rivoluzione"(858).
Dopo di lui doveva prendere la parola D'Aragona. Ma, scrive Umanit Nova,

gruppi di nostri compagni, coadiuvati da giovani socialisti ed estremisti sinceri, elevarono una tempesta di motteggi, di fischi, di urla al "pompiere" che rimaneva impassibile, dritto sulla tribuna.
Qua e l si accesero dei veri tumulti tra compagni e "pompieri", volarono parecchi pugni e qualche bastonata che and a infrangere una paglietta.
Il pandemonio a un certo momento prese forme di vera violenza; i nostri compagni per resistettero e non vennero cacciati.
In mezzo a quest'uragano di opposizione D'Aragona tent di parlare, fece due o tre gesti e poi scese dalla tribuna. Il tumulto "anti-pompieristico" dur una buona mezz'ora(859).

Salito sul podio a sua volta, Armando Borghi sconfessava i fischiatori affermando, secondo l'Avanti, che

quei tre o quattro che hanno fischiato non possono avere alcun rapporto n coi sindacalisti n cogli anarchici, poich chi ha fischiato ha dimostrato di non aver tenuto conto della causa per cui il popolo  stato convocato; causa alla quale tutte le frazioni del sovversivismo offrono la pi vibrante e incondizionata solidariet(860).

Borghi diceva una cosa non vera, o per un errore di valutazione o per diplomazia (o a fargliela dire era l'Avanti!). A fischiare erano stati anarchici, sindacalisti e giovani socialisti, e Umanit Nova non si perit di ricordarglielo: "Gli  invece che i nostri compagni hanno il coraggio di fischiare e di gridare in faccia "pompiere" al "pompiere" e non quello di fischiarlo... sulle colonne d'un settimanale"(861). (Cio su quelle di Guerra di classe, l'organo dell'Usi di cui Borghi era praticamente il direttore.)
Finito il comizio, al quale avevano assistito "parecchi soldati di fanteria"(862), un corteo di giovani socialisti e di anarchici tent come al solito di raggiungere piazza del Duomo e come al solito fu caricato e disperso. L'ultimo gruppetto, riformatosi a un imbocco della Galleria, fu sciolto a bastonate da una squadra di agenti investigativi che arrestarono, tra gli altri, l'anarchico Primo Parrini, "per aver cercato di respingere gli agenti con l'asta di una bandiera"(863).


"TAL DEI TALI, ANARCHICO"

Primo Parrini era un perugino di ventidue anni, simpatico e intelligente, che collaborava a Umanit Nova con aggressive vignette d'ispirazione scalariniana e faceva opera di propaganda anarchica partecipando a dibattiti e conferenze(864).

Era stato ufficiale e decorato. E da questa giovent in cerca di vie nuove si era messo con gli anarchici, non so come e non so perch. Perch proprio con gli anarchici? Ma forse perch era il movimento nel quale si entrava pi facilmente.(865)

Finita la guerra, ottenuto il congedo, Parrini si impieg all'Avanti! come procacciatore di pubblicit.

Era un tipo vivace, uno che non dormiva. Sveglio, con una discreta cultura. Si distingueva dagli altri. Venne tra noi, fu accolto affabilmente. Parlava benino. Non era un oratore, ma insomma... Certo si dava da fare, si era messo in luce. Aveva una posizione di fiducia.(866)

I sistemi usati dalla polizia milanese erano gi stati oggetto di una dura campagna dell'Avanti!. Alla fine di marzo Umanit Nova un la sua voce alle proteste del giornale socialista accusando gli agenti di violenze sulla persona di un arrestato. L'accusa fece s che il questore chiamasse Malatesta nel suo ufficio per assicurargli di aver preso da tempo "provvedimenti severissimi, draconiani", al fine di scongiurare il ripetersi dei maltrattamenti(867). Uscito dal carcere dopo un paio di settimane, cos Parrini, smentendo il questore, descriveva la sua prima visita alla camera di sicurezza della questura centrale e il diverso trattamento ches fin da allora, era riservato dalla polizia ai "rossi" e ai fascisti:

In guardina gli agenti distribuirono come di costume busse da orbo a tutti, senza distinzione di colore e di et. E, naturalmente, busse anche al signor Arquati; le quali per vennero sospese (...) quando egli, piangente, confess la sua qualit di fascista. (...)
Gli altri sei (...) - poich non erano fascisti - continuarono a gustare l'eroismo della nostrana poliziottaglia borbonica.
All'Arquati venne trovata indosso una Browning mastodontica, carica di 12 colpi... Ma due ore dopo egli veniva rimesso in libert.(868)

Anche Parrini aveva fatto il suo breve viaggio dalla stazione di partenza, San Fedele, a quella di arrivo, San Vittore. Quali erano le condizioni del carcere milanese?

L'edificio (...) ha una capacit di 600 celle per altrettanti detenuti. Oggi in San Vittore pi di 2000 disgraziati giacciono ammonticchiati fra di loro. In ogni cella angusta e lurida non vi sono mai meno di tre detenuti; e talvolta ve ne sono quattro e perfino cinque.
Ogni norma igienica o morale  calpestata. Pidocchi, cimici, pulci e ogni altro ben di dio deliziano accanto alla scabbia e a ogni altra sorta di malattie che rabbiose infieriscono. Detenuti politici, borsaioli, pederasti e minorenni si accavallano in una ridda tumultuosa. Le guardie carcerarie sono quanto di pi amorevole si potrebbe concepire. Chi sta male e bussa alla porta della cella, o urla o chiama, pu comodamente morire prima che un secondino si decida a togliersi la pipa di bocca per aprire lo sportellino e lanciare un'ingiuria.
(...) Il vitto che viene somministrato  quanto di pi ripugnante si pu immaginare. (...)
Quest'assieme di mostruose iniquit ci riempie l'animo di sdegno. E noi oggi chiamiamo i compagni a riflettere (...) e a pensare soprattutto che detenuti politici di parte proletaria (...) sono sepolti in gran numero nella terribile tomba di San Vittore.(869)

Finire a San Vittore, nel 1920,  facilissimo. Non occorre essere degli incalliti delinquenti. Basta non appartenere a quelle classi che del carcere conoscono solo il muro esterno e che, davanti a ogni recrudescenza della criminalit, reagiscono chiedendo pene pi dure e leggi pi severe. Due tipi di arresto, tra i molti utilizzabili in questi anni, appaiono particolarmente iniqui: quello "a disposizione della questura" e quello "per misure di pubblica sicurezza". Spiega Carlo Molaschi, del comitato pro vittime politiche:

Il primo avviene in ogni tempo e in ogni luogo, non ha regole n limiti. Il poliziotto ferma il cittadino sulla pubblica via: - Dove andate? - A casa - risponde il cittadino. - Benissimo, favorite in questura per cinque minuti -. Giunto in questura il cittadino viene palpato, perquisito, elencato in un brogliazzo e passato in guardina a far compagnia ai pidocchi e ad annusare le feci.
Il giorno seguente, con comodo, un delegato (...) esamina i documenti e gli oggetti scoperti nelle sue tasche. Basta una tessera, una copia di Umanit Nova, un biglietto da visita con un nome sospetto per decidere della sua sorte. Il cittadino, ben ammanettato, vien fatto montare su di [un] omnibus sgangherato e condotto a San Vittore. Nuovi palpeggiamenti e nuove perquisizioni. Attraverso l'ufficio matricola e le celle di transito questo disgraziato cittadino assapora le prime delizie del carcere. Ancora un altro giorno e poi viene portato (...) nelle celle comuni (...).
Passano altri giorni, il cittadino aspetta. Perch sono qua? Nessuno glielo sa dire. - Voglio scrivere a [un] avvocato. - Segue pazientemente la gerarchia del rapporto: la guardia, l'appuntato, il capo raggio, il capo guardia. Quest'ultimo gli dice che non pu scrivere perch non  ancora il giorno destinato. D'altronde  "a disposizione della questura", dunque niente di grave. Passano otto giorni, ne passano quindici. Il cittadino bestemmia. I suoi famigliari, gli amici si fanno bistrattare da tutti i poliziotti per ottenere la scarcerazione.  incensurato,  un lavoratore,  un buon uomo... Passano venti giorni e anche pi. Finalmente, una sera, la porta della cella si apre, il cittadino  condotto nell'ufficio matricola, firma un libro e vien messo alla porta.
Sbalordito si guarda intorno: - Ma perch ho fatto venti giorni di carcere?(870)

Il secondo tipo d'arresto  quello "per misure di pubblica sicurezza".
Questo avviene alla vigilia o in occasione di scioperi e dimostrazioni. Un cittadino qualunque ha la fortuna di avere un posto nel casellario della questura. In questo posto vi  un bel dossier gonfio di fogli, note, fotografie, impronte digitali, avvolto in una copertina rossa e con scritto sopra, in calligrafia nitida, "Tal dei tali", "Anarchico".
Il cittadino "Tal dei tali, anarchico",  servito per tutta la vita, campasse anche due secoli. Sciopero in vista? Ecco: una ventina di poliziotti, in abito da galantuomo, si reca di buon mattino a casa sua. Bussano: - Chi ? - Amici!
L'uscio si apre. - Desidera? - Sa, c' il signor commissario che avrebbe bisogno di parlarle per cinque minuti...
Il cittadino "Tal dei tali"  abituato a simili avventure (...)
(...) La sua odissea  incominciata. Guardina, omnibus, San Vittore, cameretta, camerone, pidocchi e altro ancora per parecchi giorni. Poi, a sciopero finito e con un po' di margine per tema di qualche rincalzo, il cittadino "Tal dei tali, anarchico"  libero di farsi arrestare un'altra volta.(871)

Con questi metodi si cercava di paralizzare l'attivit del movimento. Il 28 maggio Quaglino e Pagliai furono chiamati a palazzo di giustizia e interrogati a lungo. Contro Malatesta, in quei giorni assente da Milano per un giro di conferenze in Toscana, fu spiccato un mandato di comparizione per il discorso di Savona sul Primo Maggio(872).
"Mandati di comparizione" commentava Umanit Nova "ce ne giungono ormai un paio al giorno, indice dei tempi e della buona volont del signor giudice nel servire lo stato. Eppoi dicono che c' penuria di carta e che i magistrati non lavorano!"


"LA REAZIONE VINCER?"

La mattina del 29 maggio Raymond Pricat, un esponente della minoranza sindacalista francese che da molto tempo abitava a Milano, dove aveva preso la parola durante il comizio antimilitarista di cinque giorni prima, fu arrestato e successivamente espulso. A chi gliela chiese la polizia neg ogni spiegazione. "Evidentemente" scrisse Umanit Nova "comincia a spirar vento di reazione. Una serie non interrotta di arresti e di perquisizioni ne sono l'indice sicuro."(873)
Al comizio di protesta per l'espulsione di Pricat, tenutosi due sere dopo nel cortile delle scuole del corso di Porta Romana per iniziativa dell'Usi e dei gruppi anarchici milanesi(874), parlarono Borghi e Malatesta(875). Durante la manifestazione si verific un incidente molto simile a quello avvenuto poco tempo prima all'Arena. Un agente investigativo, mischiatosi alla folla che riempiva il cortile, fu riconosciuto "da qualcuno a cui egli in guardina aveva gi somministrato cazzotti, calci, schiaffi e sputi" e si vide restituire "capitali e interessi"(876). Disarmato ed espulso dal cortile, l'agente corse a rifugiarsi in "una certa casa di via Paolo da Cannobio" che era "sede e poppatoio del fascismo locale"(877).
Il fatto offr alla questura il pretesto per una seconda ondata di perquisizioni. Con la scusa di cercare la rivoltella sottratta all'agente, il 1 giugno furono perquisite varie abitazioni di compagni ("anarchici pericolosi di qui"). Nella casa di uno di essi si trovarono ben due casse di roba di Malatesta che il funzionario di polizia, invece di aprire sul posto, fece portare al commissariato(878). La notizia del sequestro delle misteriose casse appartenenti alla figura pi rappresentativa del movimento anarchico italiano esalt il ministero dell'interno, che chiese subito notizie del loro contenuto. La risposta, ahim, fu deludente:

Numerose perquisizioni fatte ad anarchici non ebbero esito positivo meno sequestro qualche rivoltella. Anche casse di Malatesta non contenevano nulla di notevole, essendo ripiene di indumenti personali, libri e giornali.(879)

L'episodio delle casse di Malatesta, che dovevano traboccare di armi, munizioni, esplosivi e piani di complotti, e che invece contenevano abiti smessi e giornali vecchi, potrebbe far sorridere. La "perquisizionite acuta"(880) di Gasti no, perch non si trattava del capriccio di un questore indispettito per la dabbenaggine di uno dei suoi uomini, ma di un sintomo preciso di ci che da alcuni mesi stava accadendo in Italia.
Il 3 giugno, in un lungo articolo significativamente intitolato "La reazione vincer?", un collaboratore di Umanit Nova tratteggiava con molta fedelt un quadro della lotta tra proletariato e borghesia dal primo dopoguerra alla met del '20.

La borghesia italiana, dopo l'armistizio, in diverse occasioni ha corso il rischio di vedersi violentemente rovesciata dalla furia del popolo, che sembrava deciso una buona volta a uscire dall'orribile situazione nella quale la borghesia l'aveva gettato quattro anni prima e dove tentava di mantenerlo a forza.

Ma la borghesia si era sempre salvata. A ogni tentativo rivoluzionario ne era seguito uno reazionario finch, con l'aiuto del pompierismo riformista e del "vischio parlamentare", la borghesia aveva compreso che la lotta era tutt'altro che perduta. Cos,

mentre nei primi tempi, dopo la fine della guerra, i lavoratori hanno vinto con una grande facilit che poteva far pensare a uno stato di avanzato dissolvimento delle forze della borghesia delle lotte importanti e non di sola ragione e origine economica: otto ore di lavoro, acceleramento della smobilitazione, pronta reazione a episodi di sopraffazione borghese, ecc., pi tardi queste battaglie sono diventate pi difficili a vincersi, anche quando le richieste sono state pi modeste, e le vittorie furono meno complete e si registrarono anche delle sconfitte abilmente mascherate; mentre insomma la pressione borghese continuava ad aumentare, la resistenza proletaria non si dimostrava egualmente energica.

La reazione andava organizzandosi a poco a poco. Prima gli industriali resistettero da soli, poi chiesero l'aiuto del governo. E il governo, organizzata la guardia regia, la mise a loro disposizione.

E la guardia regia intervenne, e cominci a sparare e ad ammazzare. Quando uccise le prime volte il proletariato insorse violentemente e il governo, un po' preoccupato, promise inchieste, mand in villeggiatura qualche prefetto e non premi subito gli sparatori; poi la guardia regia continu a sparare, a uccidere e a massacrare, e le proteste furono sempre meno generali e quindi meno efficaci, e oggi si arresta, si deporta, si espelle, si uccide, si compie ogni arbitrio palese e odioso, e nessuno osa una protesta che sia veramente efficace.

La borghesia diventa ogni giorno pi audace, gli industriali si riuniscono in associazioni, finanziano i fondi di resistenza, si accordano per opporsi a ogni richiesta che possa intaccare anche in minima parte i principi dell'autorit e della propriet. Gli agrari seminano le loro terre di morti proletari. I partiti politici reazionari inscenano dimostrazioni e cortei. I sicari aggrediscono impunemente gli uomini pi in vista dei partiti sovversivi. I questurini picchiano, le guardie regie e gli arditi sparano. Giolitti sente che il vento  cambiato e pone la propria candidatura al governo. I partiti politici gli danno il benvenuto, sicuri che l'uomo della Banca Romana toglier ai nuovi ricchi qualche briciola del bottino di guerra ma in compenso salver loro la vita e il resto del malloppo.

Dunque: reazione che si organizza e che stringe dappresso il proletariato, e proletariato che invece di rintuzzare risolutamente l'offensiva borghese cede continuamente terreno.
 questa una ritirata strategica o l'inizio di una disfatta?
Vi  ancora speranza di vittoria o dobbiamo attenderci il ritorno delle leggi eccezionali, il terrore bianco, la fine di tutte le nostre speranze?(881)

Il 3 giugno, con parole violentissime, gli anarchici milanesi denunciano un'altra delle tante forme di repressione attuate nei loro riguardi: il sabotaggio del quotidiano. L'appello  rivolto ai ferrovieri "amici", che sono caldamente invitati a vigilare sui pacchi del giornale(882).
Il sabotaggio non  una novit. Fin dal primo numero Umanit Nova  stata sequestrata nelle caserme, strappata di mano ai soldati sorpresi a leggerla in pubblico, bandita da molti uffici e officine, boicottata persino dai socialisti, che ne hanno impedito la vendita all'interno della Camera del lavoro. Ci nonostante il giornale si  imposto. Si  imposto, spiega il quotidiano ai primi di giugno tracciando un primo bilancio della propria esistenza, "come una necessit indeclinabile del movimento rivoluzionario, come una forza viva e operante, come una potenza reale e non trascurabile". E, pur essendovi ancora "innumerevoli localit" ove non giunge, "la sua diffusione ha superato ogni pi rosea aspettativa, e il consenso che ha suscitato attorno a s d sicuro affidamento per l'avvenire"(883).
La sera del 3 giugno, nel piazzale della stazione, una piccola bomba colpisce il Palace Hotel.  la prima dopo molti mesi. Pochi i danni, nessuna vittima. Si arrestano due persone, che non sembrano avere nulla di anarchico e che si dichiarano innocenti. Poliziotti e guardie regie danno del fatto due versioni contrastanti: per i primi la bomba sarebbe stata gettata dal giardino, per le seconde da fuori. "Che sia un "bis" dell'intelligente bomba di via Monte di Piet dell'ottobre [recte: novembre] scorso?..." si chiede, insospettita, Umanit Nova(884).
Se la bomba del Palace Hotel era forse una provocazione (come quasi certamente lo era stata quella del 10 novembre, che aveva permesso alla questura di effettuare vaste retate di anarchici)(885), non si pu negare che ci fosse, in questo inizio di giugno, un certo fermento tra gli estremisti del mondo sovversivo. Con l'aumento della temperatura era cresciuta anche la tensione, e l'escalation repressiva delle autorit contro gli anarchici non poteva non aver influito sulle teste calde tornate in circolazione dopo il repulisti dell'anno prima.
Ma la rabbia, anche se giustificata,  quasi sempre cattiva consigliera. E troviamo sintomatico il fatto che la stessa Umanit Nova si fosse rifiutata, in quei giorni, di pubblicare gli avvisi di convocazione dei cosiddetti gruppi d'azione, suscitando le proteste di molti lettori. Col suo rifiuto il giornale voleva solo metterli in guardia perch non cadessero stupidamente, come appunto era gi successo, in qualche trappola. "L'"azione", se mai" aggiungeva con una strizzatina d'occhi "non si fa preannunziandola sui giornali e riunendosi in locali notoriamente sorvegliati dalla polizia."(886)
Ma gli anarchici che fremevano dall'impazienza di agire sembravano sordi alle raccomandazioni di cautela. E tra essi quei pochi che, come Mariani, avevano imboccato la via del terrorismo.  lo stesso Mariani d'altronde a spiegare come la scelta del terrorismo avesse influenzato la sua mentalit, gettandolo in uno stato di profonda instabilit emotiva e, ci sembra di poter aggiungere, allontanandolo dalla comprensione degli obiettivi e dei sistemi della lotta di massa.

Quello che questo metodo di propaganda mi aveva rivelato era la facilit colla quale lo stesso terrorista poteva finire vittima della propria bomba prima di colpire i nemici. Infatti nelle considerazioni anticipate sugli effetti del lancio di una bomba non mancava quella di poter rimanere uccisi. Considerazione che veniva a costituire una speciale forma mentale, tutta caratteristica del terrorista, difficile a spiegare e ancor pi difficile a capire, per cui l'interpretazione del suo stato d'animo era quasi sempre egualmente lontana dalla realt, fosse stata fatta da parte di nemici o di amici.(887)

Il terrorista passava in un baleno dall'entusiasmo per la riuscita delle dimostrazioni e degli scioperi alla disperazione per la "vilt dei molti" che al primo urto con la forza pubblica l'obbligava a lasciare sul terreno i compagni morti e feriti. "A questo stato d'animo reagivamo con l'unico mezzo rimastoci: l'azione diretta come l'avevamo ormai concepita ed esperimentata."(888)


"CONTRO L'IMPERIO DELL'AUTORIT"

Nell'Italia del 1920 il pane era ancora il principale mezzo di sostentamento della stragrande maggioranza della popolazione. Aveva un prezzo politico - una lira al chilo - che comportava, per le casse dello stato, una perdita secca di cinque o sei miliardi l'anno, poich lo scarto col prezzo del grano, soggetto a ripetuti aumenti, era andato crescendo sempre pi(889). Il 4 giugno il governo eman un decreto-legge col quale si portava il prezzo del pane da 1 lira a 1,50. L'impopolare decisione, presa in un momento di grave crisi economica, non poteva restare senza conseguenze.
A Milano, il 7 giugno, dopo un grande comizio all'Arena al quale avevano partecipato molte migliaia di operai e contadini(890), un folto corteo raggiunse piazza del Duomo e poi l'Avanti!.

Aveva preceduto d'un cinque minuti l'arrivo di questo grosso corteo un nucleo di un centinaio di dimostranti con tre bandiere rosse che, infilata la Galleria, si port in piazza della Scala e vicino al Cova. Randellate e sassate mandarono in frantumi le vetrate del Cova, indi il piccolo ma energico gruppo rientr in Galleria. Dirimpetto al "Grande Italia" i pescicani, affacciati ai mezzanini del ristorante, provocarono i dimostranti, inveendo contro [di loro] e sparando un colpo di rivoltella. Fu un attimo. Il nucleo, invece di sbandarsi, rispose alla provocazione borghese sparando contro il "Grande Italia" numerose revolverate. La Galleria era completamente sgombra. I carabinieri giunsero a squadre alcuni minuti dopo e, naturalmente, presero le difese di "lor signori"(891).

Mentre i carabinieri sbarravano la Galleria verso piazza della Scala, da via Grossi sbuc nell'Ottagono un gruppo formato da una cinquantina di manifestanti, evidentemente anarchici, muniti di una bandiera rossa con la scritta "N dio n padrone". Poco dopo, tra i fischi e le urla della folla, entrava in Galleria una lunga colonna di soldati. Si poteva allora assistere a una scena piuttosto singolare.

La folla li circonda e li applaude freneticamente. Sulle baionette innastate dei soldati vengono infilati diecine di Avanti! e di Umanit Nova; una bandierina rossa viene posta sul berretto di un. soldato; le operaie li abbracciano e li baciano.  un delirio di entusiasmo. I soldati ci sorridono, e parlano, sono commossi: "Siamo con voi, siamo vostri fratelli. Non spareremo mai. Con voi soffriamo e speriamo!" dicono commossi i soldati. Gli ufficiali, impotenti a reagire, assistevano calmi e impassibili. Un maggiore dalla lunga barba biondastra si affanna a mettere "l'ordine", a calmare l'entusiasmo rivoluzionario. "Dio mio - esclama - cosa succede? Come fare?"
Viene intonata "Bandiera rossa": i soldati accompagnano l'inn, chi a gran voce chi sottovoce. Si rinnova il delirio di entusiasmo rivoluzionario. I soldati ci sorridono ancora, poi vengono fatti passare tra due file di carabinieri e disposti lungo la Galleria, dalla parte di piazza della Scala.
I carabinieri hanno assistito a questo delirio di operai e di soldati col livido sulla faccia: cinici e impassibili(892).

Quella sera, nel centro della citt, gruppi di dimostranti, ai quali si erano mescolati numerosi camerieri, in sciopero da un mese, spaccarono le vetrine di parecchi caff e ristoranti. Una squadra di fascisti fu affrontata sotto i portici di piazza del Duomo e messa in fuga a bastonate. Un'altra, pi tardi, in Galleria, si sfog in alti evviva all'Italia dietro uno sbarramento di carabinieri(893).

Da tempo, a Milano, arditi e ufficiali avevano stretto una tacita alleanza contro il comune nemico proletario. La sera del 9 giugno, dopo alcuni giorni di "caccia all'operaio"(894), furono loro a trasformarsi in lepri(895) Ma la protesta popolare, violentissima anche altrove, aveva gi raggiunto il suo obiettivo. Il decreto era stato annullato e il pane tornava al prezzo di prima. Quando, all'apertura della Camera, il governo si present dimissionario, Umanit Nova osservava con ragione che gi due volte esso era stato fatto cadere "pi dalla pressione e opposizione dall'esterno, delle masse operaie, che da una vera opposizione parlamentare."(896) La prima volta, a determinare la crisi, era stato lo sciopero dei postelegrafonici; la seconda, l'indignazione popolare per un provvedimento grave e inopportuno.
Intanto, una nuova crisi andava maturando. L'8 giugno, nella stazione di Cremona, alcuni ferrovieri avevano notato che certi vagoni carichi di materiale destinato - secondo le autorit militari - alle acciaierie di Terni contenevano invece cannoni e casse di munizioni. Sospettando che si trattasse di materiale bellico fornito ai nemici della Russia rivoluzionaria, i ferrovieri bloccarono il convoglio. Il capostazione Bergonzoni reag all'iniziativa punendo il personale del treno. E i duemila ferrovieri cremonesi proclamarono lo sciopero bianco, dichiarando che non avrebbero ripreso il lavoro finch il capostazione non fosse stato rimosso(897). I ferrovieri di Cremona dipendevano dal compartimento di Milano, e perci la richiesta di trasferimento fu presentata al direttore di questo compartimento, ing. Pedrazzi, che la respinse(898).
L'11 giugno, a mezzogiorno, tra le pensiline della stazione centrale di Milano echeggia lunghissimo il fischio di un treno in sosta.  il segnale dello sciopero di solidariet proclamato nel compartimento. Si chiudono le biglietterie. I ferrovieri restano dove sono, inoperosi.  lo sciopero bianco. I treni in arrivo vengono bloccati nelle stazioni limitrofe, a Musocco, Lambrate, Rogoredo. Una calma un po' sinistra avvolge i convogli silenziosi fermi sui binari(899).
Quella sera la stazione centrale di Milano sembra un edificio in stato d'assedio. Nella sala d'aspetto di terza classe alcuni soldati, del 68 fanteria cercano di schiacciare un pisolino su uno straterello di paglia sparsa sul pavimento. Un cronista di Umanit Nova, intrufolatosi fin l, riesce a farne parlare qualcuno. Cosa pensano, i soldati, dello sciopero dei ferrovieri?
"Negli scioperi  sempre il povero fante che paga" rispondono in quattro o cinque, tutti insieme. "Allora siete contro i ferrovieri?" "Non siamo contro. Non possiamo essere contro chi, come noi,  sfruttato. Comprendiamo perfettamente le ragioni di questo sciopero. Potessimo fare noi altrettanto contro i nostri comandanti!"
Anche i soldati sono cambiati, commenter il cronista. Non sono pi quelli di Bava Beccaris. "E questo nuovo orientamento, ineluttabile, non dobbiamo affatto trascurarlo" conclude il giornale anarchico. "E noi auguriamo di cuore ai soldati che presto facciano contro i loro comandanti quello che oggi fanno i ferrovieri contro i loro padroni. Allora sar la liberazione."(900)
La stessa sera, mentre nella casa dei ferrovieri di via San Gregorio si tiene un primo affollatissimo comizio, nel quale il cronista di Umanit Nova nota "vivissimo entusiasmo, tensione di animi forti, virili propositi rivoluzionari"(901), la questura milanese vieta il comizio indetto dagli anarchici alla Bovisa(902). "Il rione" scriver il quotidiano anarchico protestando per l'illegittimo provvedimento, "era letteralmente in stato d'assedio. Carabinieri, guardie regie, camion e squadre di poliziotti che perquisivano con mali modi i passanti" e staccavano dai muri i manifesti affissi clandestinamente(903).
Due giorni dopo, a Monza, il fatto si ripete. La parola al prefetto Flores:

Il giorno 13 corrente giunse a Monza l'anarchico Errico Malatesta per tenere un comizio privato in un locale delle scuole di via Lecco di quella citt. Siccome per il comizio non aveva sostanzialmente carattere privato fu vietato dall'autorit politica e allora il Malatesta tent parlare in piazza Roma ove eransi assembrate 250 persone circa in gran parte curiosi ma intervenuti 15 militari arma, 60 uomini truppa e un funzionario di pubblica sicurezza l'assembramento fu sciolto senza incidenti(904).

Non potendo parlare a Monza, Malatesta, con Vella e Borghi, partecip ai comizi dei ferrovieri che si tenevano, due volte al giorno, nel cortile del loro circolo. Nonostante la feroce campagna antioperaia della stampa governativa, l'entusiasmo era forte, la compattezza totale. Non un crumiro era uscito dai ranghi dei ferrovieri in sciopero, tra i quali si trovavano anche i capistazione, i capideposito, gli impiegati e gli appartenenti a tutte le altre categorie professionali. Il servizio era ridotto al minimo. Dalla stazione di Milano non partivano che due o tre treni al giorno. Un convoglio, guidato da elementi della marina e del genio, mossosi da Piacenza una sera alle sette, era arrivato a Milano alle sei della mattina dopo: undici ore per coprire sessantacinque chilometri, alla velocit di un uomo che cammina.
Comprensibile l'entusiasmo di Umanit Nova, che la spinge ad ardite profezie:

Oggi i lavoratori vogliono fare da s, senza padroni e leggi. (...) Nessuna coartazione di sorta pu infrangere questo sano orientamento libertario: n la riforma n la reazione. "L'imperio della legge e del capitale" sta per essere definitivamente diroccato. La libert sta per essere instaurata in un regime comunistico, nel quale non occorreranno decreti affamatori e militarizzazione di operai ferrovieri. Lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo sta per essere abolito per volont rivoluzionaria delle masse produttrici. I capitalisti e i loro tirapiedi urlano perch sentono avvicinarsi le ultime ore della loro esecrata e sanguinosa esistenza. (...) Tentano di intimorire i timidi e di creare defezioni nel campo rivoluzionario. Ebbene, si sbagliano di grosso. I veri intimoriti, i veri ridotti in fin di vita sono essi, i governatori. La massa  rivoluzionaria e non si lascia n blandire, n intimorire; ogni giorno lascia cadere un formidabile colpo sul traballante "imperio dell'autorit". Ieri infrangendo il decreto dell'ora legale e quello del rincaro del pane, oggi frantumando il patto di complicit dell'italiana borghesia con quella mondiale nell'assassinio della rivoluzione russa. E tutto ci il proletariato ha fatto al di fuori e contro il parlamento, nella piazza, applicando l'azione diretta. Questa  la via buona.(905)

La via  certamente buona, dal punto di vista dell'anarchismo. L'unico guaio  che nessuno sa bene dove porta, n come arrivare in fondo. E, mentre si procede a tentoni per quella via che nessuno conosce, ai rari colpi che i rivoluzionari riescono a menare contro l'"imperio dell'autorit" si oppongono quelli, pi fitti e micidiali, del potere.


IL PERICOLO PI GRANDE

Per la sera del 16 giugno la Federazione anarchica lombarda, costituitasi appena da due settimane(906), indisse un grande comizio contro la reazione e le nuove avventure del militarismo italiano. Nel cortile delle scuole del corso di Porta Romana avrebbero dovuto parlare Parrini, Borghi, Bastiani per i socialisti e un rappresentante del sindacato ferrovieri(907).
All'ora fissata, "forti gruppi di guardie regie e di carabinieri si pongono agli sbocchi delle vie del centro per impedire ai comizianti di recarsi al luogo stabilito". Davanti alle scuole doppi cordoni di guardie "non permettono a chicchessia di avvicinarsi alla porta d'ingresso". In piazza Missori stazionano altri carabinieri e guardie in divisa e in borghese. "Sembra proprio di essere" commentava l'Avanti! "in un'eccezionale giornata di reazione."
I "birri" hanno l'ordine di perquisire chiunque. Avviene cos che "dei tranquilli cittadini, costretti a passare tre, quattro e pi cordoni, siano sottoposti a divrse perquisizioni. Le proteste (...) vengono represse con brutali minacce e con l'immediato arresto". Sorpresi dallo schieramento di forze, e nell'impossibilit di tenere il comizio annunciato, gli anarchici decidono di partecipare a quello socialista di via Vignola. Dovranno andarci a piedi; "perch i tram della linea di Porta Romana sono stati costretti a interrompere per qualche tempo la circolazione in causa dei cordoni formati un po' dappertutto dalla forza pubblica e dai capannelli dei comizianti e dei curiosi che si formano qua e l per protestare contro le inqualificabili misure reazionarie della questura".
Anche cos  una folla enorme quella che si riversa nel cortile di via Vignola. Il socialista che apre il comizio ricorda ai presenti che esso " stato indetto per protestare contro le avventure militari in Libia e in Albania". Ora, per, dopo la proibizione del comizio anarchico, " necessario che dall'imponente radunata esca una fiera protesta contro le misure reazionarie prese a carico dei compagni anarchici".
Gli oratori si susseguono sul podio. L'anarchico Parrini invita i lavoratori "a sapersi conquistare seriamente e con forze proprie il diritto di riunione". Il socialista Agostini afferma che il suo partito "difender al fianco degli anarchici il diritto di riunione per tutti". Schiavello, per la Camera del lavoro, dichiara che "l'unico mezzo per protestare efficacemente contro il divieto poliziesco  quello di chiamare il popolo a comizio per la stessa questione per la quale l'avevano convocato gli anarchici"(908).
Alla fine della manifestazione Schiavello e Agostini si recarono dal questore per conoscere i motivi della proibizione del comizio anarchico. Essa era perfettamente legittima, spieg Gasti, poich la prescritta dichiarazione degli organizzatori gli era pervenuta solo quel pomeriggio, e non con le ventiquattr'ore di anticipo previste dalla legge. Quanto alle perquisizioni, il questore disse di averle ordinate per impedire che uomini armati potessero raggiungere il centro della citt(909).
Il nuovo passo avanti sulla via della repressione antianarchica trovava un lucido commento nelle colonne di Umanit Nova:

La proibizione del comizio (...) dev'essere considerata semplicemente come un fenomeno a s di tracotanza questurina oppure come l'indice di una reazione (...) che, cominciando col colpire noi, (...) lentamente poi, attraverso violenze e insidie, estender la sua funzione repressiva e liberticida contro anche gli elementi socialisti pi moderati ma, nonostante la moderazione, irriducibili alle losche seduzioni nelle quali Giolitti fu sempre maestro?
Potremo ingannarci, ma a noi la seconda ipotesi sembra la pi verosimile. (...)
E che la reazione voglia cominciare dagli anarchici, contando o sperando sui dissensi che assai spesso ci dividono dai socialisti, non lo prova l'episodio del comizio proibito con tanto lusso di armigeri (...) ma il tono assunto da tutta la stampa (...)
Evidentemente una parola d'ordine  stata raccolta (...)
In tutti i giornali dell'ordine borghese noi troviamo le stesse accuse contro gli anarchici e quasi con le stesse parole; e vi troviamo le stesse insidiose lodi che si estrinsecano in distinzioni, ignorate ieri, per certi uomini del socialismo e anche per i metodi del P.S.I., che non si devono confondere con i nostri (...)
I socialisti di Milano hanno evidentemente compreso il giuoco e il tranello che loro si tende. Hanno evidentemente intuito che la reazione non si limiter a sopprimere la libert degli anarchici (...)
Al comizio in via Vignola sono state dette parole che noi abbiamo ascoltato con piacere e che la borghesia e il governo dovranno non ignorare.
I dissensi che dividono gli anarchici dai socialisti sono dissensi che riguardano noi, o per lo meno che dovrebbero riguardare soltanto noi (...)
Ma noi diciamo anche che se per sciagurata ipotesi si dovesse restar soli a sostenere l'impeto della raffica reazionaria, noi, gli anarchici, sapremo ritrovare noi stessi.
E ai compagni di tutta Italia noi lanciamo oggi il nostro grido d'allarme: Pronti a tutto, con i socialisti e anche da soli(910).

Lo stesso giorno in cui queste parole apparivano su Umanit Nova partiva da Milano per il nuovo presidente del consiglio dei ministri una lunga analisi del prefetto sugli orientamenti delle varie forze politiche, della stampa e degli industriali cittadini.
I "partiti dell'ordine", tra i quali Flores metteva significativamente i fasci di combattimento, i nazionalisti e gli arditi, erano "in completo sfacelo". Divisi tra loro, non rappresentavano diversit di programmi ma ambizioni personali e, quel che era peggio, "ambizioni di uomini che gi furono nella vita pubblica, che non lasciarono buon nome della loro arnministrazione, che furono sorpassati e vorrebbero ora risorgere per l'esclusivo loro particolare interesse".
Da quando si trova a Milano Flores ha cercato di "unificare queste forze disgregate, che si disperdono, mentre potrebbero essere una forza viva", l'unica in grado di "battere il partito socialista". Ma la collaborazione promessa  sempre mancata, "perch non  possibile sopire senili ambizioni, far tacere vecchi rancori e far comprendere le difficolt dell'ora presente e il pericolo che corre il paese".
La stessa stampa, del resto,  divisa. Il Corriere della Sera "si atteggia a democratico, per convenienza industriale pi che per convinzione, e conserva nell'animo quello spirito di reazione che vorrebbe lo stato di assedio e la repressione delle pubbliche libert". Il Secolo non ha una linea sicura, essendo lo strumento di uomini che lo utilizzano "pi per fini personali che per generale interesse". E se L'Italia, l'Avanti! e Umanit Nova "rivelano tutti gli eccessi, tutte le intemperanze, tutte le violenze dei rispettivi gruppi", La Perseveranza "non dimentica di essere stata fondata dai conservatori lombardi", dei quali difende gli interessi, e La Sera, sorretta da un gruppo di industriali, "non rappresenta che l'ambizione politica di un uomo mediocre". Il Popolo d'Italia, infine,  l'espressione dell'interventismo e il faro della casta militaristica, "che va trovando ancora avventure".

Fra tanta diversit di programma non sar mai possibile avere una stampa veramente collaboratrice del governo. Si potr avere una collaborazione parziale di momento in momento, ma sulle questioni politiche pi gravi o nel campo elettorale si avranno divisioni notevoli che disgregheranno sempre pi le forze dei partiti dell'ordine a vantaggio esclusivo dei partiti sovversivi.

 stata la scarsa fiducia nell'opera dei partiti dell'ordine che ha indotto gli industriali a raggrupparsi in federazione "per organizzare la resistenza contro ogni movimento operaio". L'iniziativa  stata accolta con favore. Quasi tutti si sono iscritti e hanno concordato la creazione di "un fondo sociale di parecchi milioni". Il programma della federazione si compendia in una parola: resistenza. Per questo si sono prolungati certi scioperi che in altre circostanze sarebbero stati felicemente composti. Certo  che la federazione

rappresenta sempre una forza viva che potr essere utilizzata in casi di disordini: e io ho gi avuto la sua collaborazione sia nel predisporre i provvedimenti per un eventuale sciopero degli operai elettricisti, sia nell'attuale sciopero ferroviario, sia per predisporre una organizzazione di resistenza nel caso di disordini.

Da che parte essi possano venire, per il prefetto  abbastanza chiaro. Quello che domina nella provincia  il partito socialista, "non perch (...) sia l'espressione della maggioranza, ma perch (...)  [il] meglio organizzato". Durante l'ultima campagna elettorale

fu attivissima la propaganda socialista, con carattere assolutamente sovversivo, tanto che le masse credevano che fosse venuto il momento della rivoluzione. Ne consegu una folle richiesta di miglioramenti economici, una tendenza nelle classi operaie a vivere alla pari della classe borghese, una continua indisciplina che dal semplice disprezzo per i dirigenti delle officine arrivava, per gradi, fino al pensiero di impossessarsi degli stabilimenti. E per conseguenza si ebbero scioperi in tutte le classi operaie, alcuni facilmente composti, altri trascinatisi per mesi intieri con grave danno per le industrie e con minor danno per gli operai, ai quali la locale camera del lavoro durante lo sciopero corrisponde larghi sussidi, quasi eguali alle mercedi che percepivano.

Questo stato d'animo comincia a impensierire anche i leader operai. Consci del fatto che un movimento rivoluzionario "non avrebbe esito favorevole", prima essi rinfocolano i sentimenti della massa poi consigliano di attendere un momento pi propizio. Se questa  la linea della Cgl e dei "migliori" rappresentanti del gruppo parlamentare socialista, non mancano per gli estremisti, capeggiati dalla direzione dell'Avanti!. "E poich essi sanno che non potrebbero fare un movimento organico, con programma prestabilito e con probabilit di risultato, sperano nelle violenze degli anarchici, delle quali essi poi profitterebbero, trascinando nel movimento anche i pi moderati."
E gli anarchici?

Gli anarchici (...) in questo momento rappresentano il pericolo maggiore, perch essi, a prescindere dalla propaganda violenta che fanno quotidianamente, ogni giorno cercano di provocare disordini, ora affrontando le regie guardie e i carabinieri, ora provocando ufficiali, ora molestando inermi cittadini. Essi sperano che alle loro provocazioni si risponda, perch in tal caso sono disposti agli atti. pi violenti, sicuri che verrebbero appoggiati dal partito socialista, il quale, per la sua preparazione e per la disorganizzazione degli altri partiti, dovrebbe subito avere il sopravvento. La tattica che finora  riuscita, per non provocare disordini,  quella di non accettare le loro provocazioni. D'altra parte  sempre continuo il servizio di vigilanza su di essi, si vietano i loro comizi, si perquisiscono, si arrestano gli armati, dando cos la sensazione che il governo non dar loro mai tregua per colpire e punire ogni loro azione delittuosa(911).


I CAPRICCI DI UN QUESTORE

Nella seconda met di giugno gli allarmi per una probabile ripresa della guerra in Albania si fecero sempre pi frequenti. Il 18, un venerd, nel cortile delle scuole elementari di via Campo Lodigiano ebbe luogo un comizio contro la reazione e per le vittime politiche durante il quale, per gli anarchici milanesi, parl ancora Parrini. "Scopo principale del comizio" scrisse l'Avanti! era "affermare che i socialisti vogliono rispettato per tutti il diritto di riunione."(912)
La stessa sera, nella vicina piazza Missori, un gruppo di bersaglieri aveva celebrato l'anniversario della fondazione del corpo. Fascisti e fiumaroli approfittarono della circostanza per inscenare una dimostrazione al grido di ""Viva l'Albania!". In corso Italia, per, lo striminzito corteo militarista malauguratamente si imbatt in un folto gruppo di socialisti e anarchici reduci dal comizio di via Campo Lodigiano. "I soldati sono stati rispettati" scrisse l'Avanti!; "ma  stata rotta la testa a qualcuno dei "soliti" che, rievocando nell'animo torbido le "radiose giornate", ha creduto di poter impunemente, fra piume e lucerne, inneggiare alla guerra"(913)
Altri incidenti avvennero in piazza del Duomo, quando un gruppo di sovversivi tent di forzare l'accesso alla Galleria per inscenarvi una dimostrazione antimilitarista e fu disperso dai carabinieri; e in piazza Sant'Ambrogio, dove anarchici e socialisti si scontrarono con un gruppo di giovani popolari reduci da una funzione religiosa provocando un tafferuglio durante il quale uno studente cattolico fu ferito da un colpo di pistola(914).
Il sabato pass tranquillo, ma la tensione non era diminuita. Domenica sera, 20 giugno, poche decine di irriducibili rappresentanti delle cosiddette associazioni patriottiche tornarono ad accalcarsi intorno al monumento del generale Missori, nella piazza omonima, per protestare contro la ventilata riduzione del corpo dei bersaglieri e l'allontanamento da Milano di uno dei loro reggimenti. Due oratori, tra i quali un "ufficialetto", arringarono i presenti. Ma nella piazza, praticamente vuota, solo un gruppo di irridenti sovversivi accolsero la concione a suon di fischi.
Quando il piccolo corteo militarista, protetto dalla forza pubblica, ebbe imboccato corso Italia, piazza Missori rest in mano ai sovversivi, che vi improvvisarono una contromanifestazione(915). A un tratto si ud un grido: "Arrivano i fascisti!". Da corso Italia, la rivoltella in pugno, alcuni uomini irruppero nella piazza "sparando all'impazzata"(916). Gli opposti schieramenti si scambiarono una trentina di colpi. Sette furono i feriti: sei operai e il figlio di un generale(917). Commentava l'Avanti! due giorni dopo:

Alcuni giorni fa il questore proibiva agli anarchici milanesi di tenere un pubblico comizio (...).
Domenica sera un'accolta di briganti sfida una citt per tre quarti socialista con una manifestazione militaristica e la questura interviene quando  gi stato versato del sangue. (...) Constatiamo (...) i due pesi e le due misure dell'autorit politica locale in fatto di libert di riunione.
Abbiamo detto autorit locale? Potrebbe darsi, per, che essa obbedisse a degli ordini nuovi - regnando Giolitti e... Bonomi tutto  possibile - e che quindi quanto avviene da alcuni giorni a Milano non rappresentasse altro che i sintomi di una nuova politica di reazione e di provocazione ai danni del partito socialista e del proletariato.  quello che vedremo quanto prima.(918)

Non ci sarebbe stato molto da aspettare. Mentre il questore di Milano vietava l'affissione di un manifesto del partito repubblicano e faceva arrestare un comunista ungherese perch fosse espulso dall'Italia e riconsegnato ai boia di Horthy(919), il prefetto si accingeva a proibire per la seconda volta in pochi giorni un comizio antimilitarista indetto dagli anarchici per la sera del 21 giugno(920). Il nuovo divieto, ordinato "per misura d'ordine pubblico", provoca una dura reazione degli anarchici che si vedono sottoposti, unica forza politica in tutta la citt, a una vera e propria legge eccezionale mai votata dal parlamento. Protesta Umanit Nova:

In Milano tutti possono comiziare rispettando, o no, la legge, avvisando, o no, il questurino di piantone sulla porta di San Fedele; tutti, cominciando dai beceri del nazionalismo che non nascondono la rivoltella e il pugnale e che predicano in piazza la strage degli avversari, [fino] ai figli dei preti e alle figlie di Maria, che si attardano oltre la mezzanotte sulle porte delle loro mistiche taverne urlando che vogliono dio per loro re; il quale dio poi sarebbe il papa.
Tutti possono comiziare, a Milano, fuori che gli anarchici.

Perch?

I perch sono diversi, ma il principale  questo: noi, gli anarchici, non siamo in grado di opporci con un grande spiegamento di forze ai capricci di un questore (...).
Ah! commendator Gasti, noi siamo sinceri, noi non facciamo dei bluff intorno all'opera nostra; noi non possiamo opporre sulla piazza pubblica centomila proletari ai vostri giannizzeri. Forse quei proletari ci verrebbero, ma i caporali non lo consentono.

L'articolo finiva con una nota minacciosa: "Giacch c'impedite di parlare nei nostri comizi, noi andremo a parlare in quelli dei vostri amici. Ce ne andr di mezzo l'ordine pubblico! Pazienza. Non avrete che a ringraziare voi stesso." La libert "dev'essere un fatto per tutti o per nessuno" e, "dove comincia l'eccezione, la ritorsione ha l'obbligo di farsi avanti con tutte le sue armi."(921)
 dunque in un clima di profonda esasperazione, almeno per quest'ala del fronte progressista, che si arriva al 22 giugno, e al comizio di solidariet con i ferrovieri indetto all'Arena per il pomeriggio di quel giorno. Alle 13,50, tre ore prima della manifestazione, parte da Milano un allarmato messaggio del prefetto:

Vengo informato che nel comizio odierno saranno tentati incidenti per provocare una reazione che potrebbe giustificare domani uno sciopero generale col quale sarebbe risoluto [?] anche sciopero ferrovieri. Ho raccomandato al questore la maggior tolleranza fin dove  possibile e la maggiore energia nel caso sia necessario intervenire, per quanto sar possibile con la scarsa forza disponibile (...)(922).

Che fondamento avevano queste informazioni del prefetto? Una risposta alla domanda pu essere cercata nelle memorie di Giuseppe Mariani, l dove l'anarchico mantovano spiega quale fu la sua attivit dopo l'eliminazione, da parte della polizia, del gruppo terroristico di Bruno Filippi. Tornato in libert dopo il proscioglimento in istruttoria, Mariani aveva infatti costituito un secondo gruppo terroristico con altri tre compagni: Giuseppe Boldrini, Ettore Aguggini e una terza persona della quale non si conoscono che le iniziali, O. C.(923)
Giuseppe Boldrini era un operaio di venticinque anni, celibe, fornito di istruzione elementare. Conterraneo di Mariani (era nato a Viadana, in provincia di Mantova, il 20 novembre 1894), abitava a Milano. Aveva una certa prestanza fisica, i capelli castani, la fronte alta, gli occhi bigi, il naso aquilino(924). A parte i connotati, di lui non si sa molto. A Leonida Repaci, che lo conobbe due anni dopo, al processo per la strage del Diana (dove, giovanissimo avvocato, difese con coraggio e con passione uno degli imputati minori), Boldrini fece una grande impressione. Gli parve un tipo freddo e deciso, il classico uomo d'azione. "Ci fossero stati qualche centinaio di uomini come lui, in Italia, forse la storia avrebbe preso un'altra piega."(925)
"Alto, magro, volto pallido, occhi neri smisurati.  la figura dell'asceta: l'eterno sognatore atteso sempre dal sacrificio. La sua parola  misurata, incisiva, fredda. Non una parola ricercata, non una frase sonora, non un gesto vano." Cos, durante il medesimo processo, un compagno di fede descrisse Ettore Aguggini(926). Nato a Milano il 23 marzo 1902, orfano di madre dall'et di sei anni, Aguggini era il pi giovane componente del secondo gruppo terroristico (a parte O. C., di cui non si sa nulla). Anche lui aveva studiato fino alla quinta elementare, poi si era messo a lavorare. Materassaio, macellaio, valigiaio, da qualche anno faceva il meccanico. All'anarchia si era accostato durante la guerra, studiando il comportamento dei compagni di lavoro e leggendo L'Unico di Stirner. "Allo stabilimento ausiliario dove lavoravo (...) vedevo tanti giovani forti e robusti che inneggiavano alla guerra" disse al processo per la strage del Diana(927). "Nella mia piccola intelligenza pensai che loro per i primi dovevano farla, la guerra... A poco a poco covai una sorda ribellione che mi condusse all'anarchia." Aguggini e Mariani si erano conosciuti nel 1919(928).
Nei primi mesi del 1920 il nuovo gruppo terroristico si limit a partecipare a ogni manifestazione proletaria. Intanto, per, non trascurava di accumulare armi ed esplosivo "in vista delle necessit rivoluzionarie, che sembravano aumentare di giorno in giorno". Infatti a Milano, e per quanto si sapeva anche in altre citt, "tutto spirava rivolta", e "quelli che sembravano i pi esperti in situazioni del genere dicevano che la rivoluzione mancava solo di essere dichiarata"(929).
Lo sciopero proclamato dai ferrovieri per protestare contro il trasporto di materiale bellico in Albania parve a Mariani l'occasione buona per passare finalmente all'azione. Per la prima volta confezion una bomba con le proprie mani e, "con altri", la piazz sotto un ponte "perch suonasse ammonimento ai ferrovieri crumiri". Ma lo scoppio non ci fu, o per un errore di fabbricazione o perch l'ordigno era stato (come sospett il terrorista) manomesso da qualcuno(930).
Altre bombe esplosero, in giugno, in vari punti della citt: una il 3 al Palace Hotel, una davanti all'Hotel Cavour nella seconda settimana del mese, una la sera del 12 in una stanza al primo piano del Kursaal Diana ("ritrovo dell'aristocrazia bagasciera milanese") dov'era entrata dalla finestra. La stessa sera una Sipe scoppiava nel giardino del Sempioncino, senza fare n danni n vittime, e il 14 un petardo davanti al bar Pedrinis, fracassando vetrine, bottiglie e bicchieri(931).
Mariani non rivendica queste "azioni" e, nonostante tra gli obiettivi figuri proprio quel Kursaal Diana dove, l'anno dopo, avverr la strage, il sospetto di una partecipazione sua o di qualche altro membro del gruppo terroristico a questi "botti" non sembra fondato. Non lo sembra perch il mese di giugno fu caratterizzato, a Milano, da una lunga agitazione del personale alberghiero e di mensa che in certi momenti, come rappresaglia, provoc delle vere e proprie "cacce al cameriere".  dunque pi probabile che le bombe e i petardi, tutti lanciati contro alberghi, caff e ristoranti, fossero partiti dalla mano di qualche cuoco o cameriere esasperato(932).
Ci non significa che Mariani e i suoi compagni fossero rimasti inoperosi.

Noi del "gruppo" avevamo fatto un'intensa preparazione specialmente negli ultimi giorni che precedettero il grande comizio all'Arena del 22 giugno 1920, non perch sapessimo che avrebbe avuto luogo; ma solo per l'evidenza degli avvenimenti forieri di altri sempre maggiori. Quel giorno per eravamo decisi a dare il massimo di esempi che ci fosse stato possibile per animare il popolo e sospingerlo ad azioni decisive, qualora si fosse riversato nel centro della citt.(933)

Se per si tiene presente che fin dall'autunno del 1919 Giuseppe Mariani era sorvegliato dalla polizia,  lecito supporre che qualcosa di questa attivit, di questa "intensa preparazione" effettuata alla vigilia del comizio, fosse giunto, attraverso i soliti canali, all'orecchio delle autorit. Se ci avvenne, si spiega facilmente come il prefetto di Milano, parecchie ore prima della manifestazione del 22, potesse prevedere "incidenti" e predisporre tutte le misure necessarie per stroncare sul nascere ogni tentativo di sovversione.


"STASERA SI FA A FUCILATE"

Il comizio del 22 giugno all'Arena fu, secondo il prefetto di Milano, un trucco, dei capi del movimento operaio per indurre i ferrovieri a riprendere il lavoro. Questi cercavano di convincere le altre organizzazioni di categoria ad aderire allo sciopero ("sorto per causa minima e contro la volont dei dirigenti");

ma poich n la Confederazione generale del lavoro n la locale Camera del lavoro intendevano aderire alla richiesta dei ferrovieri, venne stabilito di tenere un comizio all'Arena, per attestare la solidariet del proletariato ai ferrovieri e indurre cos questi a riprendere senz'altro il lavoro.(934)

Flores era alquanto preoccupato per lo "stato d'animo non tranquillizzante" delle masse operaie, "quotidianamente sobillate dalle pubblicazioni del giornale Avanti!" e dai comizi quasi quotidiani della Camera del lavoro, e anche per la presenza in citt, in seguito alle concomitanti agitazioni dei ferrovieri e del personale alberghiero e di mensa, di circa ventimila scioperanti. Tuttavia non fece obiezioni: "Nulla io avevo a opporre a che avesse luogo il comizio, perch se anche avessi voluto vietarlo non avevo forza sufficiente per mantenere il divieto." Ottenne per dai dirigenti sindacali l'assicurazione che il comizio si sarebbe sciolto senza dar luogo a cortei e avvert che avrebbe impedito, "anche con la forza", l'accesso dei dimostranti al centro cittadino perch, dopo i vandalismi dei camerieri contro alberghi e ristoranti e dopo gli scontri tra anarchici e fascisti delle sere precedenti, non poteva consentire "una provocazione da parte di pochi facinorosi che avevano interesse di mettere in disordine la citt"(935). Il 22 giugno, verso le 17, le adiacenze dell'Arena si popolarono di una folla imponente, munita di bandiere rosse e cartelloni, che dilag nei viali e sotto gli alberi del Parco. Per gli anarchici, dal balcone del pulvinare, parl Errico Malatesta. "Oggi" disse il vecchio agitatore "siamo a una svolta della storia in cui gli avvenimenti possono precipitare da un momento all'altro."(936) I lavoratori dovevano convincersi che l'ora che volgeva era decisiva per le loro sorti. "O il governo soffocher il proletariato" disse ancora Malatesta "o questo soffocher il governo."(937) E concluse: "Noi siamo qui a manifestare tutta la nostra solidariet ai ferrovieri, dicano essi che cosa intendono fare. Se vogliono allargare lo sciopero, noi siamo con loro, se lo sciopero dovr essere generale, tutto il proletariato sar in piedi"(938).
L'offerta di Malatesta viene frettolosamente respinta proprio da chi dovrebbe esservi pi interessato: i rappresentanti del Sindacato ferrovieri. "Qualcuno di voi ha parlato di sciopero generale" obietta uno di essi. "Orbene vi prego di non darci pi di quello che vi chiediamo."(939) E quello che si chiede dev'essere ben poco, se si pu riassumere nelle solite parole vuote sulle future lotte contro la borghesia.
Il gioco sembra fatto. Con sollievo di molti, domani potr decretarsi la fine dello sciopero ferroviario. Ma intanto, mentre una parte della folla(940) si disperde e si allontana, un'altra parte (per l'Avanti! un migliaio di persone, capeggiate da alcuni notabili socialisti; parecchie migliaia di operai con bandiere rosse e cartelloni secondo Umanit Nova) forma un corteo che imbocca Foro Buonaparte e punta verso la meta proibita del centro.
Qualcosa di grave  gi successo. Scambiati per agenti investigativi, due giovanotti che andavano al comizio sono stati affrontati, inseguiti, percossi. Uno di essi, colpito da dieci o dodici coltellate,  stato rincorso per pi di trecento metri. Esausto, si  lasciato cadere a terra ed  stato creduto morto. Raccolto pi tardi e portato all'ospedale, morir nella notte. Si chiama Gianni Marco,  un fattorino bancario.
L'episodio, attribuito dal prefetto a non meglio identificati "facinorosi" e citato a testimonianza della "predisposizione criminosa" di una parte dei manifestanti, non ha lasciato traccia n sulla stampa anarchica n su quella socialista(941). E, fatto ancor pi' singolare, nessun morto di nome Gianni Marco figurer negli elenchi finali delle vittime.
Non meno oscuro l'incidente successivo, del quale furono protagonisti un commissario di P.S. e un agente investigativo in borghese. Verso le 19, mentre all'Arena il comizio era in corso, i due poliziotti si trovavano in via Legnano quando furono riconosciuti da un gruppo di giovani. Invitati ad allontanarsi, risposero con un rifiuto. Nacque una discussione, seguita da un pugilato, durante il quale da una rivoltella (quella che l'agente aveva in tasca?) part un proiettile che si piant in una gamba dell'agente. Questa la versione dell'Avanti!, ripresa in blocco da Umanit Nova(942). Ecco invece la prima versione di Flores:

All'uscita dal comizio gruppo anarchici riconosceva commissario P.S. Brogiotti e lo assaliva con colpi rivoltella e bastonate alla testa. Rimaneva ferito anche agente investigativo. Lungo percorso veniva incendiata locanda, dove anarchici credevano essere riuniti alcuni agenti.(943)

La locanda era in realt il ristorante Valganna, dove il commissario si era rifugiato dopo essere sfuggito a una gragnuola di colpi di rivoltella. Invaso dagli inseguitori di Brogiotti, il Valganna venne devastato. Un tentativo d'incendio fu domato dai carabinieri(944).
Ci che stupisce  che nella seconda e pi meditata versione di Flores gli aggressori del commissario non erano pi degli anarchici incendiari e assetati di sangue appena tornati da un comizio che in quel momento risultava ancora in corso, ma dei semplici "facinorosi", forse gli stessi che avrebbero accoltellato il fattorino(945). Se teniamo presente che nessuna fonte anarchica, orale e scritta, riporta i due episodi citati, sorge il sospetto di una provocazione.
Malatesta era ancora all'Arena e un fotografo, finito il comizio, lo stava inquadrando nel rnirino della propria macchina quando l'eco di alcune detonazioni fece sussultare il cronista dell'Avanti!(946) Che cosa era successo? Il corteo, alla testa del quale ("vedendo che le cose sembravano mettersi come noi avevamo previsto") si erano posti Mariani e gli altri membri del gruppo terroristico, "pronti a essere i primi a sfondare i cordoni dei militari e della polizia"(947), aveva percorso Foro Buonaparte fino a Largo Cairoli e imboccato via Dante per raggiungere il centro della citt. Qui, all'altezza di via Rovello, c'era un doppio cordone di carabinieri e di soldati. I socialisti, preceduti da Bensi, Schiavello e Agostini, tentarono di parlamentare col commissario Preziosi, il funzionario di servizio, "per ottenere che il gruppo" (scrisse Flores) "potesse sciogliersi in piazza del Duomo". Il commissario, che aveva ricevuto dal questore l'ordine tassativo di bloccare a ogni costo i dimostranti ("perch in piazza Duomo erano riuniti, come di consueto, fascisti e nazionalisti con propositi non rassicuranti")(948), respinse la richiesta dei socialisti e li invit a convincere la folla a disperdersi. "Se vogliono passare loro, passino" avrebbe detto a Bensi secondo l'Avanti!. "Ma badino che stasera si fa a fucilate."(949)
I capi socialisti tornarono indietro, verso la testa del corteo, con l'intenzione di persuadere i dimostranti a cambiare itinerario. Mentre, secondo l'Avanti!, la folla "stava seguendo il consiglio dei dirigenti" - e ben due volte Flores lo conferma: "pareva indietreggiasse"; "pareva che ubbidissero" - cominci la sparatoria. Qui le varie versioni divergono nettamente.
Mariani:

Come il corteo avanzava, i militari si ritiravano. Si ritirava pure la polizia, ma per fermarsi tra il monumento a Garibaldi e l'imbocco di via Dante, dove lo schieramento si apriva nel centro per far avanzare un gruppo di fascisti coi quali si era accordata per fare una strage di lavoratori. Tutti insieme, in un attimo, prima ancora che si avesse avuto il tempo di rendercene conto, scaricarono le loro armi sui dimostranti.(950)

Flores:

(...) la folla (...) improvvisamente si fece avanti in massa e un buon nutrito fuoco di rivoltelle fu diretto contro i carabinieri che, in numero di trecento, costituivano la prima linea della forza. Suonati gli squilli di rito, il commissario Preziosi ordin ai carabinieri di rincalzare la folla, e i carabinieri con la sciabola alla mano affrontarono i rivoltosi, i quali pure indietreggiando continuavano a sparare. Sei carabinieri erano gi feriti quando cadde ferito gravemente all'addome un appuntato della stessa arma; questi allora, per istinto, prese la rivoltella e incominci a sparare, e lo stesso fecero gli altri, visto che ormai non sarebbe stato possibile persuadere altrimenti quei ribelli ad andarsene. Contemporaneamente due compagnie di fanteria, che formavano la seconda linea della forza, avanzavano e ricacciavano la folla per le vie adiacenti, chiudendone gli sbocchi, mentre continuava dalla stessa via a tirarsi contro la truppa(951)

Secondo l'Avanti!, i carabinieri schierati all'altezza di via Rovello caricarono la folla "senza alcun perch", aprendo per primi un nutrito fuoco di fucileria. Seguirono un panico e una fuga quasi generali. Solo "un gruppo di audaci decisi a difendere a caro prezzo la propria vita" non si lasciarono intimidire e risposero alla violenza dei carabinieri "con estrema energia"(952). Erano evidentemente i membri del gruppo terroristico. "Ma sia in me che nei miei compagni" scrive infatti Mariani,

la terrificante sorpresa non dur pi di alcuni secondi che, messo mano alle armi, costringemmo poliziotti e fascisti a trovare salvezza nella fuga. Una bomba a mano lanciata da uno dei nostri, nel gruppo dei poliziotti, ai piedi del commissario che aveva ordinato il fuoco, pur non scoppiando fu sufficiente a farli desistere da una seconda sparatoria.(953)

Un cronista di Umanit Nova era sul posto.

Abbiamo appena il tempo di scambiare poche parole con l'on. Agostini che due squilli di tromba annunciano l'aggressione. La massa ondeggia, si scompone. Fulmineamente, dopo i due squilli, una scarica di fucileria. Tra il cordone dei carabinieri e i dimostranti potevano esservi ottanta metri. I carabinieri caricano di corsa la folla, sparano all'impazzata e si portano allo sbocco di via Dante in largo Cairoli, ove si dispongono in cordone. I dimostranti, sparsi qua e l, sono fatti segno a un continuo fuoco di fucileria. Essi non tardano a comprendere la posizione. Circolano voci che siano accerchiati, senza via di scampo. Bisogna allora difendere la propria vita, ferocemente minacciata dalle belve monturate. S'impegna cos una vera battaglia a revolverate. I carabinieri sono costretti a ritirarsi e a portarsi nuovamente all'altezza di via Meravigli. Dopo un quarto d'ora la battaglia si fa violentissima. Le guardie regie sparano col moschetto; dalle finestre poste di sopra alla farmacia Dante, nella via omonima, da quelle della casa posta in via S. Vincenzino, angolo via Dante, dagli ammezzati posti sopra il negozio di mobili di via Porlezza, angolo largo Cairoli, i borghesi sparano numerosissimi colpi di rivoltella sui gruppi operai. Si tenta [di] fortificarsi con ogni mezzo; le panche dell'Albergo Popolare e altro materiale trovato sul luogo vengono disposte in principio di via Dante a modo di barricata.(954)

Flores:

Intanto all'angolo di via Legnano, con panche e sedili, era stata eretta una barricata, dietro la quale i rivoltosi continuavano a sparare, e si sparava dalla piazza Cairoli, dove malviventi erano aggrappati su gli alberi, sui fanali, su qualsiasi rialzo per tirare con maggiore facilit.(955)

Mariani:

Coi pochi rimasti, tutti decisi in apparenza a continuare la lotta, tentammo di dare inizio alla costruzione di una barricata, utilizzando due panchine e quante pietre potemmo divellere da un marciapiede. Ma poich dalle finestre e dai tetti, sia dal Foro Bonaparte e sia da via Dante, si sparava su di noi, a poco a poco il gruppo dei resistenti diminu fino a che ci riducemmo in due: l'Aguggini e io. L'Aguggini che mi caricava le rivoltelle e io che sparavo. Infine fummo costretti a ritirarci anche noi sotto il fuoco di un'autoblinda.(956)

Flores:

La barricata fu subito superata, ma il fuoco non cessava; furono inviati rinforzi e visto che l'azione proseguiva fu mandato sopra [il] luogo un'autoblindata, che spar alcuni colpi e mise in fuga i malfattori sgombrando piazza Cairoli e adiacenze.(957)

Che si fosse sparato sul corteo dalle finestre delle case l'avrebbe affermato anche l'Avanti!:

Vediamo alcuni generosi avvicinarsi ai caduti coll'evidente intenzione di soccorrerli. E a questo punto che si avvertono i primi colpi sparati dalle finestre dei palazzi signorili di via Dante. Abbiamo perci ragione di ritenere che il morto, la prima vittima cio di questo conflitto(958) sia caduto sotto i colpi sparati dalle finestre.(959)

Questi colpi sono del tutto assenti dalla relazione del prefetto. E il fatto appare strano, se si pensa che ben difficilmente i cronisti di parte anarchica e socialista, pur tirando l'acqua al loro mulino, potevano essersi inventato tutto. Ma, posto che i colpi fossero effettivamente partiti dalle finestre delle case di via Dante e largo Cairoli, mancava la risposta a un'altra domanda: quando erano partiti?
"Quelle rivoltellate" scriver Umanit Nova dopo aver affermato che nessun giornale milanese, nemmeno l'Avanti!, aveva ancora detto tutta la verit su quello che si poteva considerare l'episodio cruciale della tragica giornata,
NON SONO STATE SPARATE QUANDO SI RACCOGLIEVANO I FERITI DOPO LE PRIME SCARICHE DEI REGI MOSCHETTI. QUELLE RIVOLTELLATE SONO STATE SPARATE NELLO STESSO MOMENTO CHE I REALI CARABINIERI PUNTAVANO IL MOSCHETTO SULLA FOLLA che pacifica, quasi silenziosa, saliva per la via Dante, naturale sbocco per migliaia d'intervenuti al comizio. E, badate bene, non manca chi assicura che i primi colpi siano partiti appunto da quelle finestre signorili, come un SEGNALE, qualche secondo prima.(960)

Chi aveva sparato, dunque? Le autorit politiche potevano ignorare, ufficialmente, l'episodio, come lo ignoravano certi organi di stampa. Ma in coscienza non avrebbero mai potuto dire di ignorare chi erano i sicari appostati dietro quelle finestre.

Essi sono stati per equivoco arrestati pi volte - abusivamente armati di armi diverse - e prontamente rilasciati con l'ordine di restituire loro tutto il materiale bellico - poich da parecchi mesi essi esercitano l'onorata professione dell'aiutante del birro, del sicario del pescecane.

Secondo Umanit Nova, il proletariato milanese era stato attirato ancora una volta in un'imboscata, in un "fosco agguato strategicamente preparato". E se il colpo non era pienamente riuscito, se decine e decine di cadaveri proletari non avevano coperto le strade di Milano, il merito era stato di "un manipolo di audaci" che avevano opposto piombo a piombo. Il "gesto ribelle e rivoluzionario" aveva impedito la strage premeditata.(961)
Se non premeditata, fu comunque una strage. I conti della giornata non erano ancora chiusi perch prima di mezzanotte, nel tentativo di sgombrare il piazzale di Porta Venezia occupato da qualche centinaio di persone intente "a commentare i fatti della sera"(962), i carabinieri sparavano di nuovo uccidendo un elettricista e ferendo altre persone. Cos, con un bilancio di due morti, diciannove feriti (sei dei quali sarebbero spirati all'ospedale) e duecentodieci arresti, si chiuse quel marted per il proletariato milanese(963). L'Avanti! Scrisse:

La manifestazione di solidariet proletaria che Milano ha voluto dare (...) ai ferrovieri scioperanti  stata soffocata nel sangue. Le autorit locali avevano bisogno di far capire presto al loro nuovo padrone Giolitti che esse avevano saputo ben comprendere le disposizioni tendenti a inaugurare la politica forte. (...) Chi ha letto i particolari dell'eccidio (...) ha compreso facilmente come si sia voluto reprimere per reprimere, senza necessit, senza giustificazione. Cortei di dimostranti vanno continuamente in giro per le strade delle citt italiane senza che per questo crolli il mondo. Durante quattro anni turbe ubriache di guerra hanno schiamazzato ovunque, inneggiando alla strage, senza che un solo agente sia intervenuto a difendere la vita di quelli che la pensavano diversamente. (...) E ora che gruppi di lavoratori si permettono di varcar un certo limite, che va dalla periferia al centro, sono respinti a fucilate e lavorano contro di essi autoblindate e mitragliatrici! E le repressioni sanguinose si scatenarono proprio quando i dirigenti le organizzazioni erano riusciti a convincere i compagni a tornare indietro. Lo stesso Corriere della Sera ha scritto che "la folla teneva un atteggiamento molto tranquillo". Ma ci voleva l'esempio...(964)
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FINE PARTE 1.